La ricorrenza della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne riporta alla luce i numeri drammatici dei femminicidi e lo stato di emergenza in cui vivono le vittime di violenza. Alcuni passi in avanti sono stati fatti, ma sono ancora troppo timidi.

La questione della violenza di genere è in cima all’agenda dell’Ue, rientra tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 (Goal 5) ed è stata da sempre una priorità di intervento dei diversi esecutivi italiani, a prescindere dagli orientamenti politici dei partiti che si sono susseguiti al governo negli ultimi 20 anni. Eppure sembra che l’entità del fenomeno non sia calata negli anni, o comunque non tanto quanto si ci attenderebbe alla luce degli sforzi messo in campo per il suo contrasto. La cosiddetta strategia delle 3P definita dalla Convenzione di Istanbul (prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire gli autori) disegna un sistema integrato di intervento e di contrasto alla violenza di genere che orienta l’azione dei paesi che l’hanno ratificata, tra cui appunto l’Italia. Ma quali sono i passi in avanti compiuti? Partiamo dai dati sui femminicidi su cui quest’anno si è concentrata maggiormente l’attenzione dei media in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il quadro non è rassicurante: se si osserva l’andamento degli omicidi dal 2002 al 2018, emerge chiaramente che non solo gli omicidi di donne sono rimasti costanti nel tempo (Figura 1), a fronte di una netta diminuzione di quelli degli uomini (anche per effetto della diminuzione degli omicidi per mano della criminalità organizzata), ma anche che le donne vengono per lo più uccise per mano del partner o ex-partner (Figura 2).

Figura 1 – Vittime di omicidio volontario per genere, anni 2002-2018 (valori per 100 mila abitanti).
Fonte: Elaborazioni Istat su dati Ministero dell’Interno, 2019.

Figura 2 – Vittime per omicidio secondo la relazione dell’omicida per genere. Anni 2004, 2009, 2014, 2019 (composizioni percentuali).
Fonte: Elaborazioni Istat su dati Ministero dell’Interno, 2020.

Tuttavia le notizie di cronaca nera, che attirano sempre con tanta curiosità i mass media e i social, vanno affiancate ad analisi e approfondimenti che indaghino le cause profonde di questo fenomeno, investendo tutte le aree di intervento disegnate dalla strategia delle 3P. In primo luogo la prevenzione, volta ad abbattere gli stereotipi e i pregiudizi che alimentano atteggiamenti discriminatori e che sono strettamente legati all’immagine sociale della violenza di genere. Anche in questo caso sono di aiuto i dati dell’Istat: nel 2019 sono usciti i risultati dell’indagine sugli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale. Ne è emersa una foto del nostro paese “grondante” stereotipi: il 39,3 per cento degli italiani intervistati (uomini e donne) ritiene che le donne che non vogliono un rapporto sessuale riescono a evitarlo, così come ben il 23,9 per cento pensa che una donna può provocare una violenza sessuale con il proprio modo di vestire. E ancora: il 66,4 per cento degli uomini e il 74,6 per cento delle donne raggiunti dall’indagine trova nella “difficoltà a gestire la rabbia” uno dei motivi che scatenano gli atti violenti. E ricordiamo tutti la famosa sentenza della Corte d’Assise d’appello che aveva dimezzato la condanna dell’autore dell’ omicidio di Olga Matei da 30 a 16 anni, stemperando l’accusa sulla base di un’incontrollata “tempesta emotiva” dell’autore (sentenza poi annullata dalla Cassazione).

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La domanda da farsi è: sono stati fatti passi in avanti sul piano culturale? Per saperlo ovviamente dovremo aspettare la seconda edizione dell’indagine, così da poter comparare correttamente i dati. Per ora si possono fare solo alcune supposizioni: provando a mettere a confronto i risultati di quesiti simili utilizzati in due indagini fatte a distanza di 8 anni (vale a dire l’indagine Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere del 2011 e la citata indagine), si scopre che alcuni passi avanti ci sono stati ma sono ancora piccoli e molto timidi. L’esercizio di confronto riguarda la seguente domanda posta agli italiani: “è soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia?”. Di seguito si riportano i dati per genere: il grafico rileva che è ancora alta la percentuale di uomini e donne che si trova molto o abbastanza d’accordo con la visione tradizionale del “maschio breadwinner”. Sarebbe interessante andare a fondo e capire come siano cambiati gli atteggiamenti tra le varie classi di età e tra i vari background culturali per poter capire meglio in che modo siano mutati gli atteggiamenti degli italiani.

Figura 3 – È soprattutto l’uomo che deve provvedere alle necessità economiche della famiglia? Confronto risposte indagini Istat 2011-2019.
Fonte: Indagini Istat 2011 e 2019.

Un’ulteriore considerazione, tra le tante che meriterebbero un adeguato approfondimento sul tema della prevenzione, riguarda la trasmissione generazionale della violenza. Secondo l’ultima indagine Istat sulla Sicurezza delle donne (2014), la probabilità di diventare vittima cresce di cinque volte per una donna che ha assistito o subito violenza durante il periodo dell’infanzia. Così come aver assistito o subito violenza accresce di tre volte la probabilità di diventare autore, probabilità che si innalza a sette volte se si è stati vittima di violenza per parte di madre.

Una considerazione finale, questa volta di chiaro segno positivo, viene dalla risposta istituzionale alla richiesta di protezione. Negli ultimi anni la capacità dei servizi territoriali e della rete istituzionali di offrire soluzioni che consentono alle donne di uscire dalla violenza è cresciuta in qualità e quantità, così come la disponibilità del numero di pubblica utilità 1522 di contrasto alla violenza e allo stalking ha indotto le vittime a uscire maggiormente allo scoperto e a denunciare gli atti violenti.

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Tabella 1 – Donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subìto violenza fisica o sessuale da un uomo negli ultimi 5 anni per alcune caratteristiche della violenza e tipo di autore, anno 2006-2014 (composizione percentuale – dati riferiti all’ultima violenza subita).
Fonte: Istat, Indagine sulla Sicurezza delle donne, anni 2006 e 2014​.

Mettendo a confronto ancora le due indagini Istat sulla sicurezza delle donne 2006 e 2014, infine, non solo si evince una maggiore consapevolezza della gravità dell’atto violento ma si innalza fortunatamente la propensione a parlarne con maggiore frequenza, abbattendo il muro del silenzio che ha reso segrete per anni le grida di aiuto delle vittime.

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