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  1. toninoc Rispondi
    Le condizioni in essere, (sociali, politiche economiche, sanitarie ecc. ecc.) della Corea sono molto diverse da quelle italiane, per cui sono diverse anche le azioni intraprese dalle nostre autorità politiche , su indicazione delle autorevoli autorità sanitarie. Penso che i nostri scienziati siano preparati almeno come i coreani ed abbiano fatto del loro meglio per rallentare l'avanzata dell'epidemia. Dobbiamo però riconoscere il menefreghismo e l'incoscenza di una parte (pur piccola )di nostri connazionali che con il loro comportamento hanno contribuito ed ancora lo fanno, a vanificare in parte il lavoro degli scienziati. Anche alcuni interessi di particolari settori della nostra società che per la loro attività (penso al calcio ma non solo) hanno radunato folle di persone anche dopo gli allarmi delle autorità sanitarie italiane e mondiali, o le azioni politiche sui continui tagli alla sanità. Quindi se ci si chiede di essere un po' cinesi o coreani, scavalcando magari qualche diritto personale, accettiamolo se non vogliamo rientrare a casa col rischio di avere delle cattive notizie. Tutti siamo bravi a dare buoni consigli .....dopo. Dovremmo essere altrettanto bravi a dare il buon esempio in attesa che gli studiosi trovino il farmaco giusto per proteggerci da questa nuova peste. L'umanità insegue la conquista dell'infinito universo e viene sconfitta da un essere microscopico nato non sulla luna o su Saturno ma sotto i nostri piedi, nel nostro pianeta.
  2. Max Rispondi
    Ci sono delle norme che impongono di limitare al minimo gli spostamenti, siamo in una situazione di lockdown. Questo vuol dire che i cittadini dovrebbero spostarsi quasi solo per recarsi al lavoro (per garantire la produzione di servizi o beni necessari), per fare la spesa, o per questioni di salute. Mi sembra assurdo in questa situazione preoccuparsi troppo del diritto alla privacy, perché se rispetto le norme dovrei essere tracciato in uno dei posti sopra (per le zone vicino agli ospedali si potrebbe evitare il tracciamento e mettere delle pattuglie, e monitorare i malati che sono a casa). Se non le rispetto, beh allora per il bene pubblico (ovvero preservare il diritto alla vita, mia e degli altri) molto meglio che venga tracciato. E' chiaro che è una situazione emergenziale e che non si tratterebbe di una misura da conservare anche in futuro (il Garante della Privacy dovrebbe vigilare per il futuro e sicuramente lo farebbe). Da implementare almeno sin tanto che le terapie intensive e gli ospedali sono pieni. Altrimenti, con studi ex-post, si troverà che ci sono stati più morti nei paesi dove più forte è la tutela della privacy dei cittadini (già sarà così con l'evasione fiscale, scommetto). Poi non mi fate dire nulla su quelli che non riescono a rinunciare alla corsetta a piedi o in bicicletta, dal giorno dopo il lockdown (non dopo 2 o 3 mesi...). Un consiglio: oltre al corpo dovrebbero allenare anche un po' la testa.
  3. Fabrizio Fabi Rispondi
    Sembra chiaro che occorra concentrarsi sull'identificazione e l'isolamento drastico di tutti i "focolai" (singoli individui, comunità, territori..). Inoltre, il "distanziamento" deve essere molto forte e rigoroso al chiuso (luoghi di lavoro, mezzi di trasporti, supermercati).. Il monitoraggio dei cellulari è un'infrazione alla privacy, che, se circoscritta a minoranze e ben limitata nel tempo, danneggia i diritti meno che restrizioni dure e generalizzate a tutti della libertà di movimento.
  4. Lantan Rispondi
    Articolo interessante! Non so se la strategia "coreana" possa essere applicata all'Italia oggi ma, senz'altro, un aumento consistente dello screening coi tamponi per isolare i positivi - quelli che non sanno di esserlo - a questo punto sarebbe opportuno. Gli autori non dicono se anche in Corea è stato adottato lo scellerato modello "regionalistico" della Sanità che, da noi, ha mostrato tutti i suoi limiti nell'emergenza COVID. Mi pare però di capire fra le righe che in Corea del Sud vige un modello "statalista"... a giudicare anche dal numero dei posti letto ospedale per la popolazione. Il modello coreano presuppone infatti un numero di posti letto maggiore di quello attualmente esistente in Italia.
    • Lorenzo Rispondi
      Voglio solo ricordare che "lo scellerato modello "regionalistico" della Sanità" è stato confermato da ben due referendum nel 2001 e nel 2016.
  5. Giacomo Crivell Rispondi
    Every one has things to learn.Some have more than others - Italians by way
  6. Zipperle Rispondi
    La stessa strategia (soprattutto screening a tappeto) pare la stia seguendo la Germania
  7. Enrico Rispondi
    Leggo che al 13 Marzo la Corea del Sud ha fatto il triplo dei tamponi rispetto all' Italia , contrariamente a quanto suggerito dall'OMS di farlo solo ai sintomatici. Quest'ultimo suggerimento mi sembra da rivedere, non solo in base alla esperienza coreana, ma anche per la debolezza di un argomento con cui è sostenuto. Si dice che i tamponi a tappeto rivelano solo i casi positivi al momento del test, e non quelli che lo diventeranno nei giorni successivi. Ma questo è già un buon risultato: scoprire un 10% di positivi è molto meglio che non scoprirne nessuno.
  8. paolo bertoletti Rispondi
    Una notevole caratteristica che distingue la Corea dall'Italia è il numero di posti letto per migliaia di abitanti, che in Corea è secondo solo a quello del Giappone. In Italia la situazione degli ospedali del Nord è tale che non si fanno di proposito i tamponi ai medici ospedalieri (a meno che non abbiano i sintomi dell'infezione) per non dover chiuedere gli ospedali .....