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  1. Mauro Artibani Rispondi
    IL LAVORO DI PRIMA E QUELLO DI POI Il lavoro, nell'economia della produzione, produceva beni e servizi; merci insomma per dar ristoro ai bisogni. Chi lavorava, per il tempo e la perizia impiegati, riceveva un reddito che veniva speso per dare ristoro.... toh...ai bisogni. Tanti i bisogni, tante le merci da produrre per soddisfarli. Questo mirabile equilibrio mostrava il merito che verrà premiato da un reddito adeguato alla bisogna; meriterà la settimana corta per prender fiato, ferie per sgranchirsi, assistenza pubblica in caso di malattia, il gruzzolo del Tfr per rifocillarsi, la pensione infine per il meritato riposo. Si fecero carico del tutto una Filosofia economica che aveva fatto, di quel "travaglio", elegia. Una parte della politica e quella sindacale ne rappresentarono le istanze mentre, non scorto, con la produttività dell'esercizio reso rigenerava se stesso. Bene, nell'economia dei consumi, sregolata dall'impiego di regole scadute, ci si attarda ancora a riconoscere se si sia prodotto troppo o si sia affrancati dal bisogno. Nel frattempo il lavoro, correo con il Capitale dello squilibrio, da solo ne paga il prezzo, con un reddito insufficiente per fare la spesa. Sia come sia, un lavoro di tal fatta, privato di una taglia contrattuale da far valere, diventa incapace di riprodursi. L'efficacia delle Teorie che lo hanno sostenuto vacillano; la Politica rincorre inefficaci slogan, il Sindacato vivacchia. Così è se vi pare. Prima era funzione della produzione, oggi diventa dipendente dal consumo; solo così può ritrovare la sua riproduzione, il suo remunero. Essì, se nel prima, il reddito da lavoro spesava la spesa e l'esercizio di consumazione trovava il compenso nel ristoro del bisogno, il rapporto produzione/consumo stava in equilibrio. Nel poi, per riffe o per raffe, reso d'obbligo quell'esercizio di consumazione, ch'eppur collide proprio con l'affrancamento dal bisogno, deve trovare un più idoneo compenso per potersi riprodurre e far ri-produrre. Un reddito di scopo insomma, che pareggi il conto di quello insufficiente generato dal lavoro; pagato per l'obbligo dell'esercizio, per l'impiego di risorse scarse e per il vantaggio che ricava il ciclo produttivo con l'azione della "tiritera*". Okkei, signori dal fiato sul collo? Bene, se il prezzo è quello giusto, si vada oltre. *La spesa trasforma la merce in ricchezza, la sua consumazione da spinta alla ri-produzione, genera lavoro e lo remunera; tiene attivo il ciclo produttivo, da sostanza alla crescita economica. Mauro Artibani, l’economaio
  2. Michele Rispondi
    1. Per esperienza personale, l’auto elettrica è ancora lontanissima dall’essere pratica nella vita reale 2. Perché dovrei comperare oggi un’auto elettrica - più cara - se con la prospettata evoluzione tecnologica tra qualche anno non varrà più nulla? 3. Nessuno parla dei tantissimi posti di lavoro che verranno persi, se davvero l’auto elettrica avrà successo 4. Il car sharing dalle nostre parti è una moda già passata, perché è molto più pratico il taxi PS: il noleggio a lungo termine non ha nessuna relazione con il car sharing. Da noi il car sharing station-based non esiste 5. Sulle limitazioni alla circolazione delle vecchie auto, prima o poi, dovrà avere un impatto sulla tassa di possesso: se ho dei limiti all’uso perché devo essere tassato?
    • Roberto Rispondi
      Vivendo in Norvegia posso confermare che l'auto elettrica è molto pratica. Con un'autonomia che va dai 200km in su copre pienamente il fabbisogno per la maggioranza della popolazione. Nulla da aggiungere sugli altri punti ;)
      • Michele Rispondi
        Magari in Norvegia. Provi a Milano. Senza un box, come la maggioranza degli automobilisti. Dove la carica? Alle 4 colonnine presenti? Se ci va in vacanza al sud, occorre una pianificazione certosina. Se poi la usa anche per lavoro, quando 400/500 km al giorno diventano realtà (con riscaldamento, aria condizionata, code a ridurre l’autonomia), allora il conducente diventa al servizio dell’auto e non viceversa.
  3. Savino Rispondi
    Non è detto che l'auto elettrica sarà così diffusa. Dovrà fare i conti con i portafogli dei potenziali clienti. Se le case automobilistiche pensano di mantenere un oligopolio e delle aspettative elevate con dei valori di mercato "non popolari" si sbagliano di grosso. Piuttosto, adesso, per i governi, si sciolgono i nodi degli investimenti nella mobilità di persone.