Lavoce.info

Un’alleanza per l’infanzia

Il tema dell’infanzia, del sostegno alla crescita socio-educativa dei minori e alla natalità è strategico per lo sviluppo del paese. Ignorate per molto tempo, le politiche per l’infanzia sono ora di attualità. Ma il disegno riformatore deve essere coerente.

Un quadro molto preoccupante

Il tema dell’infanzia, del sostegno pubblico alla crescita socio-educativa dei minori e alla natalità, è strategico per lo sviluppo dell’Italia. Un tema – e una sfida – trattati più volte negli articoli di questo sito. Purtroppo, l’Italia non sembra essere stata capace finora di sviluppare politiche pubbliche e interventi collettivi all’altezza.

In Italia nascono pochi bambini e bambine. Il nostro è un paese che ormai da tempo si sta lentamente spegnendo sotto il profilo della vitalità demografica. Il numero medio di figli per donna è ai livelli più bassi in Europa (in compagnia della Spagna) e le nascite sono in continua diminuzione (figura 1). I dati Istat dei primi sei mesi del 2019 indicano inoltre un ulteriore calo rispetto al primo semestre 2018 (208 mila contro 213 mila). L’unico destino che abbiamo è quello di rassegnarci a squilibri crescenti, che erodono le basi del futuro comune?

Figura 1 – Andamento delle nascite in Italia negli ultimi dieci anni

Fonte: Istat

Le cause della denatalità non vanno cercate tanto in un calo del desiderio di avere figli, quanto nelle difficolta crescenti che incontrano coloro che vorrebbero averne. Molti genitori non ricevono un sostegno adeguato nella responsabilità di crescere un figlio, sia dal punto di vista economico sia delle necessità di cura ed educative.

Le madri sono spesso penalizzate sul mercato del lavoro. Una donna lavoratrice su cinque lascia il lavoro all’arrivo di un figlio per difficoltà nel conciliare maternità e lavoro. E anche quelle che non lo lasciano pagano una penalità in termini di rallentamento di carriera e di salario, con effetti di medio periodo sul benessere economico familiare e di lungo periodo sul valore della pensione che riceveranno.

Una parte assolutamente non trascurabile di bambini e bambine sperimenta livelli di diseguaglianza e di povertà inaccettabili in un paese civile e democratico. Oltre un minore su dieci in Italia si trova in povertà assoluta.

Benché tutti gli studi mostrino l’importanza, accanto al ruolo cruciale della famiglia, di esperienze educative precoci in contesti educativi diversi da quelli famigliari, in Italia gli asili nido e, più in generale, i servizi socio-educativi per la prima infanzia hanno ancora livelli di copertura molto bassi (figura 2) e costi che rischiano di renderli inaccessibili per molte famiglie di ceto medio. Sono inoltre presenti in modo diseguale a livello territoriale, accentuando in molti casi lo svantaggio delle aree più povere e marginali, rispetto sia alle risorse per la conciliazione, sia alle opportunità educative.

Leggi anche:  Anziani non autosufficienti: vittime ignorate dalla politica

Figura 2 – Tassi di copertura dei servizi socio-educativi, pubblici e privati (convenzionati e non), per i minori di tre anni (%). Confronto tra i maggiori paesi europei, 2005-2017

Fonte: Eurostat online database (indicatore: ilc_caindformal)

Una “finestra di opportunità” per le politiche per l’infanzia e la natalità?

Dopo anni in cui le politiche per l’infanzia sono rimaste “quasi congelate”, negli ultimi anni il tema ha cominciato a entrare nell’agenda politica, dapprima con l’istituzione del fondo per la povertà educativa con la legge finanziaria del 2015 e ora con l’articolo 42 del disegno di legge di bilancio 2020 e la proposta di legge 687 di Graziano Delrio e altri.

L’articolo 42 istituisce un fondo unico per le famiglie, accorpando i vari bonus attualmente in vigore e incrementandolo con risorse aggiuntive così da arrivare a 2 miliardi di euro. Il fondo sarebbe destinato da un lato a un assegno mensile per un anno per i nuovi nati e i neo-adottati subordinato a criteri di reddito (il vecchio bonus bebé), dall’altro a costituire una “dote”, sempre subordinata a criteri di reddito, per contribuire al costo del nido per i bambini tra gli 0 e i 3 anni. Il disegno di legge ha l’obiettivo ambizioso di riformare l’intero sistema dei trasferimenti per i figli a favore di un assegno unico per tutti i figli minori e allo stesso tempo di introdurre una dote per il pagamento dei servizi educativi e di cura per i bambini.

Gli obiettivi delle due proposte normative sono condivisibili in linea di massima, ma non mancano forti debolezze e criticità, come rilevato da più parti. Le discute anche un documento preparato dalla neo-costituita Alleanza per l’infanzia, di cui fanno parte associazioni di diverso tipo (per il momento, Acta, Arci, Associazione culturale pediatri, Centro per la salute del bambino, Cgil, Cisl, Uil, Cittadinanza attiva, Gruppo nazionale nidi e infanzia, Legacoopsociali, Save the Children, Sbilanciamoci, Unicef Italia), oltre a un gruppo di studiosi, tra cui chi scrive.

I punti sollevati sono riconducibili a tre ordini di fattori. Uno è il rischio che il previsto (nel disegno di legge di bilancio) assegno annuale per i neonati si esaurisca in una ennesima misura una tantum, se non inserito in una revisione sistematica e organica dell’insieme dei trasferimenti legati alla presenza di figli minori, così come proposto nel disegno di legge Delrio e altri.

Leggi anche:  Gli anziani non autosufficienti si meritano un progetto

Un secondo punto riguarda la dote per il pagamento dei servizi per la primissima infanzia: può costituire un aiuto importante per chi potenzialmente avrebbe accesso a un nido, ma non può permettersene la retta. Tuttavia, non è di nessun aiuto a chi non può neppure prendere in considerazione l’iscrizione al nido semplicemente perché l’offerta è insufficiente o nulla. Si tratta della grande maggioranza dei bambini e delle loro famiglie, oltre il 75 per cento se si tiene conto solo dei nidi pubblici e convenzionati, poco di meno (figura 2) se si includono anche quelli totalmente di mercato. Particolarmente scoperte sono le regioni meridionali. Occorre quindi aumentare l’offerta di servizi di qualità, pubblici e convenzionati, per non creare nuove disuguaglianze e realizzare quanto stabilito dal decreto legislativo 65/2017 – che ha istituito un sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni.

Una terza questione riguarda i congedi di maternità, paternità e genitoriali. Troppe lavoratrici autonome o precarie sono ancora oggi escluse dal pagamento della indennità di maternità. I congedi genitoriali sono troppo poco indennizzati perché possano essere davvero fruiti e condivisi tra padri e madri. Ovviamente, non si possono affrontare tutte insieme e in breve tempo tutte queste questioni. Tuttavia, è importante che i passi che si intraprendono non mettano a rischio la coerenza di un disegno riformatore.

Questo articolo è pubblicato in contemporanea con Neodemos

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Sull’Unione bancaria serve una proposta italiana

Successivo

La sugar tax all’italiana manca l’obiettivo

11 commenti

  1. Roberto Pasini

    Siete sicuri che il fattore chiave siano le difficoltà economiche ? Ci sono studi che lo dimostrano in modo abbastanza certo ? Non li ho visti citati . O forse dovremmo parlare di una molteplicità di fattori , compresi elementi socio/culturali ? La recente lettura dell’ultimo libro di Ricolfi, in modo particolare il capitolo su cultura e valori di quella che lui chiama società signorile di massa , mi ha fatto riflettere in proposito. La diagnosi delle cause più rilevanti è ovviamente fondamentale per individuare azioni efficaci ed evitare di investire risorse in interventi dagli esiti deludenti, come avvenuto in altri campi.

    • Riccardo

      Italia e Francia sono due paesi con molte similitudini economiche e culturali. Per esempio, come PIL pro-capite, quello francese è leggermente superiore a quello italiano (circa il 15%), ma mediamente le famiglie italiane hanno maggiore ricchezza rispetto alle francesi (cioè patrimonio, 64k$ contro 59k$ dati OCSE). Culturalmente siamo molto simili, anche i francesi come gli italiani si sposano abbastanza tardi (ci sono solo 10 mesi di differenza nell’età media al primo matrimonio), lasciando poi stare lingua, cucina e quant’altro.
      Eppure i francesi hanno un tasso di fertilità eccellente (1.9 figli per donna) mentre noi siamo fermi a 1.31. Ora confronti le politiche di sostegno alla natalità francesi con quelle italiane e tragga le sue conseguenze.

      • Roberto Pasini

        L’ipotesi “economica” si basa sullo schema neoclassico applicato alla famiglia: la decisione di fare figli o no sarebbe una decisione razionale in un contesto di risorse scarse e basata su criteri di utilità. La faccenda non è così scontata. Esistono anche altre ipotesi esplicative. Perché ad esempio in cima alla lista dei paesi “childless” troviamo Italia , Grecia ma anche la Germania? Ho girato un po’ in rete e ho visto che ci sono studi che dimostrano ad esempio come la propensione alla maternità scende nelle donne a più elevato capitale intellettuale. Ho visto anche che ci sono pochi studi su vasta scala sugli effetti degli aiuti economici sull’andamento delle nascite. Non sono un ricercatore e mi piacerebbe avere qualche chiarimento dagli autori.

  2. Savino

    Nella società italiana i più incoerenti sono i nonni, che pretendono sempre aumenti di pensione, anzichè lottare perchè figli e nipoti possano avere un lavoro e rendersi autonomi. Capovolgiamo, quindi, il paradigma: i nonni non sono il welfare, ma la causa di questa situazione. Se pensiamo che ad una certa età si parla di aspettative ancora in termini di “avvenire” o di “futuro” ci accorgiamo quanto sia sciocco e contro natura questo atteggiamento. Assurdo che i più giovani debbano essere costretti a ragionare “giorno per giorno” ed i più anziani maturino prospettive per il “futuro”.

  3. Mahmoud

    Il problema della bassa natalità è preoccupante per l’Italia. Occorre porre qualsiasi possibile freno alla denatalità. I genitori, in particolar modo le madri, andrebbero invogliati ed aiutati ad avere figli. Purtroppo spesso questo genere di misure finisce per “preach to the priest”, convincere solamente chi già lo farebbe comunque. Cioè per elargire nuovi introiti a quegli strati (spesso disagiati e di fatto inattivi) della popolazione che hanno magari 6 o 7 figli e che comunque li avrebbero. Pesando però così di più sulla parte produttiva, che non accaparra abbastanza risorse per pensare ad un cambio al ribasso della vita economica dando finalmente alla luce il loro primogenito o secondogenito. Non conta tanto se guadagno più o meno 100 euro al mese dal parto in poi, ma se ho già una casa di proprietà, e magari se ne ho già estinto il mutuo (sogno!), quando decido di “cambiare vita”. Ma per accaparrare in vista di un futuro potenziale ampliamento della famiglia non ho incentivi. Importante è quindi (i) che questi trasferimenti di risorse siano sconti sulla tassazione del reddito da lavoro e MAI sussidi a perdere sotto forma di assegni veri e propri. Necessario inoltre che (ii) siano accompagnati da altre misure capaci in generale di sostenere le età immediatamente precedenti a quelle a più alta natalità, anche a costo di sottrarre qualcosa agli over 50. Non a caso la bassa natalità va a braccetto nel mondo con la tarda età a cui si abbandona il tetto genitoriale.

  4. Gianpiero Dalla Zuanna

    Nell’articolo c’è un imprecisione. L’articolo 2 del citato ddl 687 Del Rio e altri non prevede un assegno universale per il primo anno di vita del bambino, ma per tutto il periodo in cui il figlio è minorenne e – con importi minori – fino a 25 anni seil figlio è a carico dei genitori. In questo modo, l’Italia adeguerebbe la sua legislazione a paesi come la Germania, il Canada e la Francia.

    http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.687.18PDL0014130.pdf

    • Chiara Saraceno

      credo che abbia letto male. Abbiamo scritto che è l’art. 42 della legge finanziaria che propone un assegno solo per il primo anno di vita, mentre il disegno di legge Del Rio ed altri “ha l’obiettivo ambizioso di riformare l’intero sistema dei trasferimenti per i figli a favore di un assegno unico per tutti i figli minori “. Lo stesso puntoè ripreso dettagliatamente nel documento.

  5. ALESSANDRO CASSINIS RIGHINI

    Certamente la legislazione non aiuta chi voglia avere figli, ma vi è anche un fattore culturale che in modo impopolare io definisco egoistico: è più facile avere un solo figlio che 2 o 3 o 4. Basta vedere quante coppie hanno soldi per SUV, vacanze e cani, ma non per fare un figlio.

  6. Paolo Ragni

    Approvo al 100% il commento di Pasini e sono molto più vicino all’età della pensione che a quella del primo impiego. Tutti gli indicatori dimostrano che in questo lungo periodo di crisi i più tutelati sono stati i pensionati mentre quelli che più hanno visto ridotti redditi e capitali sono stati gli under 30. Il fatto che il serbatoio di voti più grande si trovi proprio fra gli anziani ostacola il cambiamento da parte della politica. Il welfare assicurato dai nonni è una baggianata. Bisogna ribaltare il paradigma. Ma devono essere gli stessi nonni a rendersi conto del male che stanno facendo ai propri nipoti.

  7. Come Movimento di cooperazione educativa e come Tavolo SaltaMuri lavoriamo per l’emancipazione di bambini e ragazzi dal familismo amorale e da un senso proprietario che ne condiziona la percezione della propria e dell’altrui realtà. Per questo rilanciamo alle scuole e alal società civile la campagna per il conferimento della cittadinanza e per la piena attuazione dei diritti della Convenzione ONU ratificata dall’Italia con legge 176/91: diritti di partecipazione, espressione, coinvolgimento nelle scelte di vita. nella convinzione che va tutelata la cultura dell’infanzia e che occorra lavorare CON i soggetti, non PER i soggetti. Coinvolgere bambini e adolescenti significa riconoscerne la dignità, contrastare la povertà culturale ed educativa oltre a quella materiale, aiutare a destrutturare stereotipi, pregiudizi, a non essere succubi di un linguaggio violento e discriminatorio. Lavorare con l’infanzia significa sviluppare potenziali altrimenti invisibili e progettare futuri alternativi.

    • Mahmoud

      Non capisco cosa c’entrino tutti questi ideali con il citato “conferimento” di seconda cittadinanza a minorenni che già di cittadinanza hanno quella dei genitori. Il potenziale danno da conferimento di cittadinanza a cittadino straniero è invece sempre enorme, basti pensare all’inespellibilità del genitore criminale di figlio naturalizzato, che invece allo stato attuale è possibile, assieme all’intero nucleo, per i genitori criminali stranieri di minorenni stranieri.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén