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  1. Rino Impronta Rispondi
    Quanti di noi hanno avuto modo di parlare o discutere di “scala mobile”? Ufficialmente fu conosciuta come “indennità di contingenza”, tra fine anni ’70 e inizio anni ’80. Essa fu oggetto di rivisitazione nel tempo. Esisteva un “paniere”, contenente beni particolari di largo consumo. Con riferimento all’andamento dei prezzi di tali beni, un’apposita Commissione procedeva, trimestralmente, alla verifica delle eventuali variazioni. Alla fine provvedeva – con il meccanismo della scala mobile – all’adeguamento del costo della vita. Lo scenario economico non era come quello di oggi. Al fine di recuperare il potere di acquisto dei salari, sindacati e Confindustria affrontarono la soluzione di questo problema. Infatti, la stessa scala mobile fu abrogata tra il 1984 e il 1992. Qualcuno si era accorto che era nato un circolo vizioso che aveva prodotto la crescita dell’inflazione. Chiedo ancora un piccolo sforzo di memoria. Molti ricorderanno che, prima di abolire la scala mobile, si pensò di congelarla, per le cause esposte in precedenza. Per non provocare danni ai lavoratori, i vari governi in carica decisero di sostituire il mancato adeguamento dei salari. Trasformarono l’importo maturato e non riconosciuto in speciali emissioni di BTP. Erano titoli al portatore con scadenza quinquennale e decennale e tassi a due cifre. Lo Stato in tal modo difendeva i percettori di salari e stipendi. Riconosceva loro – a fronte degli aumenti del costo della vita – importi che producevano interessi semestrali e il capitale riscuotibile alla loro scadenza. Veniamo ai giorni nostri. Lo scenario è simile, ma non uguale. Il momento è comunque difficile, per tanti motivi. Le cause sono note un po’ a tutti. Soffriamo di disoccupazione alta, chiusura di aziende, PMI che non riescono ad incassare i crediti nei confronti dello Stato. Sono sotto gli occhi di tutti anche le iniziative che lo Stato ha provato a realizzare e i risultati ottenuti. Mi riferisco ai provvedimenti nei confronti dei “pensionati d’oro”. Tutte persone benestanti, che vivono di rendita, con case di lusso ai Caraibi e Jet privati. Questo è il quadro dell’immaginario collettivo che suggerisce soluzioni inopportune e non si sofferma sulla loro incostituzionalità. E nemmeno sulle tante cause, dall’esito incerto per lo Stato, che si produrranno per effetto di certe velleità egualitarie. Costi e benefici andrebbero più attentamente misurati, in base anche alle esperienze passate. Ciò premesso, consiglio di valutare la possibilità di riconoscere un ristoro ai pensionati colpiti dall’obbligo di versare il “contributo di solidarietà” e subire il blocco della perequazioni. In particolare, resterebbe il prelievo del contributo, nelle forme e nelle percentuali previste. Sarebbe, tuttavia, interessante considerare questo prelievo una forma di “prestito forzato”. Per questo motivo, lo Stato, si impegnerebbe – con l’emissione di titoli – a restituire a scadenza le somme trattenute. Gli obiettivi sarebbero interessanti. I pensionati oggi svolgono il ruolo di ammortizzatori sociali. Grazie a costoro molti giovani (figli e nipoti) possono permettersi di sopravvivere alle difficoltà del momento. Inoltre si garantirebbe il recupero a distanza di anni, forse in un momento migliore per le nostre finanze, di somme di cui sarebbe certamente comodo disporre. Lancio l’idea, sempre in forma provocatoria. La speranza è che siano tanti altri a sostenere la causa e a proporsi come sostenitori della soluzione di un problema, che come altri scatena demagogie a non finire. Il riequilibrio nella distribuzione del reddito riposa sull’aumento delle risorse, non su trasferimenti che a medio termine non aggiustano nessuno dei problemi che abbiamo di fronte.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Bisogna misurare la correlazione fra spread dei titoli pubblici e costo delle emissioni bancarie. UniCredit ha lanciato a fine novembre una mega-emissione in dollari pagando uno spread di 720 bp rispetto ai 70 bp pagati a gennaio. Le ragioni dell’aumento esorbitante saranno più complesse, anche endogene, ma la variazione in concomitanza con il rialzo dello spread pubblico causato da un politica fiscale irresponsabile non può che colpire. La correlazione fra i due mondi (fra titoli di stato e tassi bancari prima sulle loro emissioni e quindi sui crediti concessi) c’è, ma sta diminuendo a vantaggio delle banche virtuose proprio per merito delle regole prudenziali europee.
  3. Michele Rispondi
    Malgrado il titolo l’articolo non dimostra per nulla il legame tra spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi e il costo del debito per le PMI. Si parla solo dell’effetto di un aumento dei tassi sui finanziamenti alle imprese che può essere causato da tanti motivi. Il legame spread-tassi sui finanziamenti diventa articolo di fede
  4. Henri Schmit Rispondi
    Un po’ teorico ma molto interessante. Contrariamente all’evidenza empirica dell’analisi condotta nel 2012 da Bankitalia penso che oggi un aumento dello spread sui titoli decennali non avrebbe più un effetto UGUALE sul costo dei finanziamenti concessi dalle banche. Quelle più deboli e più esposte sono state eliminate. Considerando solo il primo gruppo bancario più grande e con ratios relativamente buoni, sono convinto che riuscirebbe a LIMITARE il danno creato dallo spread; i suoi clienti sarebbero marginalmente vantaggiati. L’attivo di questa banca e forse di molte altre nel frattempo è meno dipendente dal debito sovrano domestico (esperienza e regole nuove aiutano) e quindi tende a rendersi indipendente dalla sorte dello spread. Le regole UE spingono i clienti a selezionare le banche più efficienti. Sarei curioso sapere se quest’ipotesi trova riscontro empirico.
  5. Savino Rispondi
    Risarcimento danni a carico di chi si è assunto pro-tempore incarichi governativi