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Fassina e i contratti

Stefano Fassina, Corriere online, 7 febbraio:

“Siamo l’unico paese dove il contratto precario costa meno del contratto stabile”.

FALSO

Come mostra la tabella qui sotto, in tutti i paesi dell’Unione Europea per cui sono disponibili dati individuali su salari lordi e tipologie contrattuali (fonte EU-SILC), i contratti a tempo indeterminato costano più dei contratti a tempo determinato, a parità di livello di istruzione e di esperienza lavorativa. Non risulta che ci siano riduzioni contributive o fiscali per i contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli “precari”. Semmai il contrario. Quindi sembrerebbe che ovunque i contratti a tempo determinato costino meno di quelli a tempo indeterminato.

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* Premio salariale: quanto in percentuale viene pagato di più un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato rispetto a un contratto a tempo determinato a parità di anni di istruzione ed esperienza lavorativa.

Fonte: Tito Boeri, Institutional reform and dualism in European labour market, in Orley Ashenfelter e David Card, Handbook of Labour Economics, 2010

*a cura di Checkmate e LinkTank

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  1. Giuseppe Attardi

    Di solito si considera il passaggio al tempo indeterminato un progresso di carriera. Se fosse come dice Fassina e a parità di salario netto, non ci sarebbe incentivo a questo passaggio per il lavoratore, ma solo per l’azienda e quindi ci sarebbe un conflitto. Il lavoratore dovrebbe scegliere tra più salario o più garanzie (relative).

  2. Emanuele Gerratana

    I risultati del lavoro di Boeri sono molo interessanti, ma questo non e’ un fact-checking: Per giudicare l’aderenza al vero dell’affermazione di Fassina bisogna controllare questi due fatti:
    1) Quando l’Italia ha introdotto per legge delle figure di lavoro temporaneo (per esempio con il pacchetto Treu) ha imposto un minore peso contributivo sui contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato? (Fassina dice si’).
    2) I Governi di altri paesi Europei che hanno introdotto per legge contratti a tempo determinato, hanno ridotto il loro peso contributivo rispetto ai contratti di lavoro a tempo indeterminato? (Fassina dice no).
    Penso che la risposta alla prima domanda sia si’ (corregetemi se sbaglio). Per rispondere alla seconda domanda bisogna controllare le riforme fatte (le leggi) negli altri paesi Europei. Questo sarebbe il fact checking. Voi invece riportate dei risultati di una regressione che ci dice che le imprese pagano un salario lordo piu’ alto a un lavoratore a tempo indeterminato di uno a tempo determinato a parita’ di anni di istruzione e di esperienza lavorativa. Il risultato e’ interessante e in linea con il modello teorico presentato da Boeri nell’articolo. Ma non e’ fact checking.

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