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Un controllo inutile per comuni e province

La Corte dei conti è chiamata a un controllo semestrale sull’andamento delle gestioni di comuni e province. Per l’ennesima volta, produrrà solo carte e burocrazia. Perché manca quello che sarebbe necessario: i controlli preventivi sugli atti, svolti da organi esterni e totalmente indipendenti.
IL QUESTIONARIO DELLA CORTE DEI CONTI
La riforma dei controlli, fissata dal Governo col decreto legge 174/2012, appare ancora lontana dal poter contrastare in modo efficace la cattiva gestione di Regioni ed enti locali.
Il compito affidato alla Corte dei conti di compiere un controllo semestrale sull’andamento delle gestioni di comuni e province pare destinato, per l’ennesima volta, a creare carte e burocrazia, senza potere realmente garantire il risultato di decisioni legittime e utili per i cittadini.
Per adempiere al suo compito, la magistratura contabile ha infatti approvato delle Linee guida (delibera 4/2013). Sostanzialmente, si tratta di un questionario, composto di decine e decine di domande, subordinate, indicazioni dal generale al minimo dettaglio.
Se ne consiglia l’attenta lettura. A molti ricorderà il famoso “740 lunare” di alcuni anni fa: è un groviglio inestricabile di quesiti, indicazioni, precisazioni, che richiederebbe un sistema informativo integrato e completo, per evitare che la formazione del referto di controllo richiesto si trasformi in un adempimento pesantissimo, come invece accadrà, proprio per l’assenza di un sistema di raccolta dei tantissimi dati previsti.
Rispetto alla funzione di controllo che in astratto dovrebbe svolgere, colpiscono alcune domande: “L’organizzazione dei singoli servizi è stata strutturata sulla base della rilevazione delle esigenze della popolazione?”; oppure “Sono emerse criticità, nella gestione dei servizi pubblici locali, anche in virtù di sopravvenute ed imprevedibili esigenze di carattere straordinario che abbiano richiesto interventi non programmati?”; o, infine “Quali metodologie adotta il controllo strategico per monitorare l’impatto socio-economico dei programmi dell’Ente?”.
Sembra evidente che un simile sistema di controllo non riesca a cogliere un obiettivo superiore a quello di fungere da deterrente alla sottoscrizione di dichiarazioni false. Ma l’esperienza insegna che se le amministrazioni sono intenzionate a gestire in modo scorretto, amministratori e dirigenti compiacenti sono capaci di sottoscrivere di tutto.
Si tratta, a ben vedere, di un surrogato di controllo esterno, e forse la Corte dei conti meglio o di più non poteva fare, se non elaborare un questionario di tale natura.
Questo però non significa che il questionario assolva in modo diretto ad alcuna funzione di controllo: chiede agli enti se hanno controllato e in che modo. Un’alluvione di burocrazia. Che può consentire a qualcuno di fregiarsi del merito di aver introdotto sistemi di controllo “rigorosi”. Ma che in realtà producono carte su carte, senza dirigere la rotta verso le gestioni corrette e virtuose.
In effetti, la riforma dei controlli sconta un vizio genetico piuttosto grave: tutto prevede, tranne quello che sarebbe necessario: la riproposizione dei controlli preventivi sugli atti degli enti, svolta non da organi interni, ma esterni e totalmente indipendenti.
Soffocare l’attività operativa per compilare questionari contorti e complicati due volte l’anno (il referto alla Corte dei conti è semestrale) non pare assolvere ad alcuna efficace modalità di prevenzione.
Sarebbe molto più utile e meno defatigante un controllo sui singoli provvedimenti, anche a campione, soprattutto considerando che tale modalità operativa, pur non essendo ovviamente l’unica, si integra perfettamente e necessariamente con quella della legge “anticorruzione”.
Invece, il Dl 174/2012 ha lasciato l’opera incompiuta. La Corte dei conti in sostanza registra ogni sei mesi quali strumenti di controllo siano stati utilizzati e acquisisce alcuni dati. I controlli veri e propri, continuano a essere affidati a soggetti interni. Per altro, quelli preventivi, da effettuare prima dell’adozione dei provvedimenti sono rimessi al medesimo soggetto che li approva. Quelli successivi, in comuni e province, sono assegnati alla direzione e cura dei segretari comunali e provinciali, soggetti a uno spoils system molto intenso, sostanzialmente privati di quella terzietà e indipendenza (in particolare dagli organi politici a cui debbono l’incarico), invece indispensabili per un sistema di controllo realmente efficace.
Si può obiettare che controlli preventivi potrebbero essere di ostacolo alla celerità dell’azione amministrativa. La tecnica del campionamento scongiurerebbe in parte il problema, mentre, in ogni caso, si potrebbero concentrare le verifiche solo su alcuni provvedimenti fondamentali provvedimenti: le approvazioni dei bandi, le concessioni di contributi e sussidi, gli atti di autorizzazione (comunque denominati) di tipo commerciale ed edilizia. Del resto, la legge 190/2012 “anticorruzione” spinge verso questo tipo di controlli, ma ripetendo l’errore di affidarli a soggetti interni.
Altro punto delicato è l’assenza di un controllo di merito sugli effetti della spesa. La trasparenza totale e la valutazione dei cittadini sull’azione non bastano, per quanto siano lo spunto per una “sanzione” politica.
La mala gestione non discende, però, solo da illegittimità o procedure di spesa scorrette, bensì anche da scelte e decisioni. Per fare un esempio, gli organi di controllo dovrebbero essere messi nelle condizioni di sindacare sull’opportunità della scelta di affrontare spese non connesse alle funzioni fondamentali dell’ente locale che si trovi in disequilibrio finanziario tale da sfiorare la violazione del patto di stabilità o le condizioni di pre-dissesto.
Ma la semplice raccomandazione rivolta a titolo “collaborativo” al consiglio, come prevede l’attuale impianto dei controlli successivi non basta. Deve essere data la possibilità di rimuovere gli effetti di provvedimenti inopportuni, anche se magari con efficacia non retroattiva, individuando e colpendo le responsabilità di chi li adotta.
A controprova della necessità di potenziare anche controlli successivi di merito basti pensare che recentemente, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Campania, il procuratore regionale ha tuonato contro le “partecipate” degli enti locali, stigmatizzando l’accumulo di 34 miliardi di euro di debito.
Non pare, tuttavia, che tra relazioni e referti della magistratura contabile si sia in grado di evitare che simili disfunzioni si verifichino, le si possono solo registrare e denunciare, quando il danno si è già determinato.
Probabilmente, una tra le riforme più urgenti è il ripensamento del sistema dei controlli, vulnerato dalla riforma del Titolo V, prendendo atto che questionari e referti non bastano. Le cattive gestioni vanno arginate possibilmente prima che si realizzino.

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Bad bank, un bell’esempio

  1. Il dl in esame da la misura dell’incompetenza (speriamo si tratti solo di quella) dei nostri governanti. I controlli amministrativi, anche di realtà complesse, sono una materia nota, non c’è da invenatare niente, basta affidarne il disegno e la gestione a persone capaci ed esperte del problema. Mi domando come si fa ad emanare normative come quella del dl in esame.

  2. più che di controlli preventivi che la storia dimostra come perfettamente inutili posto che proprio perché i burocrati per loro natura a preventivo producono sempre degli atti ineccepibili siano necessari dei controlli di risultato, dando molto più spazio al rendiconto di gestione e principi più solidi di redazione del bilancio. I controlli come vengono fatti ora sono totalmente inutili e aggiungono solo uno strato di burocrazia, forse aumentando la trasparenza e l’attenzione al risultato sarebbe meglio, cosa che questo governo non ha fatto adottando una posizione verticistica volta solo a limitare gli spazi di manovra delle PA anziché ragionare davvero sulle responsabilità. Le autorità esterne possono essere utili, ma tendenzialmente sono state usate come “scaricabarile”

  3. più che di controlli preventivi che la storia dimostra come perfettamente inutili posto che proprio perché i burocrati per loro natura a preventivo producono sempre degli atti ineccepibili siano necessari dei controlli di risultato, dando molto più spazio al rendiconto di gestione e principi più solidi di redazione del bilancio. I controlli come vengono fatti ora sono totalmente inutili e aggiungono solo uno strato di burocrazia, forse aumentando la trasparenza e l’attenzione al risultato sarebbe meglio, cosa che questo governo non ha fatto adottando una posizione verticistica volta solo a limitare gli spazi di manovra delle PA anziché ragionare davvero sulle responsabilità di chi fa gli atti e produce (non produce i risultati). Pensare che un’autorità esterna per quanto imparziale possa produrre dei risultati è una chimera.

  4. Renato Foresto

    Sembrava che i Revisori chiamati venti anni fa a certificare i bilanci degli Enti locali servissero almeno a scongiurare i dissesti ma così non é stato. La legge prescrive ai Revisori l’ attestazione della rispondenza dei Rendiconti alle risultanze della gestione – e qui ci siamo – ma pure fare ” rilievi, considerazioni e proposte tendenti a conseguire efficienza, produttività ed economicità della gestione ” – e qui non ci siamo. L’ inefficienza é difficile da individuare ma ci si può approssimare esaminando la sequenza dei costi a fronte dei servizi resi. Tale esame sarebbe produttivo se riguardasse il raffronto anno dopo anno della spesa ordinaria suddivisa per le dodici Funzioni ( Istruzione Cultura,etc. )nelle quali risultano frequenti scompensi. Lo stesso esame viene invece eseguito sulle otto Categorie di spesa (Personale,Acquisto servizi,etc.) dalle quali é impossibile trarre elementi di giudizio.
    La produttività della spesa locale é insomma nelle mani dei Revisori ma viene dribblata.

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