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  1. Stefano La Porta Rispondi
    “Attivare il più possibile il trasferimento delle persone dai settori colpiti dalla crisi a quelli che non ne sono colpiti o addirittura ne sono avvantaggiati” comporta percorsi di mobilità geografica e professionale. Ci sono alcuni problemi pratici. Innanzi la mobilità professionale. Se è possibile che un ingegnere o professione assimilata, un professore di scuola, un tecnico informatico possano trovare un'altra occupazione, temo che un addetto alle pulizie, un conduttore di veicoli o un operaio addetto all'assemblaggio abbiano in questo più difficoltà dei primi. Questa soluzione quindi favorirebbe solo alcuni e creerebbe grandi problemi ad altri. Per quanto riguarda la mobilità geografica, essa comporta una riduzione del reddito netto disponibile, per via di spese di viaggio e affitti in precedenza inesistenti. Per i redditi bassi sarebbe un ostacolo insormontabile. Inoltre, non pare che le agenzie del lavoro o gli uffici di collocamento siano pronti per far incontrare domanda e offerta di lavoro su un vasto territorio, come ammette lo stesso autore. Occorrerebbero anni per rifondare il settore e mettere in moto un ciclo virtuoso. Per finire, come sarebbe il contratto del lavoratore migrato in un settore non colpito dalla crisi? A prescindere dall'aspetto economico (e su questo ribadisco i miei dubbi) perderebbe la tutela dell'articolo 18, almeno il vecchio assunto. Ma su questo, mi rendo conto, è un'altra discussione.
  2. Enrico D'Elia Rispondi
    Se il problema è davvero il mismatch, non vedo perché Confindustria non organizzi un sistema di condivisione dei lavoratori tra imprese dello stesso territorio. Potrebbero sfruttare il vecchissimo strumento della "missione" senza bisogno di scomodare Inps, parlamento e sindacati per nuove leggi e accordi. In realtà i dati Excelsior non hanno mai fornito un quadro realistico della domanda di lavoro effettiva e lo dimostra proprio quanto osserva Palazzi: in qualsiasi mercato simili baratri tra domanda e offerta si colmano aumentando i prezzi (in questo caso i salari) ... e questo non sembra avvenire da diversi decenni.
    • Savino Rispondi
      Ormai il lavoro è così merce rara che chi ne è privo accetta qualsiasi condizione salariale al ribasso, quindi questo è un tipo di mercato particolare in cui la rarità dell'offerta (che è un'offerta col "coltello dalla parte del manico", a differenza di altri mercati in cui il prezzo lo fa la domanda) genera una diminuzione del "prezzo" salariale. Il resto lo fanno la presenza del reddito di cittadinanza e una quantificazione sfasata statisticamente della platea che forma la domanda (cosa vuol dire non inserire gli scoraggiati tra i disoccupati? cosa vuol dire non inserire gli studenti dei licei e dell'università tra coloro che sono nella popolazione lavorativamente attiva?), che droga il mercato del lavoro effettivo.
  3. Manuel Rispondi
    Nel testo si scrive: "Subito prima dello scoppio della pandemia, Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) e Unioncamere registravano circa 1,2 milioni posti di lavoro permanentemente scoperti per la difficoltà di trovare la manodopera qualificata o specializzata necessaria" Da HR Specialist non posso che far notare che nel link presente si racconta un'altra storia: "4.553.980 x 26.3% = 1.197.696 posti di lavoro che restano scoperti per difficoltà di reperire la persona adatta. Le hard to fill vacancies sono più di un milione!" Ma il difficile reperimento non equivale a non trovare il profilo ricercato... senza specificare, poi, cosa voglia dire "difficile reperimento". Giorni? Settimane? Mesi? E quanti di questi sono inadeguati per questioni legate alla Ral? Ah, saperlo...
  4. bob Rispondi
    "andrebbe sostenuta la transizione dalle aziende in crisi a quelle che cercano manodopera e non la trovano" Ichino in un Paese moderno e direi "normale" una cosa del genere dovrebbe essere nella norma, nel quotidiano. Non considerato cosa straordinaria. Stessa cosa smart working . Negli USA le lobby sono rappresentate da multinazionali in questo Paese dal gestore del Bar dello Sport
  5. Paolo Palazzi Rispondi
    A questa enorme (32%) carenza di offerta di lavoro ci dovrebbe naturalmente essere un altrettanto sensibile aumento delle retribuzioni di fatto effettive e proposte. Siccome questo non avviene, forse il mercato non conosce la legge della domanda e offerta oppure nelle considerazioni dell'articolo c'è qualcosa che non quadra?
  6. Savino Rispondi
    Anche lo smart working ha, sotto alcuni aspetti, lo stesso effetto negativo del blocco dei licenziamenti, poichè, come questi ultimi, preclude le nuove assunzioni. Non metti certo in smart working una persona assunta da poco tempo, ma lo fai solo per una che conosci bene e di cui puoi fidarti. Così il mondo del lavoro diventa autoreferenziale senza far passare alcuno spiffero per il ricambio d'aria.