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Nella guerra dei dazi la tregua sa di sconfitta

Il vertice di Osaka ha evitato un avvitarsi della guerra commerciale tra Usa e Cina, però non ha fatto alcun passo avanti su temi propri del G20 come la riforma del Wto. I due grandi si scambiano concessioni, ma tengono sotto scacco il resto del mondo.

Risultati deludenti

L’esito del 14° summit del G20, chiuso domenica 30 giugno a Osaka sotto la presidenza giapponese, è stato giudicato largamente positivo da tutta la stampa mondiale: ha permesso di raggiungere un clima più disteso e di arginare l’escalation della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina. Poche le analisi e le riflessioni sulle implicazioni del summit, sbrigativi e superficiali i commenti sulla rosa di temi in agenda, forse troppi, e che andavano ben oltre la questione commerciale. È vero che le tensioni sui mercati (reali e finanziari) provocate dai dazi imposti da Donald Trump sulle importazioni dalla Cina hanno preso il sopravvento politico e mediatico sul resto, e che la riforma del Wto (World trade organization) è indispensabile per non veder sgretolare il sistema multilaterale degli scambi, una sorta di precondizione di crescita globale. È anche vero che molti degli altri temi sono a loro volta collegati a quella riforma (per esempio, l’accordo multilaterale sul digitale o il tema delle disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione), oppure ereditati dai summit precedenti (come l’accordo sul cambiamento climatico).

Tuttavia, la verità è che il G20 di Osaka non ha prodotto alcun risultato. Innanzitutto, vi è una confusione generale, che traspare non solo dalla stampa ma anche dal comportamento di molti governi, sul ruolo stesso del Gruppo dei 20. Farebbe bene a concentrarsi sui temi davvero globali, che possono essere affrontati e regolamentati soltanto con la cooperazione multilaterale (i global commons – i beni pubblici sovranazionali caratterizzati da rivalità nel consumo e non escludibilità – cioè l’atmosfera, gli oceani, lo spazio e l’Antartico, a cui si aggiunge oggi il cyberspazio). Poco ha invece a che vedere con le tensioni tra singoli paesi, seppur grandi, inclusa dunque anche la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che è una faccenda bilaterale, mentre il vero problema è il funzionamento del Wto.

È sui temi propri del G20 che a Osaka si è concluso poco o nulla. Sebbene sia citata 6 volte la necessità di riformare il Wto, il tavolo negoziale sull’economia digitale, su cui la presidenza giapponese aveva investito e sperato molto, si è arenato per il boicottaggio di alcuni grandi paesi emergenti (Arabia Saudita, India, Indonesia e Sudafrica), mentre sulla regolamentazione dell’e-commerce ci si è limitati a confermare semplicemente il lavoro del Wto.

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Non vi è stato alcuna dichiarazione sul protezionismo, ma un generico impegno informale a “mantenere aperti i mercati in un clima di commercio e investimenti esteri che sia libero, equo, non discriminatorio, trasparente, prevedibile e stabile”. Tutte parole vane, in un momento in cui commercio e investimenti non sono affatto tali e tra i paesi grandi solo l’Unione europea e il Giappone mostrano davvero di essere a favore del multilateralismo, nelle parole e nei fatti. Al contrario, gli Stati Uniti sono dichiaratamente ostili a riformare le istituzioni multilaterali, mentre la Cina millanta di voler ereditare il testimone di paladino della globalizzazione, ma nei fatti entrambi perseverano nella loro pratica di apertura e chiusura selettiva e di preferenza per le relazioni bilaterali al di fuori di un sistema fondato sulle regole (come il Wto).

Ha dominato le cronache – e l’attenzione – soprattutto l’incontro tra Trump e Xi Jinping che hanno annunciato di voler riaprire i negoziati. Tra di loro. Non è un risultato, è una sconfitta. Per risolvere alla radice la tensione tra i due grandi serve riformare il sistema di regole che governano la globalizzazione. Qualunque altra strada non porta a una soluzione, ma a un G2. Scambiandosi reciproche concessioni, i due grandi tengono sotto scacco il resto del mondo, che resta passivo e indifeso. Nessuno dei due poteva cedere, per non perdere la faccia di fronte al mondo, ma soprattutto davanti ai propri cittadini, né poteva tornare a casa a mani vuote. Tuttavia, qualunque cosa si siano detti in quel colloquio di 80 minuti, il risultato è scarso, sia in prospettiva bilaterale sia per i paesi terzi. Gli Stati Uniti hanno chiesto alla Cina di importare quantità ingenti (non precisate) di prodotti agricoli tra cui la soia, settore in cui i produttori statunitensi stanno registrando perdite altissime (secondo alcune stime pari ad almeno 7 miliardi di dollari). In cambio, Trump ha allentato il divieto alle imprese americane di fornire input alla cinese Huawei: ha così risposto alle ripetute sollecitazioni di molte imprese statunitensi sugli effetti devastanti che il divieto ha avuto sui produttori di componenti, come Qualcomm, Broadcom e Micron Technology, il cui fatturato proviene per ben oltre il 50 per cento dalla Cina. In questo senso, non vi è alcuno scambio, né tanto meno una reale volontà di arrivare a una tregua permanente. Non stupisce quindi che vi sia stata una evidente e significativa divergenza nei toni usati dalla stampa statunitense rispetto a quella cinese in merito alle dichiarazioni bilaterali.

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Al contrario, la volontà, per lo meno statunitense, sembra essere quella di mantenere il clima di incertezza politica, in modo tale da poter usare la leva del potere economico e politico al momento opportuno. Soprattutto, e forse proprio per aumentare il peso della logica di potere rispetto alla logica delle regole, non è stato fatto assolutamente nulla sul fronte della concentrazione globale in un numero crescente di settori, che è una delle cause principali delle tensioni tra Pechino e Washington. Anzi, su questo tema, il G20 segna un regresso, in quanto il mandato dello Global Forum on Steel Excess Capacity (Gfsec) non è stato rinnovato. Il Gfsec è stato istituito alla fine del 2016, dallo stesso G20, per raccogliere informazioni e riferire sull’evoluzione dell’offerta e delle condizioni della domanda di acciaio, sulla capacità di produzione e sulle politiche governative che portano a sovraccapacità globali, come i sussidi – e non è difficile immaginare quali paesi ne traggano i maggiori benefici. Oggi, invece, il segnale è di segno contrario: un risultato da G2, più che da G20.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito di Ispi.

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Dati alla mano, l’Italia ha poco da lamentarsi sui migranti

  1. Henri Schmit

    Non c’è dubbio, quando i forti litigano, i deboli possono solo temere. Si gioca comunque anche una partita nelle seconde file: l’accordo UE-mercosur, quelli con il Canada, con il Messico, con il Giapponeci; ci sono le partite aperte con l’Australia e con l’India. Chi veramente rischia è l’UK – coraggiosa o folle, lo sapremo fra dieci anni – che con una hard Brexit può solo giocare la carta del tax haven, cioè deindustrializzazione, tutto servizi, ma solo quelli che non hanno bisogno di alcun “passaporto”. C’è inoltre un rischio di secessione di alcune Nazioni dall’UK la quale accentuerebbe l’inevitabile, forzata specificità off-shore del territorio che rimarrà fuori dagli accordi commerciali con UE. Quando i giochi si calmeranno, l’UE avrà le carte in regola, cioè una tela di accordi multilaterali. Non pensa?

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