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Politica Ue tra campioni industriali e rigido antitrust

Il divieto alla fusione Siemens-Alstom ha aperto il dibattito sulla politica industriale dell’Europa. Ma il consumatore-lavoratore è meglio difeso se vi sono imprese che creano occupazione sostenibile perché competitive sul mercato globale.

Il dibattito aperto da un divieto

Il divieto della Commissaria Margrethe Vestager alla progettata fusione franco-tedesca Siemens ferroviaria-Alstom ha fortunatamente risvegliato il dibattito su quale dovrebbe essere una moderna politica per la competitività industriale europea compatibile con la consolidata politica per la concorrenza (antitrust).

A favore del divieto si sono schierati, oltre a gruppi concorrenti extra-comunitari come la canadese Bombardier e la giapponese Hitachi Global Rail (e ciò non sorprende), diversi autorevoli commentatori tra cui Guntram B. Wolff (Bruegel), Alberto Pera, Ben Hall (FT).

Appoggiata da diverse autorità antitrust nazionali, la Commissione argomenta (nel comunicato stampa del 6 febbraio a cui seguiranno le motivazioni analitiche) che la fusione dei due maggiori produttori europei di sistemi di segnalamento e di materiale ferroviario rotabile non avrebbe alcun effetto certo di maggiore efficienza, anzi su quel particolare “mercato rilevante” produrrebbe pericolose condizioni di quasi-monopolio, foriere di prezzi elevati, minore gamma di scelte per gli utilizzatori finali, minor concorrenza tra i fornitori a monte, minori incentivi a innovare. Mentre una effettiva concorrenza di giganti come la cinese Crrc appare ancora lontana nel tempo, limitare la concorrenza intra-europea renderebbe in definitiva l’Europa più debole, non più forte nella competizione globale. Contro l’accusa di una interpretazione troppo rigida delle proprie competenze, si fa notare che in 30 anni di applicazione delle regole antitrust UE la Commissione ha approvato più di 6 mila accordi e fusioni tra gruppi concorrenti (come Opel-Peugeot, Sanofi-Aventis, Glaxo-SmithKlein) e ne ha bloccati meno di 30. In alternativa a fusioni societarie che indeboliscono la concorrenza, alcuni economisti (per esempio, Massimo Motta e Martin Peitz), suggeriscono azioni mirate a superare le barriere all’entrata su mercati terzi, come l’enorme (e ancora chiuso) mercato cinese degli appalti pubblici, incentivi fiscali più robusti alla ricerca e sviluppo, accordi tra produttori europei per coordinare le strategie di esportazione e investimenti all’estero.

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Sul fronte dei critici del divieto si sono innanzi tutto posizionati i ministri dell’industria tedesco (Peter Altmaier) e francese (Bruno Le Maire), firmatari lo scorso 19 febbraio del “Franco-German manifesto for a European industrial policy for the 21st century”, a cui si sono uniti le Confindustrie tedesca e francese, nonché personaggi come Romano Prodi, Guy Verhofstadt e la stessa Angela Merkel.

Sia pure con toni diversi, tutti costoro auspicano l’emergere di veri campioni europei, capaci di presidiare un mercato globale proiettato al 2030, dove la presenza di giganti americani e sempre più cinesi (indiani? coreani? brasiliani?) rischia di generare alte barriere all’entrata a concorrenti esterni, che possono essere anche molto forti nell’innovazione tecnologica ma penalizzati da inferiori dimensioni produttive e commerciali.

Come difendere l’interesse dei consumatori

Che pensare? Una severa politica della concorrenza, al cui centro sono da sempre gli interessi dei consumatori e degli utilizzatori, può confliggere con una moderna (non velleitaria e protezionistica) politica industriale? In un seminario Astrid a Roma del 28 marzo Gustavo Ghidini segnalava il rischio di una paradossale eterogenesi dei fini se l‘antitrust europeo, per evitare la creazione di imprese europee troppo grandi sul mercato interno, favorisse di fatto scenari in cui grandi gruppi extraeuropei giungono a emarginare i concorrenti sul mercato globale e sullo stesso mercato europeo. Aggiungo: la difesa del consumatore, che resta al centro della politica antimonopolistica, non deve far dimenticare la responsabilità dello stato promotore e stimolatore delle imprese innovatrici (con strumenti non lesivi della concorrenza dinamica sul mercato), senza cui non si crea occupazione di qualità e sostenibilità dinamica del sistema produttivo.

Non si dimentichi che, mentre oggi la mancata fusione Siemens-Alstom impedisce la nascita di un colosso ferroviario da 15 miliardi di euro di fatturato e 62 mila dipendenti, la cinese Crrc con sostanziosi aiuti di stato fattura (per ora soltanto sul proprio mercato) 26 miliardi e ha 190 mila dipendenti.

Stiamo forse assistendo al rinascere di spinte virtuose verso una politica industriale europea, ormai non più condizionata dalla rincorsa dei “campioni nazionali” e dalla tentazione dei grandi gruppi di “catturare” le politiche industriali nazionali trasformando aiuti di stato in rendite monopolistiche private, anziché in motori di innovazione e crescita globale?

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Il 5 febbraio, lanciando la “German 2030 industrial strategy”, il ministro Altmaier si è spinto ad affermare che, in presenza di sfide fondamentali per l’economia nazionale, “lo Stato dovrebbe, per un limitato periodo di tempo, essere in grado di acquistare quote proprietarie di società private o fornire aiuti di stato finalizzati ad agevolare le necessarie fusioni tra imprese”. Se non si tratta di una pericolosa fuga in avanti di un liberale non colbertista, è piuttosto un segno dei tempi per ridisegnare politiche industriali e della concorrenza meno condizionate dall’ideologia neoclassica dominante, più aperte a una visione schumpeteriana che guarda al perseguimento dei vantaggi competitivi dinamici nazionali ed europei. Una politica dove il consumatore-lavoratore presente e futuro è meglio difeso se vi sono imprese che creano occupazione sostenibile perché competitive sul mercato globale.

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I destini incrociati delle economie di Italia e Germania

  1. Rosario Nicoletti

    Quello che fa giustamente notare l’autore mi sembra uno dei tanti casi nei quali l’Europa, perseguendo le sue ubbie, riesce a farsi male da sola. Alcuni paesi sono poi le vittime preferite: che dire dell’odissea Fincantieri-Cantieri St Nazaire?

  2. Henri Schmit

    Sono d’accordo con l’autore, non con le posizioni troppo ideologiche difese da GB Wolff, A Pera, B Hall e Franco de Benedetti. Manca tuttavia una considerazione importante: di per colossi europei non esistono, sono sempre avant tout colossi nazionali. Anche negli USA è così; tutti sanno dove hanno sede la Boeing o la Good Year anche se hanno stabilmenti in numerosi Stati; se hanno dei problemi sono Città e Stati della sede che entrano in campo a difesa dei posti di lavoro. Penso alla Good Year 30 anni fa. Fra Italia Francia e Germania (per limitarci ai più importanti) ci sono grandi differenze: un’economia più dirigista e a favore della grande impresa oltralpe, più intrecciata fra capitale privato, banche e mano pubblica più defilata in Germania, una politica più debole, inconstante, opportunistica e a breve respiro in Italia con un miriade di piccole imprese che si devono arrangiare in Italia. Fare Impresa Europea in questo contesto non può favorire né l’operatore né il sistema italiano. C’è poca speranza perché ci vorrebbero almeno dieci anni di riforme diciamo “alla Prodi” per mettere il paese sulla pista giusta. Invece la sovranità (relativa, responsabile) e l’interesse nazionale sono diventate parole dispregiative.

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