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Regno Unito: il super-giovedì premia chi già governava

Nelle elezioni amministrative del Regno Unito ha vinto chi già governava: in Inghilterra i tory, in Scozia i nazionalisti, in Galles i laburisti. Il successo della campagna vaccinale ha premiato il premier Johnson, mentre la sinistra è sempre più divisa.

Chi ha vinto

Il 6 maggio, il super-giovedì, il Regno Unito è andato alle urne nel più ampio test elettorale amministrativo del dopoguerra. Si è votato per sindaci e super-sindaci e consigli provinciali in Inghilterra, per i parlamenti nazionali in Scozia e in Galles e per i direttori provinciali della polizia.

Il messaggio delle urne è variegato come le modalità elettorali, ma a grandi linee è stato premiato chi governa. In Inghilterra i tory hanno trionfato: hanno conquistato seggi e consigli provinciali dal sud al nord del paese. Ma la ghiotta ciliegia sulla torta è stata la vittoria, di dimensioni superiori a ogni sondaggio, nell’elezione suppletiva per le dimissioni del deputato di Hartlepool: collegio del Nord dell’Inghilterra, laburista da quando esiste, uno dei mattoni del “muro rosso” sfondato dai tory nel 2019. Il trionfo dei tory è il più eclatante del dopoguerra: è raro per il partito di governo vincere un’elezione suppletiva, ma vincerla con un vantaggio sull’opposizione di 22 punti illustra la profondità dell’abisso in cui stanno sprofondando i laburisti.

In Scozia, dove il parlamento è eletto con un sistema che mescola il maggioritario e il proporzionale, il governo dei nazionalisti scozzesi ha guadagnato seggi nonostante il voto tattico degli anti-indipendentisti. E assieme ai verdi, il primo partito nazionale che si schiera a favore dell’indipendenza, stabiliscono una chiara maggioranza a favore del referendum, cui Boris Johnson è contrarissimo. È chiaro che Johnson non voglia passare alla storia come il premier che ha portato alla separazione del Regno, ma dopo i risultati di queste elezioni parlamentari, il continuo rifiuto a un secondo referendum è senza dubbio un aperto schiaffo al principio democratico e probabilmente verrebbe vietato dalla corte suprema.

Infine, in Galles i laburisti governavano in coalizione e sono stati premiati per la dura linea anti-Londra (arrivando fino al punto di impedire l’ingresso agli inglesi) con la maggioranza assoluta dei seggi, il miglior risultato della storia.

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Ma la vittoria dei governanti è evidente anche a livello locale: a Londra, Manchester, e Birmingham, i supersindaci in carica – Sadiq Khan e Andy Burnham (laburisti) e Andy Street (tory) – hanno tutti vinto facile; un risultato che si ripete per le amministrazioni delle cittadine minori.

Il governo di Boris Johnson e dei tory ha così confermato la popolarità che i sondaggi degli ultimi mesi riportavano con costanza. Dopo le aspre critiche ricevute quando divenne evidente il massacro causato dall’incosciente esitazione all’inizio della pandemia, il governo ha tratto tutto il beneficio possibile da una politica di acquisto e somministrazione dei vaccini dovuta probabilmente più alla centralizzazione burocratica del servizio sanitario nazionale che alla sua capacità decisionale. Fatto sta che da un mese circa i casi giornalieri sono poche migliaia e i decessi regolarmente meno di 20, mentre 18 milioni di persone hanno ricevuto entrambe le dosi del vaccino. Né la venale corruzione (tende pulite?), né l’incompetente gestione delle scuole, né il più sfacciato disprezzo per le tragedie che il paese soffre (lasciamo che si accatastino i cadaveri) hanno intaccato i dieci e più punti di vantaggio dei sondaggi. E il super-giovedì li ha più che confermati.

La sinistra alla deriva

Parte della popolarità del governo va senza dubbio attribuita al comportamento dell’opposizione nazionale. Il leader laburista Keir Starmer sembra paralizzato e incapace di una strategia coerente. Da un lato, abdica al ruolo di opposizione, prima appoggiando il trattato con la Ue, a scatola chiusa senza conoscerne i contenuti, poi accettando le mutevoli direttive sul coprifuoco e la chiusura delle scuole; dall’altro, si oppone alla sinistra rifiutando di ri-ammettere l’ex leader Jeremy Corbyn espulso dal partito per commenti antisemiti e risponde alla disfatta elettorale licenziando la presidente del partito.

La strategia di cercare di mantenersi equidistante tra le due principali anime del partito, la classe operaia tradizionale e l’élite metropolitana, è per ora clamorosamente fallimentare. Il Labour è sempre più arroccato nelle città universitarie e il consenso che continua a mantenere tra le minoranze etniche è fragile e potrebbe evaporare veloce come quello che aveva tra i tradizionali colletti blu.

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È certo banale fare generalizzazioni così ampie, ma, nonostante la pretesa unicità del Regno Unito, la sua narrativa politica del dopoguerra si accomuna a quella delle democrazie dei grandi paesi europei: a destra una coalizione di industria, proprietà, sciovinismo e religione, a sinistra un’altra coalizione, più fragile e con più ampi conflitti interni, di intellettuali, lavoratori e movimenti di protesta. In Francia, Italia e Germania la seconda coalizione, centrata su Ps, Pci e Spd, è ormai sbriciolata; l’opposizione passa a varie combinazioni di fascisti e populisti, e, almeno in Germania, verdi. Nel Regno Unito, le elezioni del 2017 sembravano una controtendenza alla frammentazione della sinistra nel continente: Scozia a parte, i due principali partiti erano quasi al 90 per cento dei voti. Il voto del 6 maggio conferma invece il tragitto iniziato nel 2019: da un lato, i tory, dopo i tentennamenti di Theresa May, hanno fagocitato e zittito sia la destra liberale ed europeista sia il populismo nazionalista; dall’altro, s’intravede l’embrione di una divisione in tre partiti separati delle tre anime della coalizione progressista. I laburisti continuano il declino, i lib-dem non affondano e i verdi sono gli unici che possono cantare vittoria su tutti i fronti: hanno triplicato il numero di consiglieri provinciali, potranno entrare nell’alleanza di governo con i nazionalisti in Scozia e hanno battuto i tory per il ballottaggio del sindaco di Bristol.

Visto il sistema elettorale uninominale, se avvenisse, il consolidarsi della separazione renderà impossibile una svolta a sinistra senza un patto elettorale esplicito, che al momento nessuno dice di voler concludere.

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  1. Giusto: il super-giovedì ha premiato chi governa punendo coloro che non sanno proporre alternative. Dopo la Brexit (approvata solo al 52%) nessuno ha osato difendere il ritorno nell’UE o quanto meno un rapporto di collaborazione costruttiva. Questo spiega, dopo May, la forza di BoJo e dei suoi hard-liners. La Scozia ha premiato coloro che hanno militato per il remain (62%/2016). Ma basterà un’inversione del rapporto 45% c. 55% del 2014 per giustificare l’indipendenza? Forse ci vorrebbe un consenso più ampio e più durevole. Il declino inarrestabile del Labour è riconducibile all’assenza, dai tempi di Blair/Brown, di una linea politica credibile. Non è stato chiarito in che cosa la politica liberal-sociale fosse valida (il mercato, la protezione sociale, l’UE) o sbagliata (il rapporto fra stato e big corporates). Corbyn ha buttato via tutto, il mercato e l’UE, conservando solo la protezione sociale. Starmer sembra non saper scegliere e nemeno saper definire le alternative. Perché dico questo: un problema molto similare minaccia il PD italiano che dopo Renzi non ha saputo chiarire il programma politico. In economia e nel rapporto fra stato e privato, le alternative sono le stesse che in UK. Invece della Brexit c’è il nodo delle riforme istituzionali (perso il referendum): che cosa c’era di giusto e che cosa di sbagliato; qual’è la nuova proposta? Zingaretti (con l’handicap Conte) era come Starmer; Letta sarà più perspicace, più coraggioso, più convincente?

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