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  1. Paolo Sbattella Rispondi
    Condivido pienamente le proposte degli autori ed il "modello Genova" e' sicuramente da replicare. Abbiamo bisogno di professionalita' indiscutibili e dai risultati certi e riscontrabili facilmente anche e soprattutto nel campo delle opere pubbliche. Aggiungo anche che il Ministero dello Sviluppo Economico ed il Ministero delle Infrastrutture lavorino concretamente ed in sinergia per contribuire a sbloccare nel tempo più breve possibile i cantieri e le opere gia' cantierate. I fondi vanno utilizzati prontamente, perche' questo e' cio' che richiede un' economia moderna e soprattutto una nazione come l'Italia che deve competere nel complesso scenario internazionale. Il gap infrastrutturale italiano che dura da molti anni va recuperato con piani, azioni concrete e realizzazioni complete di opere in tempi certi. Sono state fatte negli anni fin troppe analisi a cui non sono seguiti fatti concreti ed e' ora di cambiare direzione. Si stabiliscano le regole, si diano le direzioni e si verifichino i risultati. E' una logica semplice, occorre una volonta' ed un'autorevolezza governativa che la persegua. Basta trovarla.
    • Emanuele De Candia Rispondi
      Come non essere d'accordo con ciò che enuncia. Mi chiedo soltanto come faccia ad attribuire questo effetto al Modello Genova da trasporre da una singola opera a modello per il procurement pubblico. Fa correttamente riferimento al concetto di verifica dei "risultati", anomalo per i criteri che informano l'azione amministrativa. La prima criticità è in base a quali certezze il Modello Genova debba essere la soluzione quando tale modello non è altro che la riproposta della “legge-obiettivo”, nato nel 2001 per le infrastrutture strategiche e definitivamente abbandonato nel 2015 per dimostrata inefficienza, maladministration. La seconda è più semplice, fa riferimento alla verifica dei "risultati" e mi chiedo come lei abbia potuto valutare il risultato positivo che adduce attraverso le analisi delle alternative dei progetti proposti, considerando che è stato affidato in modo diretto e senza alcuna gara. Come possa quindi valutare il criterio della migliore sostenibilità finanziaria e convenienza economico-sociale, la compatibilità ambientale e non ultima la robustezza dell'analisi del rischio e di sensitività, tutti compresi nel progetto di fattibilità tecnica ed economica (ex studio di fattibilità), sulla base dei quali gli operatori economici competono con propri progetti e soluzioni. Come fa cioè a sapere che l'opera risultato che indica non sia costata il doppio (a parità di qualità) rispetto un diverso modello/procedura?
  2. Luciana Grippo Rispondi
    Ottimo articolo, contiene anche proposte costruttive
  3. Emanuele De Candia Rispondi
    Se il problema è quello della carente progettazione value for money, non risulta chiaro come la logica del modello genova sia quella più adatta a favorire la concorrenza tra progetti. Non è necessario tale modello per spostare la tutela cautelare dall'annullamento all'azione di risarcimento, ed è già in prevalenza nei fatti questo aspetto, mancherebbe solo un completamento. Di fatto non è rilevante per qualificare la progettazione e l'implementazione. Quanto all'avversione del RUP, la responsabilità contabile e amministrativa, allo stesso modo è ormai prevista solo caso di dolo accertato (art. 122, commi 8 e 9, del d.l. n.18/2020) per l'emergenza, tale potrebbe essere consolidato per il post senza particolari riforme. Chi presenta e chi valuta i progetti sono aspetti che rimangono elusi. Come rimane eluso l'aspetto del chi controlla, se l'obiettivo è spostare dalla logica della compliance, causa della moltiplicazione degli adempimenti formali e dei ritardi, a quella dei risultati. Il D.lgs. 50/2016, nelle disposizioni più innovative, qualificazione delle stazioni appaltanti e qualificazione delle imprese è rimasto inattuato. Questi nodi si prestavano ad essere applicati con strumenti di market design per favorire imprese e progetti migliori. Il modello Genova è molto diverso dal trasporre le direttive europee con il minino di gold plating. E' in realtà più un confidare sul dirigismo illuminato senza alcuna evidenza che dia risposta ai problemi della domanda pubblica.
  4. Henri Schmit Rispondi
    Non capisco. Un fondo comune? No! Sarà un fondo strutturale specifico, presumo, praticamente una quota del budget UE. PASSIVO: L'ERF sarà alimentato da nuovi trasferimenti di tasse (come avviene già adesso per il budget UE, 1% IVA). Non ci saranno "tasse europee dirette". Sarà possibile emettere obbligazioni, ERF-bonds. Non capisco l'utilità del perpetual. Meglio una scadenza, una durata non troppo lunga, non rendere il budget troppo ingessato. ATTIVO: non bisogna menzionare trasferimenti a fondo perduto (come succedeva per alcuni fondi strutturali di cui l'Italia ha beneficiato nel passato) per importi così ingenti. Nel contesto, scusate, sarebbe follia! Saranno prestiti. Ora gli autori ipotizzano pure investimenti europei diretti "avvalendosi delle strutture dei paesi membri", campo in cui l'Italia avrebbe da offrire tanto (modello Ponte Morandi, ANAC ...). Eresia! L'idea mi fa ridere, o tremare: un Leviatano europeo con mani e gambe nazionali, italiane! Non esiste nell'UE. Ci saranno solo prestiti per programmi determinati, a condizioni comuni, quindi decise e verificate da istanze europee; questo implicherà a mio parere anche un controllo più stretto sulle politiche di bilancio in generale (fungibilità di risorse e spese). Quello che veramente conta, invece manca: per le ingenti risorse (nazionali e europee) servirebbe un piano normativo e settoriale per l'investimento privato (riforma fiscale, giudiziaria) e pubblico (infrastrutture, digitale, ambiente, turismo, etc).