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Felicità è un reddito di base

Forse non incentiva ad accettare un lavoro, ma il reddito di base parziale sperimentato in Finlandia ha dato risultati positivi. Migliora la salute fisica e mentale dei suoi beneficiari, così come la stabilità finanziaria e la fiducia, anche nei politici.

Il processo di sperimentazione

Dopo due anni di sperimentazione, l’8 febbraio 2019 la Finlandia ha reso noti i primi risultati della attuazione di un reddito di base incondizionato. Obiettivo della sperimentazione da parte del governo del primo ministro Juha Sipilä (2015–2019) era quello di riformare il sistema di sicurezza sociale per rispondere meglio ai cambiamenti della vita lavorativa, producendo più incentivi al lavoro, riducendo la burocrazia e soprattutto semplificando il sistema attuale. La sperimentazione, dunque, doveva verificare se un sistema di sicurezza sociale basato sul basic income avrebbe assicurato una più alta partecipazione al lavoro, incentivando i soggetti beneficiari ad accettare una occupazione più del sistema in vigore, basato totalmente su sussidi caratterizzati dalla condizionalità.

Altro obiettivo dichiarato del governo era quello di arrivare al raggiungimento dei risultati mediante un processo scientifico. La cultura della valutazione delle politiche pubbliche prevede infatti che nuovi sistemi di benefici sociali o servizi pubblici siano dapprima sperimentati su piccola scala, in modo da ottenere informazioni utili sulla via migliore per la loro realizzazione su scala universale. Non a caso, prima dell’inizio della sperimentazione, il governo finlandese aveva commissionato al gruppo di ricerca incaricato un report preliminare sulla sostenibilità di differenti modelli, e più precisamente 1) un modello di totale basic income universale e incondizionato; 2) un modello di parziale basic income, cui si aggiungono sussidi condizionati riferibili ai soggetti inoccupati; 3) un modello di redistribuzione reddituale basato su un sistema di imposta sule reddito negativa.

Sulla base dei risultati del rapporto preliminare era stato scelto un partial basic income, con un ammontare del beneficio reddituale non condizionato pari a 560 euro per mese. Ciò corrispondeva all’importo netto mensile dell’indennità minima di disoccupazione di base e del sussidio sul mercato del lavoro fornito da Kela (l’istituto delle assicurazioni sociali della Finlandia). Duemila persone di età compresa tra 25 e 58 anni che avevano ricevuto un sussidio di disoccupazione da Kela nel novembre 2016 erano state poi selezionate per l’esperimento reale (gruppo target), tramite un campionamento casuale senza alcuna preselezione di carattere regionale o di altro tipo. Il gruppo di controllo era composto da 173.222 finlandesi disoccupati percettori di sussidi totalmente condizionati.

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I risultati

Come si vede dalla tabella 1, la misura non ha prodotto alcun impatto visibile sull’occupazione, se non una piccola spinta del 2 per cento nei lavoratori autonomi: la percentuale di persone con reddito da lavoro autonomo è infatti passata dal 42,85 per cento del gruppo di controllo al 43,7 per cento del gruppo target.

Il risultato era però ampiamente prevedibile data la scelta di un modello di basic income parziale, come aveva rilevato lo stesso gruppo di ricerca responsabile dell’indagine. Al gruppo di trattamento, infatti, non era è stato dato un reddito di base completamente alternativo ai sussidi di disoccupazione, i duemila soggetti disoccupati estratti casualmente avevano continuato a ricevere l’83,3 per cento dei benefici condizionali del gruppo di controllo. Se l’obiettivo principale dell’esperimento era quello di analizzare cosa accadrebbe se le persone mantenessero i benefici anche accettando un impiego, allora per il gruppo di trattamento i benefici condizionali avrebbero dovuto essere il più vicino possibile allo zero. Invece in caso di accettazione di una offerta di lavoro, pur mantenendo i 560 euro al mese di Kela, il disoccupato del gruppo target avrebbe perso gli altri benefici condizionali aggiuntivi spettanti, tra cui gli assegni per i figli e l’assistenza abitativa.

L’esperimento della Finlandia ha fatto emergere dati interessanti, perché, in realtà, l’occupazione non era l’unico fenomeno osservato dai ricercatori. Il confronto tra i partecipanti al gruppo target e al gruppo di controllo ha fatto emergere notevoli differenze in altri aspetti rilevanti della loro vita. Le risposte suggerivano che il reddito di base aveva ridotto fortemente i livelli di stress dei beneficiari del gruppo target e aveva aumentato la loro salute fisica e mentale, la loro stabilità finanziaria, la loro fiducia e persino i loro livelli di fiducia nelle altre persone, inclusi nel governo e politici. Tutto ciò ha determinato un notevole risparmio nell’erogazione di ulteriori benefici per la disoccupazione, malattia e assistenza sociale.

Questo aspetto della valutazione dell’erogazione di un reddito di base parziale in Finlandia dovrebbe, forse, farci riflettere su quale dovrebbe essere la sua reale e principale funzione.

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Tabella 1 – Status occupazionale e benefici erogati dal Kela (Partial Basic Income) in media nel 2017

Fonte: Elaborazione su dati da Reports and Memorandums of the Ministry of Social Affairs and Health of Finland 2019

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“Lavorare meno, lavorare tutti” sogno o realtà?

  1. Enrico Motta

    C’è un risultato che non mi sorprende: meno stress tra i beneficiari del reddito di base. Insomma, lavorare stanca. L’ avevo capito anch ‘io senza esperimento, ma andando in pensione dopo una vita di lavoro. Rimane da appurare se in quelli che lavorano per mantenere i percettori di basic income, lo stress rimane costante o aumenta. Improbabile che diminuisca anche per loro.

  2. Paolo Bianco

    Vieni pagato per non lavorare e la tua felicità aumenta.
    Ce n’è abbastanza per un premio Ignobel.

  3. Marcomassimo

    Come ben sapeva Keynes il libero mercato NON produce mai la piena occupazione; quindi o si applica il Keynesismo e si fanno grossi lavori pubblici per riassorbire i disoccupati oppure si devono dare dei sussidi sostaziosi come succedaneo; se non si fa nè l’uno nè l’altro avrai una massa cospicua di gente disoccupata incarognita che trasmette un modico grado di incarognimento anche agli occupati, se non perchè sono parenti dei disoccupati, almeno perchè il salario gli si incolla per decenni.
    Questi principi terra terra di economia poliitca che decenni fa si insegnavano alla scuola media inferiore come corredo alle lezioni di Storia me Geografia, tra una merendina Motta e l’altra dell’ora di recreazione, oggi fatichi a ritrovarli nei maggiori master universitari; qualcuno si deve essere bevuto il cervello e non solo a livello di Commissione Europea purtroppo.

  4. Massimo

    Paolo Bianco, i disoccupati involontari, ovvero coloro che pur essendo attivi non riescono a trovare un lavoro, sono quindi disoccupati non per colpa loro, è giusto che lo Stato provveda al loro sostentamento. La frase ironica che hai scritto te la puoi risparmiare.

  5. Massimo

    Perché non prendere in considerazione un reddito di base incondizionato strutturato come imposta negativa? Un imposta negativa di 6000 € all’anno a persona, non a nucleo familiare. Sarebbe sostenibile da punto di vista economico, ci sarebbero le risorse.

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