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  1. Pentangeli Rispondi
    Concordo con i commenti di Henri e Asterix. Gli autori dell'articolo paiono dare per assunto che la compressione del costo del lavoro e conseguente competitività costituisca il "percorso virtuoso". Questa è una semplificazione (diciamo anche mistificazione) teorica da manuale di economia neoclassica. Ci si aspetterebbe un'analisi così ristretta da giornalisti ma non da studiosi di economia. C'è un grave problema di scaricamento sul solo fattore lavoro, a livello europeo, dei costi della crisi, con conseguente precarizzazione e invito alla competizione fra legislazioni, al ribasso; ne consegue la crescita delle asimmetrie fra Stati (altro che convergenza voluta dai padri fondatori...!). Si supporta quindi l'idea, politica e non teorica, che una sacca di disoccupazione permanente sia una virtù che permetta di far pesare ogni shock sul fattore lavoro (il NAIRU). Mah. Mi ricorda quei "eminenti economisti" che commentavano alla bolla edilizia della Spagna come fosse una panacea, o quella Irlandese "perché guardate come attira un sacco di IDE!!". Si è vista poi la pertinenza di queste analisi un po' troppo celeri, per citarne il vizio minore.
    • Henri Schmit Rispondi
      Non intendevo criticare gli autori. Intendevo solo aggiungere delle riflessioni. Il mio punto è che oltre un ventennio di politice erratiche, raramente di riforme coraggiose e di discorso veritiero (salvo Bersani, Prodi, Monti, Letta e il primo Renzi), hanno messo il paese nella situazione in cui si trova, inefficiente, fermo, anzi in disaggregazione, con un governo demagogico che riunisce posizioni irrazionali contrapposte e che prova a sorpassare in demagogia quelli che l'hanno preceduto con politiche (...) e riforme (...) ancora più populiste, fasulle, che servono a creare consenso a breve ma rovinano il paese a lungo. Si sta ripetendo un film già visto: la menzogna, la maniere forti, l'illusione, l'inganno, il disastro .... Se ci fosse un politico autorevole, credibile, coraggioso, capace, che dicesse la verità e facesse quello che dice, prenderebbe il 40%, anche domani. Ma non c'è. Quindi ci sarà un governo populista che ricatterà l'UE fino all'elezione del prossimo PdR, verso la fine della legislatura, nel 2022.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Giusto, il populismo nasce dall'insoddisfazione del corpo elettorale nei confronti dei governanti (inutile parlare di élite) incapaci di prevenire il peggioramento delle sue condizioni. La democrazia serve a questo. Era così nel 800, in Svizzera (ZH e GE) e negli USA, l’elettorato contro l'affarismo al potere; le forme democratiche si radicalizzavano (referendum, recall). Ma non bisogna caricare il concetto con troppi significati soggettivi (movimenti anti-élite, nazionalismo-sovranismo di destra, spesa sociale a debito vizio della sinistra). Alla fine il populismo è come la demagogia un abuso della regola della maggioranza, una degenerazione delle forme democratiche. Il paese più populista è l'Italia dove da 25 anni si è diffusa una concezione populista della democrazia: diamo alla gente quello (che noi diciamo o facciamo credere) che vuole: un loro capo, un loro governo, una loro politica fiscale, una loro protezione contro gli immigrati; contrastiamo nel loro nome l'Europa che ingenerosa, burocratica, ingiusta e incapace impone una presunta austerità. Essendo confermata facilmente la correlazione fra successo del populismo (definito neutralmente) e economia perdente, rimane la questione più politica ma anche più importante del nesso causale. Non sarebbero all'inverso le forme democratiche deboli o degenerate che fanno sprofondare alcuni paesi in crisi economiche sempre peggiori? Per questa ragione il populismo conduce alla dittatura (duce o troica), unica via di uscita.
    • Henri Schmit Rispondi
      La mia conclusione provocatoriamente eccessiva non è diversa da quella di Francesco Cancellato che nell'articolo su Linkiesta di ieri "O Draghi o fuori dall’Euro: il destino dell’Italia è chiaro, per chi lo vuole vedere" sostiene che l'alternativa nella quale il paese sarà costretto di scegliere sarà fra un governo Draghi e un governo Salvini; Cancellato formula l'alternativa in questi termini: "Che il futuro sia un governo di Draghi, lacrime e sangue, o un governo Salvini, che porti alle estreme conseguenze - leggi: uscita dall’Euro - lo scontro per l’Europa, poco importa in fondo." Lo dico da tempo: incapace di auto-riformarsi, il paese potrà e dovrà scegliere fra la dittatura della troika rimanendo nell'euro e quella di Salvini, ma allora fuori dall'euro. E questo il prezzo del populismo al governo.
  3. Savino Rispondi
    In Italia, il populismo vince solo a causa della grande ignoranza del popolo, capace di farsi strumentalizzare dalla propaganda e dalla disinformazione. Un popolo che pretende spiegazione sull'assegnazione legittima di una casa popolare ad una persona di diversa etnia e non pretende spiegazioni su come Siri abbia ottenuto un mutuo di quasi 600.000 Euro senza garantire nulla e da bancarottiere previo patteggiamento è evidentemente un popolo ignorante ed incapace di cogliere ogni significato dalle informazioni che ottiene.
  4. Asterix Rispondi
    Sono principalmente due i fattori che spiegano il successo del modello spagnolo. La prima causa è che in Spagna è stata attuata una svalutazione competitiva feroce riducendo i salari dei lavoratori, grazie ad una disoccupazione superiore al livello italiano di almeno un 10% minimo. Tale riduzione dei salari è stata favorita, inoltre, da una riforma del lavoro che ha introdotto una maggiore flessibilità (precarizzazione). In media, nella stessa azienda, chi lavora in Spagna guadagna il 30% in meno del collega italiano (dati reali). Una riduzione del costo del lavoro (non solo del prelievo fiscale) ti consente di incrementare l'export. Il secondo fattore è dato da una maggiore flessibilità ottenuta dalla Spagna nel rispetto dei vincoli europei, proprio per avere attuato le riforme chieste dall'UE (precarizzazione). In media dal 2008, gli spagnoli non hanno rispettato il vincolo del 3% in almeno 10 occasioni, mentre l'Italia non lo ha rispettato solo in 3 anni. Questo vuole dire che la Spagna ha goduto di maggiori margini per fare spesa pubblica in deficit, fare investimenti pubblici (le infrastrutture realizzate in Spagna e bloccate in Italia per carenza di fondi). Dal confronto con la Spagna emerge, quindi, che le soluzioni per far incrementare il PIL nel nostro Paese sono solo due: aumentare la disoccupazione per ridurre i salari (c.d svalutazione competitiva), unica strada per guadagnare competitività in un sistema di cambi fissi, oppure violare i vincoli europei.
    • Henri Schmit Rispondi
      Buon’analisi. Ma c’è un terzo strumento, il più difficile, ma tacita condizione dell’adesione all’euro (anzi dell’entrata nel mercato comune): fare riforme per rendere i meccanismi economici efficienti. Altrove, da decenni, si fa così.
      • Asterix Rispondi
        La terza strada di una rigorosa adesione all'euro comporterebbe l'adozione di misure restrittiva molto pensanti che deprimerebbero ulteriormente il PIL (Monti è lì a dimostrarlo), I benefici dati dalla riduzione dello spread sarebbero di b/p, mentre i danni economici permanenti. Come con la Grecia l'operazione riuscirebbe ma il paziente sarebbe morto. In Germania e Francia sanno bene che la crisi italiana non potrebbe essere gestita come con la Grecia visto il diverso peso economico. L'unica soluzione è darci i margini per fare crescita con investimenti in deficit come concesso alla Spagna (e come sarà concesso alla Francia che si trova nelle medesime condizioni). Peraltro riflessioni in tal senso avvengono da mesi in diversi paesi dell'Unione Europea, tranne in Italia dove l'Accademia è chiusa ottusamente su idee ormai sorpassate. La Francia sta cercando di far capire alla Germania che i vincoli del trattato UE non reggono più. La maggior parte dei Paesi europei lo ha violato nell'ultimo decennio, tranne l'Italia costretta a conseguire rivelanti avanzi primari per coprire la spesa interessi. Il risultato è stato che il nostro Paese ha una crescita del PIL troppo debole rispetto agli altri per garantire la nostra sopravvivenza ad una prossima crisi o per ridurre il debito pubblico. Sarebbe ora che se ne parlasse apertamente anche in Italia senza paura. Gli USA stanno lì a dimostrare che le politiche espansive in deficit funzionano ancora...
  5. Roberto Basso Rispondi
    Ci sono alcune evidenze da comparazioni internazionali* che avvalorerebbero la tesi di una relazione causale tra l'andamento dell'economia e la soddisfazione per i governi in carica - e sul sistema democratico in quanto tale - ma l'impatto della variabile indipendente sarebbe significativo soltanto quando il tasso di crescita è abbastanza sostenuto da produrre un miglioramento sensibile nelle condizioni di vita di molti (soprattutto attraverso la creazione di lavoro) ovvero quando la stagnazione è prolungata al punto da chiedere un rovesciamento del tavolo politico e la ricerca di attori politici "nuovi" (come sembra essere il caso dell'Italia). Cioè in due condizione estreme. Ma la variabile economica non può essere l'unica a condizionare il voto: occorre aggiungere il senso di sicurezza e la fiducia nel futuro, variabili sulle quali intervengono altri fenomeni, come il terrorismo e i flussi migratori. (*) Per esempio dal Pew Research Centre qui https://www.pewglobal.org/2018/09/18/a-decade-after-the-financial-crisis-economic-confidence-rebounds-in-many-countries/ e qui file:///C:/Users/rober/Downloads/Pew-Research-Center_Global-Views-of-Democracy-Report_2019-04-29_Updated-2019-04-30.pdf -