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Da una panetteria dell’800 una lezione sulla regolamentazione

Nel 1895 lo stato di New York varò una serie di regole sanitarie e di orario di lavoro per le panetterie. Un piccolo imprenditore si oppose arrivando fino alla Corte suprema, dove vinse. Il vecchio caso ci ricorda che la legge non è quasi mai neutrale.

Un caso da Corte suprema

Andiamo per un momento con la fantasia nel retrobottega di una panetteria della New York di fine Ottocento, alle quattro di una fredda mattinata di novembre. Le condizioni di lavoro sono inimmaginabili per gli standard attuali, ai dipendenti sono imposti orari massacranti, spesso oltre le 12 ore al giorno per sei o anche sette giorni la settimana, non di rado in sotterranei poco salubri, infestati da topi e insetti, tubature fognarie rudimentali quando non aperte.

È il palcoscenico sul quale si svolgono i fatti di una delle più importanti e controverse sentenze della Corte suprema americana in tema di regolamentazione dell’economia e libertà contrattuale, Lochner v. New York, decisa nel 1905. Una decisione sinonimo di estremo liberismo e considerata “di destra”, tanto importante da dare il nome a un intero periodo della giurisprudenza americana, chiamato appunto “Lochner era”.

Cosa era successo? Nel 1895 lo Stato di New York aveva introdotto una legge che oltre a fissare una serie di regole sanitarie per l’esercizio dell’attività delle panetterie, prevedeva anche un limite massimo alle ore lavorative: dieci al giorno e sessanta alla settimana. Joseph Lochner, proprietario di una panetteria a Utica, era stato arrestato e multato per aver fatto lavorare un dipendente oltre le sessanta ore in una settimana. Fece causa, affermando che i limiti legali all’orario di lavoro erano incostituzionali pregiudicando in modo irragionevole l’autonomia contrattuale delle parti e la questione giunse fino al Supremo collegio. Una maggioranza di cinque su quattro giudici diede ragione a Lochner: trionfa una visione lockiana della proprietà privata, che diffida dell’intervento pubblico negli affari dei privati e promuove una uguaglianza solo formale, ma non sostanziale. Vigorose le opinioni dissenzienti della minoranza, tra le quali la più celebre è di Oliver Wendell Holmes, giudice progressista e repubblicano nominato pochi anni prima da Theodor Roosevelt. Sebbene la decisione sia da tempo considerata dalla quasi totalità degli studiosi errata, venne formalmente superata solo trent’anni dopo, con una sentenza del 1937, in pieno New Deal.

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Conflitto grande-piccola impresa

C’è un aspetto della vicenda che molti resoconti trascurano, ma particolarmente intrigante. Se da un lato, infatti, la logica della decisione offende, giustamente, la sensibilità sociale ormai acquisita da decenni, ma anche solidi principi economici, l’attenzione si appunta solitamente sulle sacrosante battaglie per i diritti dei lavoratori, sul confronto tra aggressivi e spregiudicati imprenditori e le nascenti organizzazioni sindacali spesso vittime di violente repressioni.

Meno noto è che anche all’interno del ceto imprenditoriale tanto la legislazione di cui parliamo, quanto la sentenza e le sue conseguenze, videro un contrasto tra piccola e grande impresa. Gli oneri resi necessari dalle disposizioni sanitarie, ma anche i limiti agli orari di lavoro, erano infatti ben sostenibili dalle imprese maggiori, ma molto pesanti se non insostenibili per piccole botteghe a conduzione familiare. Operare un forno è attività quasi a ciclo continuo, e mentre i produttori più grandi potevano ben permettersi un numero di dipendenti in grado di assicurare, con turni di lavoro, l’economicità della gestione pur rispettando i nuovi orari (oltre a disporre di primi impianti meccanizzati), panetterie minori, spesso di famiglie immigrate – generalmente italiane, tedesche ed ebraiche – poco abbienti, con al massimo uno o due impiegati esterni alla famiglia, rischiavano di essere messe fuori mercato – come infatti in gran parte accadde. Non sorprendente dunque che le limitazioni fossero sostenute da una sorta di alleanza tra grandi imprese e sindacati, mentre i piccoli negozi le contrastavano. La regolamentazione come strumento (anche) anti-competitivo.

C’è sempre chi perde

Naturalmente ciò non significa affatto che le regole fossero ingiuste o inefficienti, e la stessa circostanza che esigenze sociali e umanitarie favoriscano operatori economici dalle spalle più larghe ed economie di scala non stride affatto con principi di buon governo dell’impresa.

Molta acqua è passata sotto i ponti e nessuno oggi può seriamente dubitare che il Bakeshop Act del 1895 non prescrivesse condotte virtuose e desiderabili nell’interesse pubblico e che nel lungo periodo si sia dimostrato espressione di una visione della società e dell’economia vincente e condivisibile.

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Il caso però ci offre anche un prezioso avvertimento spesso dimenticato: la legge non è quasi mai neutrale, media conflitti e divide la torta (o la pagnotta) in un modo che non può lasciare tutti contenti, qualcuno paga più di altri. Non solo: anche le regole apparentemente più giustificabili e condivise dall’opinione pubblica, imponendo costi, in assenza di una adeguata proporzionalità, possono pregiudicare gli operatori minori e hanno spesso un più o meno nascosto effetto di limitazione della concorrenza di cui, nel tempo, taluni si possono avvantaggiare a scapito di altri, imprenditori o lavoratori che siano.

Ce ne si deve ricordare anche oggi, ad esempio quando si parla di pur condivisibili obblighi di tutela dell’ambiente, regole di governo societario e responsabilità sociale dell’impresa. La conclusione è che la storia, anche la piccola storia del caso Lochner, ci ricorda come il dibattito sulle regole spesso si focalizza sull’esigenza di tutelare taluni specifici interessi, ma quasi nessuna regola è priva di effetti collaterali anche difficili da individuare, vuoi perché imprevedibili, vuoi perché tenuti intenzionalmente nascosti.

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  1. Yoyes Katarain

    Tutto vero, ma questo valeva anche cinque, dieci, vent’anni fa.
    Sono almeno trent’anni che si adottano regole che, non solo non sono “neutrali” (lo sono mai state?), ma neppure sono state concepite con l’illusione di essere neutrali.
    Così, chi vent’anni fa si lamentava della “pietrificazione” imposta dal diritto europeo, oggi richiede che anche le modifiche alle virgole di un regolamento siano supportate da prove empiriche e regressioni carpiate.
    Dopo aver promosso surrettiziamente agende di natura politica, modello “end of history”, non ci si può stupire che altri portatori di interessi si approprino delle stesse tecniche per influenzare il processo politico e raggiungere obiettivi diversi.
    Il vaso di Pandora è rotto da tempo e non lo hanno rotto quelli che oggi supportano un’aggressiva svolta ESG, semmai sono stati quelli che oggi la osteggiano.

  2. mauro zannarini

    Giustissimo, elegante ed esaustivo.
    Purtroppo le Leggi sono fatte da politici, che non coltivano il Dubbio, sorretti da idee banali ma granitiche

  3. Pierangelo Remondini

    Io voglio dire che la comunità deve tutelare che ci sia il pane e non che un tizio voglia mettere su la sua panetteria, che per produrre un bilancio interessante (ad insidacabile giudizio di tizio) tenga di basso profilo la legislazione sociale. Viva il pane, anche se industriale!

  4. Alberto Pera

    E’ un tema interessante. Trasferiamolo in maniera estrema da noi. Una situazione di fatto che mette a disposizione degli agricoltori calabresi raccoglitori (immigrati irregolari) a (un massimo di) 20 euro al giorno per dodici ore al giorno e senza alcuna assistenza (insomma, peggio che a NY nel 1895) fa sì che si continuino a utilizzare terreni per produzioni che a condizioni di lavoro “normali” sarebbero antieconomiche (tipo le arance), invece di spingere a coltivazioni più sofisticate. Che c’entra? La regolamentazione delle condizioni del lavoro non ha sempre esiti anti-competitivi: può invece favorire una migliore allocazione delle risorse e lo sviluppo di unità produttive (e produzioni) più efficienti anche attraverso l’ampliamento della dimensione di impresa. L’eventuale riferimento alla dimensione troppo piccola delle imprese in Italia non è del tutto casuale.

  5. Michele Lalla

    Si resta perplessi, perché è ovvio che non esistono regole neutrali, ma sorge spontanea una domanda, valida tutt’oggi per i ristoratori che protestano soltanto. Ricordo a tutti che ogni volta che escono i NAS trovano circa il 100% di infrazioni. Naturalmente, qualcuno ne fa piú di una, ma, a memoria, ricordo un 70% di ristoratori con infrazioni. Ciò significa che quando si va al ristorante si rischia di non trovare, per esempio, il necessario igiene. E veniamo al pane: è elementare. Quando un lavoratore è eccessivamente sfruttato, è eccessivamente stanco e rischia di compromettere il prodotto. Chi mangerebbe il pane impastato tra gli scarafaggi? Io ho trovato una scheggia di vetro lunga 3-4cm in un pezzo di pane. Sono stato fortunato a accorgermene in tempo. I diritti di chi stiamo difendendo: degli schiavisti? degli avvelenatori per il profitto? Ciò è stupefacente solo pensarlo. Chi lavora in prossimità della salute del pubblico DEVE ESSERE CONTROLALTO E RIGORSAMENTE deve rispettare le leggi. Altro che libertà e liberismi vari. Purtroppo, la gente si beve tutto e i potenti fanno gli strafottenti, esattamente come accade oggi.

  6. Firmin

    Una meravigliosa lezione, da insegnare obbligatoriamente nelle facoltà di economia e non solo. Ci mostra che il mercato non è un istituto “naturale”, ma è fatto dalle leggi che lo regolano di volta in volta. Per esempio, una cosa è un mercato che ammetta la schiavitù (come nel sud degli Usa fino a un centinaio di anni fa) ed un’altra è un mercato con liberi lavoratori. Le regole plasmano i sistemi di scambio e di produzione e quindi anche qualsiasi misura dell’efficienza. Non ha senso vagheggiare un’economia senza regole (ed una misura universale di efficienza), esattamente come è insensato immaginare (e studiare) una massa d’acqua senza un recipiente. La seconda lezione è che le regole stabiliscono in larga misura chi vince (ovvero è efficiente) e chi perde, anche andando contro interessi costituiti e “forze di mercato”. Un bell’insegnamento per ultras della microeconomia e policy maker troppo timidi.

  7. Tommaso

    Il caso è interessante, ma trovo la trattazione un po’ debole – la sentenza della corte è criticabilissima perché non tiene conto del patto leonino tra due parti evidentemente in condizioni asimmetriche: chi ha il forno e può cambiare operai a piacimento e i chi cerca disperatamente di che campare – e soprattutto trovo stupefacente la conclusione. Dunque non dovremmo combattere la mafia perché altrimenti molti mafiosi rimangono senza lavoro? Non dovremmo vietare l’acquisto libero delle armi o limitare l’uso delle slot machine altrimenti alcune fabbriche o compagnie chiuderebbero? Non dovremmo vietare gli antidolorifici oppioidi che hanno causato un’ecatombe in USA? Non puntare a ridurre l’uso dei combustibili fossili per non causare danni a quelle aziende? Non cercare di controllare meglio gli approvvigionamenti pubblici per non ridurre gli aggi di qualcuno? Presentata in questo modo sembra molto in linea con l’argomentazione usata dalle multinazionali americane presso il Tribunale arbitrale di New York quando si oppongono ai liberi Stati nazionali che si permettono di fissare qualche regola. Altra cosa sarebbe chiudere l’esempio dicendo che quando si prende una decisione di politica economica che punta a cambiare l’assetto di un setttore, occorre preoccuparsi di misure di accompagnamento e riconversione per salvaguardare chi opera nelle aziende interessate già presenti.

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