Qualche settimana prima del terremoto, mi svegliai di soprassalto avendo sognato che un braccio mi veniva strappato alla spalla. Nella prima scena del film “Salvate il Soldato Ryan” tra i tanti marine massacrati durante lo sbarco in Normandia si coglie la scena pietosa di un soldato che ha appena perso un braccio e con l’altra mano stringe l’arto tranciato quasi a volerlo riattaccare alla spalla.
Questo è, forse, l’abito mentale nei quale mi ritrovai da terremotato di fronte a casa mia lesionata dalle scosse. La disperazione della perdita porta a rimanere attaccati anche ai ruderi di quello che è irrimediabilmente danneggiato oltre ogni possibilità di recupero.

In un contesto di psicologia di massa del tipo appena descritto, soluzioni di demolizione e ricostruzione non vengono neppure proposte dalle autorità proprio in ragione del fatto che la comunità non è pronta per recepirle. Invece, si promuovono scelte di recupero fantasiose e mai sperimentate prima su vasta scala su edifici del tipo danneggiato dal sisma, distinguendo in maniera bizantina tra edificio ed edificio.
Il primo passo della ricostruzione aquilana, infatti, è stato la classificazione degli edifici in varie categorie di danno sofferto. Anche in quel caso le speranze degli Aquilani differivano e andavano dal tanto peggio tanto meglio – più alti saranno i contributi, alla speranza di un intervento minimale e rapido.
Dopo minuziosa classificazione in cinque categorie, il processo di ricostruzione è stato impostato non già sul recupero dell’esistente, ma sul suo miglioramento sismico.
In sintesi, questo ha significato che non è sufficiente recuperare l’edificio per come era prima del sisma ma è necessario migliorare la resistenza sismica della struttura pre-esistente. Non solo.
Visto che nel 2008 sono state approvate le nuove norme tecniche per la costruzione, si è ritenuto che il patrimonio edilizio esistente danneggiato dal sisma andasse anche adeguato, tra l’altro, dal punto di vista termico, incappottando gli edifici.
E’ in questo fondamentale passaggio che i costi sono esplosi, gli appalti sono diventati sontuosi – soprattutto per l’Italia depressa 2009-2013, le procedure di approvazione dei progetti sono diventate farraginose e lentissime. In altre parole, la ricostruzione dell’Aquila si è arenata su una colata di ordinanze emesse a getto continuo senza avere cura di un effettivo coordinamento normativo, e.g. un vero Testo Unico della ricostruzione.
Quindi, per ogni edificio del centro e della periferia dell’Aquila in burrascose riunioni di condominio si è proceduto alla scelta di un tecnico e di un’impresa, seguendo, quasi sempre, criteri poco oggettivi. E raramente è accaduto diversamente, considerato lo stupore  post traumatico di massa. Anche in questo, è chiara la responsabilità delle autorità preposte nell’aver lasciato gli Aquilani soli a mettersi nei guai con le proprie mani, firmando contratti senza avere piena consapevolezza degli obblighi assunti.
È mancata una normativa speciale che standardizzasse la contrattualistica impresa-tecnici con committenza-condominio evitando i pericoli che si annidano in una babele di contratti di diritto privato che nel lungo periodo potrebbero rivelarsi delle vere trappole per i terremotati.
Qualche mese, ovvero qualche anno, dopo l’assegnazione dell’incarico – in ragione della bulimia nell’ingozzarsi di incarichi degli assegnatari, una nuova assemblea di condominio veniva convocata per la presentazione del progetto.
Col passare degli anni, però, una più lucida consapevolezza del danno sofferto dal singolo e del contesto stravolto ha cominciato a riaffacciarsi nella mente di molti aquilani. A quattro anni dal sisma, alcune riflessioni cominciano ad essere condivise da molti. In primo luogo, il deterioramento degli edifici – ormai disabitati e senza manutenzione da quattro anni – è progredito sia a livello di impianti e finiture interne che a livello di ulteriore carbonatazione dei calcestruzzi. In ragione di questo mutato stato, già adesso diviene dubbia l’effettiva esecuzione di progetti basati su dati ormai superati. Inoltre, l’effettiva cantierabilità dei progetti richiederà uno scaglionamento degli interventi che dilazioneranno nel tempo l’effettivo inizio dei lavori. Infine, rimane un mistero della contabilità del Tesoro della Repubblica quanti siano i fondi effettivamente disponibili per la ricostruzione delle abitazioni private. E ciò lascia spazio a aspettative di ulteriori rinvii dell’inizio lavori.
Sulla base di questo comune sentire, appare ormai evidente che i progetti già presentati basati sul recupero dell’esistente sono – a meno di una loro immediata esecuzione – destinati a dover essere sostituiti da progetti di demolizione e ricostruzione, non soggetti, per definizione ad obsolescenza.
Quindi, diviene obbligato il passaggio da una scelta di ricostruzione emotiva a una scelta razionale che presenta indubbi vantaggi se amministrata in maniera opportuna. Ad esempio, i piani di cantierabilità dovrebbero essere impostati non più per singolo edificio ma per isolati o gruppi di edifici che in fase di demolizione possano condividere gli stessi macchinari per la selezione e il trattamento delle macerie in loco mentre in fase di ricostruzione della struttura possano attingere il calcestruzzo dalla stessa piccola centrale locale. Ciò avrebbe anche indubbi vantaggi a livello di controllo dello smaltimento delle macerie nonché della qualità dei nuovi materiali utilizzati.
Mi sono sempre chiesto che cosa avrà fatto il marine con il braccio tranciato in mano. Sicuramente non ha trovato modo di farselo riattaccare. Una casa, invece, si può sempre ricostruire.
Giuseppe Alesii

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