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  1. Giancarlo Cavinato Rispondi
    Come Movimento di cooperazione educativa e come Tavolo SaltaMuri lavoriamo per l'emancipazione di bambini e ragazzi dal familismo amorale e da un senso proprietario che ne condiziona la percezione della propria e dell'altrui realtà. Per questo rilanciamo alle scuole e alal società civile la campagna per il conferimento della cittadinanza e per la piena attuazione dei diritti della Convenzione ONU ratificata dall'Italia con legge 176/91: diritti di partecipazione, espressione, coinvolgimento nelle scelte di vita. nella convinzione che va tutelata la cultura dell'infanzia e che occorra lavorare CON i soggetti, non PER i soggetti. Coinvolgere bambini e adolescenti significa riconoscerne la dignità, contrastare la povertà culturale ed educativa oltre a quella materiale, aiutare a destrutturare stereotipi, pregiudizi, a non essere succubi di un linguaggio violento e discriminatorio. Lavorare con l'infanzia significa sviluppare potenziali altrimenti invisibili e progettare futuri alternativi.
    • Mahmoud Rispondi
      Non capisco cosa c'entrino tutti questi ideali con il citato "conferimento" di seconda cittadinanza a minorenni che già di cittadinanza hanno quella dei genitori. Il potenziale danno da conferimento di cittadinanza a cittadino straniero è invece sempre enorme, basti pensare all'inespellibilità del genitore criminale di figlio naturalizzato, che invece allo stato attuale è possibile, assieme all'intero nucleo, per i genitori criminali stranieri di minorenni stranieri.
  2. Paolo Ragni Rispondi
    Approvo al 100% il commento di Pasini e sono molto più vicino all'età della pensione che a quella del primo impiego. Tutti gli indicatori dimostrano che in questo lungo periodo di crisi i più tutelati sono stati i pensionati mentre quelli che più hanno visto ridotti redditi e capitali sono stati gli under 30. Il fatto che il serbatoio di voti più grande si trovi proprio fra gli anziani ostacola il cambiamento da parte della politica. Il welfare assicurato dai nonni è una baggianata. Bisogna ribaltare il paradigma. Ma devono essere gli stessi nonni a rendersi conto del male che stanno facendo ai propri nipoti.
  3. ALESSANDRO CASSINIS RIGHINI Rispondi
    Certamente la legislazione non aiuta chi voglia avere figli, ma vi è anche un fattore culturale che in modo impopolare io definisco egoistico: è più facile avere un solo figlio che 2 o 3 o 4. Basta vedere quante coppie hanno soldi per SUV, vacanze e cani, ma non per fare un figlio.
  4. Gianpiero Dalla Zuanna Rispondi
    Nell'articolo c'è un imprecisione. L'articolo 2 del citato ddl 687 Del Rio e altri non prevede un assegno universale per il primo anno di vita del bambino, ma per tutto il periodo in cui il figlio è minorenne e - con importi minori - fino a 25 anni seil figlio è a carico dei genitori. In questo modo, l'Italia adeguerebbe la sua legislazione a paesi come la Germania, il Canada e la Francia. http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.687.18PDL0014130.pdf
    • Chiara Saraceno Rispondi
      credo che abbia letto male. Abbiamo scritto che è l'art. 42 della legge finanziaria che propone un assegno solo per il primo anno di vita, mentre il disegno di legge Del Rio ed altri "ha l’obiettivo ambizioso di riformare l’intero sistema dei trasferimenti per i figli a favore di un assegno unico per tutti i figli minori ". Lo stesso puntoè ripreso dettagliatamente nel documento.
  5. Mahmoud Rispondi
    Il problema della bassa natalità è preoccupante per l'Italia. Occorre porre qualsiasi possibile freno alla denatalità. I genitori, in particolar modo le madri, andrebbero invogliati ed aiutati ad avere figli. Purtroppo spesso questo genere di misure finisce per "preach to the priest", convincere solamente chi già lo farebbe comunque. Cioè per elargire nuovi introiti a quegli strati (spesso disagiati e di fatto inattivi) della popolazione che hanno magari 6 o 7 figli e che comunque li avrebbero. Pesando però così di più sulla parte produttiva, che non accaparra abbastanza risorse per pensare ad un cambio al ribasso della vita economica dando finalmente alla luce il loro primogenito o secondogenito. Non conta tanto se guadagno più o meno 100 euro al mese dal parto in poi, ma se ho già una casa di proprietà, e magari se ne ho già estinto il mutuo (sogno!), quando decido di "cambiare vita". Ma per accaparrare in vista di un futuro potenziale ampliamento della famiglia non ho incentivi. Importante è quindi (i) che questi trasferimenti di risorse siano sconti sulla tassazione del reddito da lavoro e MAI sussidi a perdere sotto forma di assegni veri e propri. Necessario inoltre che (ii) siano accompagnati da altre misure capaci in generale di sostenere le età immediatamente precedenti a quelle a più alta natalità, anche a costo di sottrarre qualcosa agli over 50. Non a caso la bassa natalità va a braccetto nel mondo con la tarda età a cui si abbandona il tetto genitoriale.
  6. Savino Rispondi
    Nella società italiana i più incoerenti sono i nonni, che pretendono sempre aumenti di pensione, anzichè lottare perchè figli e nipoti possano avere un lavoro e rendersi autonomi. Capovolgiamo, quindi, il paradigma: i nonni non sono il welfare, ma la causa di questa situazione. Se pensiamo che ad una certa età si parla di aspettative ancora in termini di "avvenire" o di "futuro" ci accorgiamo quanto sia sciocco e contro natura questo atteggiamento. Assurdo che i più giovani debbano essere costretti a ragionare "giorno per giorno" ed i più anziani maturino prospettive per il "futuro".
  7. Roberto Pasini Rispondi
    Siete sicuri che il fattore chiave siano le difficoltà economiche ? Ci sono studi che lo dimostrano in modo abbastanza certo ? Non li ho visti citati . O forse dovremmo parlare di una molteplicità di fattori , compresi elementi socio/culturali ? La recente lettura dell’ultimo libro di Ricolfi, in modo particolare il capitolo su cultura e valori di quella che lui chiama società signorile di massa , mi ha fatto riflettere in proposito. La diagnosi delle cause più rilevanti è ovviamente fondamentale per individuare azioni efficaci ed evitare di investire risorse in interventi dagli esiti deludenti, come avvenuto in altri campi.
    • Riccardo Rispondi
      Italia e Francia sono due paesi con molte similitudini economiche e culturali. Per esempio, come PIL pro-capite, quello francese è leggermente superiore a quello italiano (circa il 15%), ma mediamente le famiglie italiane hanno maggiore ricchezza rispetto alle francesi (cioè patrimonio, 64k$ contro 59k$ dati OCSE). Culturalmente siamo molto simili, anche i francesi come gli italiani si sposano abbastanza tardi (ci sono solo 10 mesi di differenza nell'età media al primo matrimonio), lasciando poi stare lingua, cucina e quant'altro. Eppure i francesi hanno un tasso di fertilità eccellente (1.9 figli per donna) mentre noi siamo fermi a 1.31. Ora confronti le politiche di sostegno alla natalità francesi con quelle italiane e tragga le sue conseguenze.
      • Roberto Pasini Rispondi
        L’ipotesi “economica” si basa sullo schema neoclassico applicato alla famiglia: la decisione di fare figli o no sarebbe una decisione razionale in un contesto di risorse scarse e basata su criteri di utilità. La faccenda non è così scontata. Esistono anche altre ipotesi esplicative. Perché ad esempio in cima alla lista dei paesi “childless” troviamo Italia , Grecia ma anche la Germania? Ho girato un po’ in rete e ho visto che ci sono studi che dimostrano ad esempio come la propensione alla maternità scende nelle donne a più elevato capitale intellettuale. Ho visto anche che ci sono pochi studi su vasta scala sugli effetti degli aiuti economici sull’andamento delle nascite. Non sono un ricercatore e mi piacerebbe avere qualche chiarimento dagli autori.