Il riscaldamento globale è ormai un fatto incontrovertibile, ma assai di rado si trasforma in una priorità politica. Il Trono di spade, serie tv di successo planetario, ci aiuta a capire perché. Oltre a insegnarci come passare dalla paura all’azione.

Timori paese per paese

Il Trono di Spade è la metafora perfetta del sostrato filosofico-cognitivo che risolve un paradosso legato al cambiamento climatico.

Dai dati del Pew Research Center, che riassumono le principali preoccupazioni dei cittadini dei diversi paesi, spicca un’evidenza: per la metà dei paesi (con il caso eclatante degli Stati Uniti) il cambiamento climatico non rappresenta la principale minaccia. Il terrorismo, che si tratti dell’Isis o di quello digitale-informatico, è considerato un problema altrettanto incombente.

E qui c’è il paradosso: il riscaldamento globale è uno dei fatti scientifici meno discussi in termini di evidenza empirica dalla comunità accademica, ma assai di rado si trasforma in una priorità dell’agenda politica. Eppure, in termini di probabilità, la paura del terrorismo è piuttosto irrazionale.

Il Trono di spade come metafora

E allora cosa c’entra il Trono di Spade? “Winter is coming” ci sentiamo ripetere dalla prima stagione, con un leit motiv quasi ossessivo che prevede l’arrivo di una lunga notte, ossia un inverno senza fine in cui il genere umano sarà spazzato via dagli Estranei, zombie rivisitati in chiave glaciale.

Nonostante la minaccia imminente, l’attenzione dei protagonisti è tutta incentrata sulla lotta per il trono, conteso tra le diverse casate. E anche gli spettatori, nelle otto stagioni della serie, si sono abituati a mettere in disparte il “problema”, fino a considerarlo come un elemento caratteristico del contesto, che non ci emoziona più. Accade lo stesso con l’ultimo rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) che descrive per l’ennesima volta la sciagura climatica incombente.

Nel Trono di Spade, il tempo stringe e i fatti appurati, avvolti da un’incertezza strutturale, sono corroborati da un’evidenza incontestabile: gli Estranei (white walkers nella versione originale) sono alle porte e, con essi, l’inverno senza fine. Ciononostante, per interessi geopolitici diversi e una struttura degli incentivi che spinge i contendenti a concentrarsi sulla lotta sanguinosa per il trono, succede che le stagioni della serie tv si susseguano senza che si costruiscano alleanze o si metta a punto una strategia seria per contrastare l’avanzata del Re della Notte. Se non alla fine.

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Secondo lo stesso George G. G. Martin, le casate di Westeros si accapigliano per il potere, finendo per dimenticarsi del cambiamento climatico alle porte, proprio come accade nella nostra realtà quotidiana. Non sfuggono le somiglianze con le varie Cop (Conference of the parties), da Copenaghen a Parigi e aspettando Santiago: i dati si fanno sempre più certi, la minaccia più vicina, ma l’unica decisione è quella di ritrovarsi di nuovo per decidere in un momento successivo.

E allora, che fare?

Proprio i principali agenti del cambiamento climatico all’interno della narrazione di Martin – gli Estranei– ci invitano a pensare la dimensione ecologica in una chiave “sistemica”. Gli zombie sono un prodotto storico delle popolazioni di Westeros, che adesso sembrano chiedere il conto. La loro origine risale a un antico scontro con la natura, che li ha creati per difendersi dai danni dell’uomo. Il parallelismo con l’attualità è ancora una volta evidente: la nostra condotta dei secoli passati sta portando alla luce i suoi frutti più amari. Il temibile inverno che assale Westeros – e così il riscaldamento globale che pure noi siamo chiamati a combattere – non è dunque qualcosa piovuto improvvisamente dal cielo, un oggetto che può essere riparato o tenuto a distanza. Gli stessi Estranei, che non si limitano a uccidere le loro vittime ma le rendono simili a loro stessi, si trasformano in un simbolo potente. Il fenomeno ecologico si configura come ciò che il filosofo Timothy Morton definisce iperoggetto: qualcosa che non possiamo evitare come si evita una semplice cosa. Essi sono un’entità vicinissima, eppure impercettibile (o che facciamo finta di non vedere), recepita solo sotto forma di manifestazioni inquietanti (proprio come gli Estranei). Qualcosa di talmente vasto da contaminare ogni elemento terrestre. Gli iperoggetti sono cose troppo enormi in confronto alla singola esistenza umana e, proprio per questo, impongono una responsabilità ancora più grande.

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Quali soluzioni, dunque? Bisogna cambiare innanzitutto atteggiamento. E fare propria quella sintonia che nel Trono di Spade solo la casata degli Stark sembra mostrare fin dall’inizio con il motto “Winter is coming”. L’inverno sta arrivando per tutti e non chiederà il permesso di entrare nelle nostre vite. La responsabilità personale cede sempre più il posto a una responsabilità globale. Tutti devono unirsi contro il pericolo più grande, rendendo questa lotta prioritaria rispetto alle dinamiche politiche, che invece possono attendere.

Per cambiare aria, serve una nuova Arya (l’eroina che sancisce la vittoria degli umani contro gli Estranei)? E in questi giorni, il grido di Greta è ciò che serve?

Nella serie tv, la battaglia di Grande Inverno, in cui gli umani e i non morti si sono scontrati, è forse ancora più simbolica: si svolge di notte ed è stata girata a luce quasi naturale. Così la scarsa visibilità è una scelta estetica che rafforza il nostro parallelismo: i temibili avversari sono come veri e propri eventi atmosferici, sfuggenti e visibili solo parzialmente. E il più o meno riuscito colpo di scena finale, indipendentemente dall’esito, non cancella il vero risultato dello scontro: in ogni caso, una battaglia dolorosa con molti costi e benefici ancora impercepibili.

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