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  1. mario Rispondi
    nel frattempo c'è chi non vuole aspettare né accontentarsi, d'altra parte dopo il socialismo, il paradiso i muri la razza pura e il reddito di cittadinanza questo almeno è un'idea a costo zero e benefica per l'ambiente, no? https://www.change.org/p/governo-italiano-smart-working-sia-la-norma-non-l-eccezione?recruiter=1123862800&recruited_by_id=366220e0-b6c3-11ea-ae1c-3302801fc654&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=petition_dashboard
  2. Fabio Rosi Rispondi
    Lavoro in un azienda privata da 20 anni e da 20 anni pratico lo smart working. Credo di parlare con cognizione di causa. Ichino centra perfettamente il problema quando scrive" che il lavoro è "smart" perché funziona sulla base di un rapporto di fiducia e collaborazione tra le parti particolarmente intenso, che sostituisce timbratura del cartellino e altri controlli sull’assiduità dell’impegno. Ora, dato che la mia azienda ha chiuso letteralmente i battenti e siamo tutti al lavoro da casa, osservo che lavorare SOLO da casa è altrettanto stressante e snervante che lavorare SOLO in ufficio. Quindi, se gli enti pubblici e le aziende private NON riusciranno a normare il lavoro "agile" sulla base della fiducia, sarà un mezzo disastro. Avere la possibilità di passare un giorno alla settimana in ufficio è VITALE, per qualsiasi dipendente, anche per il più produttivo. Questa in brevissima sintesi è la mia esperienza sul campo. Avrei altre 9 cose da dire, ma questa era la più importante !
  3. Gianfranco Rossini Rispondi
    Assolutamente d'accordo con la sostanza dell'articolo di Ichino, anche se ritengo che il lavoro da remoto (nel senso migliore del termine) e' destinato ad essete la forma predoninante del lavoro del futuro, sia in ambito privato, che pubblico. .
  4. franco benincà Rispondi
    sono un ex funzionario della PA. Ho sempre cercato di incentivare l'informatizzazione e successivamente la digitalizzazione. Devo purtroppo dire che ho sempre trovato ostacoli inerziali, di iniziativa e un conservatorismo procedurale legato a ortodossie non adeguate all'evoluzione dei tempi. Non vedo proprio uno sviluppo di questo rivoluzionario sistema di lavoro, se non altrimenti collegato alla fine completa e alla rigenerazione della dinastia dominante dei Faraoni della PA.
  5. Alessio Franzoni Rispondi
    Perché lo smart working sia quello che dovrebbe essere e così apportare vantaggi in ordine alla produttività, costi per spazi, postazioni e tempi di lavoro e di vita, ambiente, traffico, ecc., occorre un punto di partenza ineludibile. Questo è rappresentato da una buona conoscenza dello strumento e da una altrettanto buona programmazione dell'attività. E' di fondamentale importanza che questi aspetti vengano organizzati da un buon datore di lavoro. Se si decide senza conoscere, senza programmare e magari senza riqualificare, è pressoché certo che si compia il classico salto nel vuoto. E sarebbe un peccato perché sarebbe un'occasione sprecata.
  6. Mauro Alberti Rispondi
    L'articolo di Oliveri dice un'altra cosa, ovvero: "In ogni caso, su 3,2 milioni di dipendenti, quelli per i quali lo smart working emergenziale ha costituito un rischio non certo di una vacanza, bensì di una cassa integrazione mascherata e pagata al 100%, possono essere stimati in un 10% circa. Non poco, certo. Ma, siamo lontani dai “milioni di dipendenti in vacanza” di cui si è parlato."
  7. Marco De Antoni Ratti Rispondi
    Ora che il rampante governatore Zaia ha aggiunto 1.000 di multa per ogni violazione del suo editto sui TSO obbligatori, lo smart working diventerà l'unica modalità di lavoro economicamente sostenibile nel nord-est, ad eccezione delle molte aziende che sono già fallite fra un crack bancario e l'altro. Peccato che il diritto penale sia unico in tutto Lo Stato e, già prima dell'editto del re, il reato di pandemia colposa contemplasse pesanti sanzioni limitative della libertà personale.
  8. Savino Rispondi
    Siamo passati dall'assalto ai furbetti al liberi tutti. La P.A. per definizione è attività d'ufficio, soprattutto per la nozione di impiegato di concetto. Lo smart working è l'ultimo arroccamento di pelandroni sindacalizzati e politicizzati che stanno trasformando, con la complicità dei 5 stelle, la funzione pubblica nel nuovo reddito di cittadinanza. Abbiamo i nostri talenti ricercatori all'estero, avviamoli verso una P.A. moderna ed efficiente e mandiamo via chi si corrompe per un'abbacchio, come dicono dall'Anac. Ricambio generazionale, non c'è altra soluzione.
    • Alessandro Rispondi
      A febbraio 2022 avrò 67 e andrò in pensione. Nel frattempo lavoro da casa e il mio servizio è completo al 100% - come lo era dall'ufficio. Il problema fondamentale è che se si lasciano inalterate le procedure non cambierà nulla. Digitalizzare dovrebbe essere la base di ogni riforma ma se non si cambiano i processi produttivi è tutto inutile. Dall'ufficio e da casa mi muovo tra applicativi che non comunicano tra loro e ridigito i dati...
  9. Enrico D'Elia Rispondi
    Siamo abituati alle grida manzoniane. Quelle sullo smart working sono solo particolarmente pittoresche. Gli anglosassoni, che sono piuttosto pragmatici, dicono che una torta si giudica dal gusto. Quindi per "regolare" lo smart working non servono norme, ma rilevazioni sui risultati e provvedimenti che rendano più efficiente questa modalità di lavoro, che decongestiona le città e riduce i costi per immobili, climatizzazione, illuminazione, ecc. Mi spingo a sostenere che lo smart working sarebbe preferibile perfino se simili risparmi superassero il costo di lasciare nell'ozio eventuali "furbetti" (...che difficilmente diventano iperproduttivi in ufficio). Quanto alla stima della platea potenziale dello smart working direi che bisogna valutare il tempo effettivo in cui è davvero necessaria la presenza fisica del lavoratore. Per esempio, verbali e scartoffie possono essere compilate a casa anche da un poliziotto, un vigile del fuoco, un magistrato, un docente, un medico, ecc. E la maggior parte delle riunioni possono essere evitate o svolte online (casomai usando lo spid per evitare sostituzioni di persona).
    • bob Rispondi
      il suo è un discorso troppo corretto, onesto, intelligente e lungimirante in un Paese come questo. Al dott. Iachino dico che non è questione di "idea sbagliata" ma solo e soltanto di cultura. Una parte del Paese crede che questa pandemia abbia creato la crisi. Non è così. L'emergenza ha solo portato alla luce una crisi culturale non riscontrabile in nessun Paese del mondo. Un Paese vecchio. Un Paese dove l'80% delle persone non conosce cosa vuol dire inviare un CV, ma conosce bene il sindacalista di turno, il mediocre politico locale e non, il prete etc etc . Sentire di parlare di smart working in italiano stentato un segretario di uno dei sindacati ti cadono le braccia a terra. Chi è entrato nel mondo del lavoro per merito , pochi ma ce ne sono, apprezzano questa modalità e le aziende private organizzate ne hanno ricevuto in termini di produzione benefici enormi.
      • Amegighi Rispondi
        Sono molto daccordo con la sua visione. Aggiugerei solo che il paese è "vecchio" non solo per età, ma, e soprattutto, per mentalità e cultura (soprattutto scientifica). Sentir parlare in questi mesi sia persone impiegate nel pubblico che nel privato, stimati professionisti, come imprenditori, mi ha fatto letteralmente cascare le braccia. Vedere persone che vantano posizioni di prestigio, cosiddetti manager di primo piano, collegarsi a riunioni di lavoro usando uno smartphone senza comprendere il significato di avere un computer e di condividere documenti, è stata per me l'evidenza fattuale dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Non basta conoscere gli antichi latini e citare Dante (spesso a casaccio pescando in Internet) se a questo non si abbina una conoscenza del presente e del possibile futuro. Questo genera solo navigazione alla giornata, volgendo lo sguardo indietro su quanto fatto, senza voltarsi avanti e pensare a quanto c'è da fare.
        • Dario Ciccarelli Rispondi
          Credo sia opportuno tenere conto che, nella Pubblica Amministrazione, il "cartellino" non è soltanto uno strumento di rilevazione delle presenze in ufficio. Il cartellino, nella P.A., è un'icona, un simbolo; è il pilastro di un modello organizzativo e di una visione antropoligica. Questo modello organizzativo è quello burocratico, quello dei rotismo amministrativi, voluto da Cavour, entro il quale i dipendenti pubblici - secondo una logica binaria on/off (on: se hai timbrato; off: se non hai timbrato il cartellino) - sono italiani di cui diffidare, che non devono fare altro che applicare la legge. Non è un caso, in questo modello fatto di automatismi e di automi, che, nel modello burocratico scolpito da Cavour, il dirigente pubblico - come organizzatore di risorse e di processi -. di fatto non esista affatto. Conosciamo forse nomi di dirigenti pubblici? Abbiamo forse l'abitudine di riconoscere rilevanza sociale alla dimensione organizzativa? No. E no. Nella mente di molti le Organizzazioni Pubbliche non sono "organizzazioni", con le loro complessità da governare quotidianamente da manager, ma sono il risultato delle leggi. Il dibattito sullo smart working appare inquinato da questo vizio. Può un modello organizzativo, che contiene una visione antropologica, cambiare da oggi a domani? Conosciamo i modelli fondati sulla "fiducia" e sulla responsabilità (sul modello di "clan": vedi William Ouchi e vedi Ronald Coase, premio Nobel)? Lasceremo spazio ai manager?