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Crisi, debito e crescita: la lezione del “salva Italia”*

Il decreto “salva Italia” fu varato dal governo Monti nel pieno della crisi del debito sovrano. Conteneva misure per rimuovere gli ostacoli che limitavano la concorrenza e, indirettamente, la crescita. Un insegnamento prezioso nella situazione attuale.

Il “salva Italia” e il mercato del credito

L’inatteso e forte shock che con la pandemia ha colpito l’economia italiana richiede misure “non convenzionali” anche di politica fiscale. In un paese già molto indebitato come il nostro, il grande sforzo di finanza pubblica non deve trascurare politiche strutturali di sostegno alla crescita.

Un precedente di rilievo nella storia economica recente è quello del cosiddetto decreto “salva Italia”, varato dal governo Monti a fine 2011, nel pieno della crisi del debito sovrano: conteneva diverse misure volte a rimuovere gli ostacoli che limitavano la concorrenza sui mercati e, per via indiretta, l’espansione del prodotto. Le ragioni del “salva Italia” erano le stesse auspicabili oggi e la lezione di quella esperienza può dunque essere preziosa di fronte alla crisi attuale.

In un nostro recente lavoro abbiamo valutato l’effetto della misura del “salva Italia” che ha proibito alla stessa persona di detenere posizioni in consigli di amministrazione di banche concorrenti: è il fenomeno del cosiddetto interlocking directorates. L’idea sottostante è che le interconnessioni realizzate attraverso esponenti dei consigli di amministrazione possano facilitare il coordinamento nella fissazione dei prezzi. In ultima analisi, un risultato auspicato era quindi quello di abbassare il costo del credito.

Ci siamo concentrati sull’impatto della rottura delle connessioni fra banche sui tassi di interesse praticati sui prestiti alle imprese italiane. La legge dava sei mesi di tempo ai membri di più cda per scegliere tra cariche divenute incompatibili. Nella nostra analisi identifichiamo quindi il secondo trimestre del 2012 come il periodo a partire dal quale la norma avrebbe potuto esplicare i suoi effetti. La figura 1 illustra l’andamento nel tempo delle connessioni e del numero di banche, entrambi normalizzati a uno nel trimestre iniziale. Se prima della riforma si ha una tendenza stabile e un andamento regolare del numero di banche attive, l’indice relativo alle connessioni inizia a scendere, con una forte discontinuità, dal momento in cui la riforma entra in vigore. Nel medio termine l’indicatore si stabilizza perché la legge permette comunque connessioni tra banche molto piccole o operanti in mercati geografici distinti.

I principali dati utilizzati provengono dalla rilevazione Taxia e dalla Centrale Rischi, gestite dalla Banca d’Italia, che forniscono informazioni sui prestiti concessi e sui tassi di interesse applicati dalle banche operanti in Italia. L’analisi si concentra su una particolare tipologia di prestiti, le aperture di credito in conto corrente, che sono prodotti omogenei per durata (non hanno una scadenza prefissata) e per garanzia (non sono assistiti da garanzia reale). Questi dati sono stati integrati con quelli dell’elenco degli esponenti dei cda delle banche (database organi sociali, Orso), anch’esso gestito dalla Banca d’Italia, che ci permettono di identificare le banche collegate attraverso i consigli di amministrazione. Definiamo come prestiti “connessi” quelli erogati alla stessa impresa da banche collegate nel periodo antecedente la riforma. Il fatto che le aziende prendano normalmente in prestito da più banche contemporaneamente ci permette di tenere conto, nel modello econometrico, del potenziale legame tra determinanti non osservabili dei tassi, da un lato, e il fatto che un prestito sia “connesso” o meno, dall’altro. Come esempio della nostra strategia empirica, si consideri un’impresa che prende in prestito da quattro banche, due delle quali sono tra loro collegate: la nostra stima è la differenza tra la variazione media (tra prima e dopo la riforma) dei tassi applicati dalle banche connesse e quella media riferita ai prestiti che la stessa azienda riceve dalle banche non connesse. Il periodo di stima comprende due anni prima e cinque anni dopo la riforma (dal secondo trimestre 2010 al primo trimestre 2017). I trimestri successivi alla riforma sono quelli a partire dal secondo trimestre 2012, termine ultimo per le dimissioni dei membri di più cda.

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Proibire le connessioni ha abbassato i tassi di interesse

La figura 2 riporta la stima della differenza (in punti percentuali) tra i tassi pagati sui prestiti connessi e quelli relativi invece ai prestiti del gruppo di controllo. Prima della riforma (a sinistra della linea verticale rossa) non vi è evidenza di differenze nel costo del credito tra i due gruppi: tutti i coefficienti precedenti il periodo zero sono piccoli e statisticamente non significativi. Non emerge inoltre alcuna differenza anche nel primo trimestre successivo alla riforma, probabilmente perché una variazione dei tassi richiede un po’ di tempo per la rinegoziazione. In seguito, l’effetto negativo sui tassi si manifesta e diventa statisticamente significativo (al 5 per cento) a partire dal quinto trimestre. Le stime diventano poi via via meno precise, poiché la fisiologica uscita delle unità trattate dal campione ne riduce di molto il numero. Nella media del periodo successivo alla riforma, il costo del credito bancario si riduce di 8,4 punti base. Specificazioni empiriche diverse portano a stime più ampie (fino a 31 punti base). Come termine di confronto, si tratta di un effetto comparabile con quelli stimati per le recenti, ampie, misure di politica monetaria espansiva nell’area dell’Unione economica e monetaria.

Figura 2 – Effetto del divieto di interlocking directorates sui tassi bancari alle imprese

Effetto del divieto di interlocking directorates sui tassi bancari alle imprese

Nota: la figura riporta la stima (in punti percentuali) dell’effetto della proibizione dell’interlocking directorates sui tassi praticati alle imprese. Il periodo 0 corrisponde al primo trimestre del 2012. Dati trimestrali. Le barre verticali indicano intervalli di confidenza al 95 per cento.

Altri risultati supportano l’idea che la condivisione degli esponenti aziendali faciliti il coordinamento dei prezzi: (i) nel periodo successivo alla policy, la variabilità dei tassi tra banche precedentemente connesse aumenta significativamente rispetto al gruppo di controllo; (ii) il calo dei tassi è tanto maggiore quanto più grande è il potere contrattuale della banca rispetto all’impresa. Abbiamo anche testato la presenza di eventuali effetti collaterali negativi sulle quantità di credito, come conseguenza dell’aumento dell’asimmetria informativa. In questo caso, l’effetto è nullo: la policy non ha ridotto l’ammontare dei prestiti.

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La norma del “salva Italia” sull’interlocking directorates ha dunque permesso alle imprese italiane condizioni di accesso al credito bancario più favorevoli, semplicemente limando extraprofitti dal lato dell’offerta. Il risultato indica che la strada delle riforme microeconomiche pro concorrenziali è promettente. È anche una strada lunga, data la difficoltà nell’attuare questo tipo di riforme, ma proprio per questo presenta ampi margini di intervento.

* Le opinioni espresse sono quelle degli autori e non possono essere riferite alle rispettive istituzioni di appartenenza.

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Rifiuti organici tra la tutela del mercato e quella dell’ambiente

  1. Michele

    Certamente una norma sacrosanta quella che limita il interlocking directorates. Tutto il resto però assomiglia molto al sillogismo di Montaigne In base al quale il salame disseta…

  2. Enrico D'Elia

    Non minimizzo le virtù della concorrenza, ma mi permetto di ricordare che la discesa dei tassi di interesse dalla fine del 2011 in poi è stata determinata essenzialmente dalle politiche della BCE, più che dai provvedimenti del “Salva Italia”. Già a fine 2011, dopo l’insediamento di Draghi, il tasso di riferimento fu ridotto all’1% (dopo le folli politiche restrittive di Trichet). Poco dopo la BCE varava nuove operazioni di liquidità straordinarie (LTRO) e riduceva i coefficienti di riserva (incongruamente elevati nel bel mezzo della crisi) suddivise in due longer-term refinincing operation (LTRO) con scadenza a tre anni, viene ridotto all’1% il coefficiente di riserva. In pochi mesi arrivarono alle banche quasi 1000 mld di liquidità. A fine luglio dello stesso anno arrivava il famoso “whatever it takes” di Draghi. Non confondiamo i meriti dei due Mario. Quanto agli incroci societari, trovo ingenuo misurarli in termini strettamente personali. Il network che controlla il sistema bancario italiano mi sembra cambiato (poco) soprattutto “grazie” alle acquisizioni straniere, piuttosto che per i provvedimenti di Monti.

  3. Firmin

    Se per stimolare la concorrenza bastasse vietare le partecipazioni multiple nei CDA saremmo nel paese delle meraviglie. La Commissione e l’antitrust europeo hanno accertato che le maggiori banche internazionali, senza bisogno di incroci tra i gruppi dirigenti, si accordavano regolarmente e quasi alla luce del sole per determinare tassi di riferimento, CDS, quotazione dei derivati, ecc. E qualcuno crede ancora che i provvedimenti di Monti sulle banche siano serviti a qualcosa e possano essere utili anche oggi? Oltre tutto, il divieto di interlocking directorates si aggira facilmente e quindi produce solo burocrazia inutile. Come hanno insegnato il caso Iliad nella telefonia e Netflix nei media, gli oligopoli si spezzano solo facendo entrare sul mercato nuovi operatori molto aggressivi. Tutto il resto è noia.

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