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  1. Paolo Rispondi
    Il vostro articolo non evidenzia che in realtà la quota fuori corso è una risorsa per le Università. I loro costi sono identici a quelli di un quasiasi altro studente regolare ma le tasse che devono pagare (quasi sempre le famiglie) sono ben superiori. Se io fossi il Direttore Amministrativo sarei ben contento di avere sempre una buona percentuale di fuori corso
  2. Al Rispondi
    Quasi tutti gli atenei hanno già previsto la misura del regime part-time per gli studenti lavoratori, che apparentemente sembrerebbe mantenere lo studente in corso più a lungo oltre a garantire riduzioni di rette in misura eterogenea a secondo dell'ateneo. In alcuni atenei, però, la possibilità di transitare a tale regime è estesa anche agli studenti non-lavoratori, e in tal caso a mio avviso il regime part time inizia un po' a perdere di senso nei casi in cui la scelta degli anni supplementari è una e irrevocabile (rinunce agli studi o cambi di ordinamento a parte) e al tempo stesso lo sforamento dai tempi legali è causato non esclusivamente da difficoltà personali che sottraggono più o meno un preciso ammontare di tempo allo studio, bensì da difficoltà di natura più aleatoria come quelle didattiche (come non ricordare gli eventuali esami scoglio). Insomma, la penalizzazione degli atenei con più studenti fuoricorso è un concetto sbagliato all'origine.
  3. Felice Rispondi
    Grazie del vostro contributo, mi permetto di far notare che nella mail di pubblicizzazione settimanale spedita all'indirizzario della mailing list di LaVoce, il vostro lavoro viene presentato cosi' "Le differenze immeritate tra università pubbliche italiane rischiano di rimanere anche con il passaggio dai costi storici ai costi standard nel metodo di distribuzione delle risorse attraverso il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo). Meglio sarebbe un sistema che premi gli atenei virtuosi." Non riesco a capire il nesso tra l'ultima frase e il vostro contributo.