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  1. Henri Schmit Rispondi
    La dott.ssa Antonella Viola, scienze biomediche, università di Padova, (a RAI news 24 del 20 luglio) critica le regole cogenti di assunzione nel mondo accademico fondate sul numero delle pubblicazioni, un formalismo che impedisce alla responsabile di assumere i candidati secondo lei più validi. Dovrebbe far riflettere ... anche per spiegare i risultati discussi nell’articolo.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Il rapporto dell'Anvur è di grande qualità e molto interessante. Nonostante ciò mi domando se non ha ragione "emilio": l'abitudine - in un paese dove conta la forma più della sostanza - di gonfiare i CV si ripercuote sulla quantità (aspetto comunque positivo, agevolato anche dalle modalità digitali) e sulla qualità media delle pubblicazioni. Parlando solo delle materie che più mi interessano, le "scienze" (sic) giuridiche e politiche, temo che siamo tornati al livello della scolastica quando si dimostravano i teoremi non con l'analisi logica, ma con la referenza a presunte autorità: "ipse dixit". Spesso la ricerca in Italia nel campo guridico-politico si riduce a una compilazione di "ipse dixit".
  3. emilio Rispondi
    a seguito del famoso criterio di valutazione i nostri universitari hanno iniziato a scrivere e referenziarsi tra loro molto di più di prima per rimpinguare il loro curriculum. Cio non significa che la ricerca sia migliorata. Da quel punto di vista basta guardare i risultati nelle varie materie e i brevetti ottenuti ad es. su farmaci e quant'altro per capire che la nostra ricerca è e resta di secondo ordine. il copia e incolla e il referncing sono una delle maggiori invenzioni …. del nostro secolo
  4. Monica Mincu Rispondi
    Abbiamo tutti vissuto il modo in cui la cultura della valutazione della ricerca sia cambiata negli ultimi anni - e su input politico "dall'alto" che è stato decisivo. Si ottengono questi esiti senza disporre di un sistema di supporto istituzionale (head of research non solo di nome, ma di fatto) e politiche di supporto interno alla ricerca sostanziali come quelle esistenti in UK, per esempio. Alcune realtà sono tuttora impostate su una cultura di ricerca perlopiù individualistica - non in team, senza intercettare obiettivi anche comuni e senza disporre di coaching/tutoraggio e supporto effettivi per chi è all'inizio della carriera. Il vice-direttore alla ricerca è quasi interamente un ruolo a servizio degli altri colleghi, della loro qualità nella ricerca e pertanto manageriale.
    • bob Rispondi
      dott.sa la ricerca per come la intende Lei non può prescindere dal mondo industriale e di produzione , cosa che in Italia latita. Non si dimentichi che a parte eccezioni la nostra è una produzione di bassa tecnologia se non addirittura di sub-fornitura. Un gap di 40 anni non è facile riempirlo con una stagione
  5. Massimo Coletti Rispondi
    Solo per precisione, una domanda. L'attribuzione "italiana" si basa sulla nazionalità dell'istituto di affiliazione dell'autore e non sulla nazionalità dell'autore stesso?
    • Paolo Miccoli Rispondi
      Si fa riferimento all’affiliazione, quindi istituzioni italiane
  6. Max Rispondi
    Articolo interessante, tuttavia l'analisi su dati Scival è riportata a livello Paese, mentre le classifiche (QS, THE, ecc.) riguardano le università presenti nelle prime "n" posizioni mondiali. Una possibile razionalizzazione è che la qualità media della ricerca italiana (come misurata dagli indicatori citati nell'articolo) sia buona e stia migliorando. Quindi sarebbe interessante non andare a guardare la presenza delle nostre università nelle prime "n" posizioni delle classifiche, ma considerare l'indicatore medio (QS, THE, ecc.) per Paese utilizzando questi ranking (quindi facendo la media di tutte le università italiane, tedesche, US, ecc.) e vedere se l'apparente paradosso scompare. Altrimenti potrebbe essere semplicemente che sebbene la qualità media in Italia sia buona e stia migliorando, non abbiamo per varie ragioni concentrazioni o dimensioni (es. numero assoluto di ricercatori "eccellenti" per Ateneo) di "qualità" della ricerca tali da contendere le prime (anche solo 200) posizioni ai "mostri sacri".
    • Paolo Giannozzi Rispondi
      Ottimo punto di MaX. Supponendo per assurdo che le classifiche delle universita' abbiano un qualche valore, basta estendere lo sguardo un po' piu' in la', per esempio alle prime 500, per trovare universita' italiane in numero comparabile a quelle francesi o tedesche. Il sistema universitario italiano non e' fatto per concentrare le "eccellenze" (ammesso che sia giusto farlo, cosa di cui e' lecito dubitare): non ce ne sono le condizioni legislative e burocratiche e men che mai i soldi (la didattica e la ricerca di qualita' costano).