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Atenei italiani in crescita nei ranking, ma non basta*

Qualunque criterio si prenda in considerazione, migliorano le posizioni delle nostre università nelle classifiche internazionali. Con alcune eccellenze e ancora molto lavoro da fare. A partire da investimenti e internazionalizzazione.

L’internazionalizzazione dell’istruzione superiore, unita a una crescente richiesta di formazione focalizzata su competenze specifiche e continuamente sottoposte a revisione e verifica, ha spinto a un’attenzione sempre maggiore nei confronti dei ranking internazionali delle università resi noti annualmente, nell’ipotesi che possano guidare sempre di più le scelte nell’ambito della educazione superiore. La formazione di una qualsivoglia graduatoria presuppone – è ovvio – di assegnare un punteggio che di volta in volta viene determinato dalla scelta di specifici indicatori. I responsabili di queste operazioni sono spesso grandi editori o vere e proprie agenzie di ranking sulle quali inevitabilmente grava l’ombra di una certa discrezionalità nella scelta di quegli indicatori che vanno a comporre i suddetti ranking. Discrezionalità che li rende arbitrari e ovviamente difficilmente confrontabili tra loro.

Ranking diversi, diversi risultati

Abbiamo deciso di analizzare in dettaglio due fra i modelli di ranking più usati e diffusi a livello internazionale: il World University Ranking del Times Higher Education e il Quacquarelli Symonds (Qs), quest’ultimo uscito recentemente con ampio risalto sulla stampa nazionale. È cruciale comprendere le differenze che distinguono le metodologie impiegate da questi due sistemi di ranking, entrambi basati su indicatori differenziati ma su cui pesa il ricorso in entrambi i casi a indici reputazionali che difettano di una piena oggettività.

Il primo dei due ranking si basa su 13 indicatori suddivisi in cinque aree. Esse prendono in esame rispettivamente:

– l’insegnamento (che pesa per il 30 per cento sull’indicatore complessivo);

– la ricerca (peso del 30 per cento);

– le citazioni degli articoli scientifici pubblicati dai docenti presenti nell’ateneo (peso del 30 per cento);

– l’internazionalizzazione (peso del 7,5 per cento);

– il trasferimento tecnologico (2,5 per cento).

Per la misurazione del primo criterio si utilizza un’apposita indagine reputazionale a livello internazionale, cui si aggiungono la capacità di attrazione fondi da parte dello staff docente e il rapporto tra studenti e dottori di ricerca e il corpo accademico. Il secondo indicatore viene valutato anch’esso attraverso un’indagine reputazionale, ma si includono anche i finanziamenti ottenuti, mentre per il terzo qualità e quantità delle pubblicazioni riferite all’istituzione sono misurati con i consueti algoritmi che utilizzano la banca dati Scopus per le citazioni. Il grado di internazionalizzazione valuta ovviamente il numero di studenti e staff internazionali sul totale degli addetti ma anche i rapporti di collaborazione con istituzioni straniere. Il trasferimento tecnologico, infine, considera il volume finanziario generato dai proventi riferibili alla proprietà intellettuale (brevetti, spin off, etc.).

Il secondo ranking prodotto da Quacquarelli Symonds è basato invece su sei indicatori:

– un indice reputazionale dell’ateneo (che pesa per il 40 per cento dello score complessivo), costruito attraverso una indagine presso numerosi accademici di fama internazionale;

– occupabilità dei propri studenti (10 per cento del punteggio finale);

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– rapporto tra numero di docenti e numero di studenti (20 per cento del punteggio finale);

– citazioni per docente (ottenute nella banca dati Scopus – 20 per cento del punteggio finale);

– quota di docenti (5 per cento del punteggio finale) e di studenti (altro 5 per cento) internazionali.

Per quanto riguarda il Times Higher Education World University Ranking, l’ateneo italiano che raggiungeva l’anno scorso la posizione più elevata è la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che si collocava al 153° posto, seguita dalla Scuola Normale Superiore al 161° e dall’Università di Bologna al 180°. Disaggregando poi il dato per i cinque criteri che compongono l’indicatore aggregato si evidenziano alcuni risultati interessanti che ripropongono invece una capacità, almeno potenziale, di raggiungere vertici di eccellenza da parte di alcuni nostri atenei: l’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano si colloca nel top 3 per cento mondiale in termini di citazioni, mentre il Politecnico di Milano e la Scuola Sant’Anna si attestano su posizioni di preminenza per quanto riguarda le collaborazioni col mondo industriale. Le Università di Bolzano e Trento, infine, spiccano in termini di internazionalizzazione.

Viceversa, la recente pubblicazione del ranking Quacquarelli Symonds delle principali università italiane comprese tra i primi mille atenei mondiali, sia a livello aggregato che per i cinque componenti sui quali il ranking è calcolato, evidenzia un’amara sorpresa per l’Italia: la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna non compaiono in graduatoria in quanto istituzioni che non conferiscono il diploma di laurea (Ba) ma solo lauree magistrali e dottorati, oltre a non coprire almeno due macro aree disciplinari (fatto peraltro contestato dagli interessati). Per contro, a livello complessivo l’ateneo italiano con il posizionamento più elevato è il Politecnico di Milano che si colloca al 137° posto mondiale (era al 156° l’anno precedente); altrettanto buone le performance di Bologna (160°), Roma-Sapienza (171°) e Padova (216°).

Trend positivo ma c’è da migliorare

In chiave dinamica è da notare però che la maggior parte dei nostri Atenei ha visto una crescita nelle proprie posizioni di tutto rispetto, tanto da far dire a Ben Sowter, Direttore della Qs Intelligence Unit, “un trend positivo per la maggior parte delle università italiane” grazie al “miglioramento significativo nell’indicatore che misura la reputazione e in quello che misura l’impatto della ricerca”. Constatiamo dunque anche da questa affermazione come il fattore reputazionale giochi un ruolo decisivo nella formazione dello score finale. Esso non può ritenersi sempre esente da una certa discrezionalità, intervenendo su di esso fattori soggettivi come la stratificazione nel tempo di reti accademiche e di rapporti personali, oltre alle capacità di comunicazione degli atenei stessi. Un altro limite spesso sottolineato dagli esperti è costituito dal peso eccessivo di alcuni indicatori che finiscono per minimizzare quello di altri, specialmente considerando che si stanno confrontando atenei di dimensioni molto diverse, in contesti altrettanto differenziati e senza alcuna correzione per questi fattori.

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Per limitare l’impatto delle componenti reputazionali potremmo allora indirizzare l’analisi in direzione di altri istituti di ranking internazionale focalizzati in modo più specifico sulla ricerca e/o sul conseguimento di riconoscimenti internazionali (quali premi Nobel o Field medals): per esempio il ranking di Shanghai o quello di Leiden. Il limite di questi ultimi però è che essi comunemente attribuiscono un peso preponderante alle materie tecnico-scientifiche e questo non favorisce certo le università italiane che tendono a conseguire risultati di sicura eccellenza anche nel settore delle discipline umanistiche.

Per concludere, ci domandiamo cosa sia possibile fare per migliorare il posizionamento dei nostri atenei in questi ranking, specialmente considerando il buon posizionamento del paese nella ricerca su scala internazionale. Si potrebbe ripetere – come in effetti si legge spesso – che servirebbero maggiori investimenti per ricerca e formazione superiore, e certo è anche il nostro auspicio. Ma questo da solo non basta. Un importante nodo spesso trascurato e non eccessivamente condizionato dagli investimenti è quello dell’internazionalizzazione, sempre molto valutata all’interno dei sistemi di ranking. Su questo terreno è possibile agire con maggiore energia: l’Italia infatti finisce per non brillare in questo parametro, e non solo per problemi legati alla lingua; un miglioramento notevole potrebbe scaturire da un maggiore impulso alla valorizzazione e apertura del nostro sistema di alta formazione artistica e musicale (Afam); se questi corsi venissero anche formalmente assimilati ai corsi di laurea e opportunamente propagandati all’estero attrarrebbero studenti e docenti stranieri in numeri considerevoli, aumentando le collaborazioni con atenei specialmente asiatici e del Nord America.

È infine necessario lavorare sulla costruzione di un numero più ampio e articolato di indicatori all’interno dei meccanismi di finanziamento del nostro sistema formativo, in modo tale da allineare maggiormente il finanziamento delle istituzioni alla competizione internazionale che si materializza nell’uso dei ranking. Tali indicatori, usati per determinare la quota premiale nei finanziamenti nazionali, dovrebbero essere più vicini ai parametri usati nei sistemi di ranking che abbiamo analizzato, e quindi accanto alla internazionalizzazione andrebbero inclusi il rapporto fra docenti e studenti e soprattutto il trasferimento tecnologico. In questo modo si promuoverebbe l’immagine del sistema universitario nazionale, come meriterebbe proprio alla luce della qualità della sua ricerca.

Paolo Miccoli è stato presidente di Anvur fino a gennaio 2020, quando è stato sostituito da Antonio Uricchio. Daniele Checchi è stato membro del Consiglio direttivo di Anvur.

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  1. bob

    “Le Università di Bolzano e Trento, infine, spiccano in termini di internazionalizzazione”. Può cortesemente spiegarmi in termini reali cosa vuol dire? Quali sono i parametri che indicano questo dato?

    • Paolo Miccoli

      Queste due Università hanno tendenzialmente un numero più elevato di studenti stranieri e anche di docenti stranieri per motivi vari: territorialità di confine, maggiore libertà di contratto, corsi in lingua non italiana , accordi con Università di lingua tedesca in particolare per Bolzano etc. Questo innalza i parametri di internazionalizzazione come può vedere dallarticolo

      • bob

        grazie per la precisazione che immaginavo. La mia domanda però voleva sottolineare che classifiche e statistiche vanno interpretate, altrimenti non solo sono inutili ma fanno anche danni. Un conto esporre contestualizzando come Lei ha fatto il dato dell’internazionalizzazione. Un conto affermare “Le Università di Bolzano e Trento, infine, spiccano in termini di internazionalizzazione.” Cosa molto diversa dalla realtà

  2. emilio

    concordo su un fatto: non sono i cosiddetti investimenti a fare la differenza. Per il resto ci vorrebbe tanta più voglia di lavorare che nelle università scompare… il che richiede una indagine del tutto differente dagli indicatori ..

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