Paul Romer, Nobel 2018 per l’economia, ha cambiato il paradigma con cui veniva teorizzata la crescita. È anche grazie a lui che oggi il progresso tecnologico è considerato principale stimolo all’aumento della produttività e del benessere.

Gli economisti sanno da tempo che la crescita economica di lungo periodo è causata soprattutto da miglioramenti della produttività. La principale ragione per cui il mondo è molto più ricco oggi rispetto a 300 anni fa non è che ha più capitale o lavoratori meglio istruiti (nonostante questi fattori giochino un ruolo importante), ma che, grazie alle innovazioni tecnologiche, oggi possiamo produrre più beni e di migliore qualità con lo stesso ammontare di fattori produttivi. Come scrisse Paul Krugman: “La produttività non è tutto, ma, nel lungo periodo, è quasi tutto”.

Comunque, prima degli anni ’90, i modelli economici standard consideravano il progresso tecnologico e la crescita della produttività come esogeni, ossia non correlati al normale funzionamento del sistema economico. Questo implica assumere che la tecnologia si sviluppi indipendentemente dagli incentivi economici, magari grazie a imprevedibili intuizioni di qualche scienziato geniale. Il neo premio Nobel Paul Romer ha contribuito a cambiare questo paradigma sostenendo invece che i miglioramenti della produttività sono di natura endogena. E che sono il risultato degli investimenti di persone e imprese in ricerca e innovazione e che possono quindi essere studiati con gli strumenti standard dell’economia.

Romer non è stato il primo a introdurre quest’idea. Nel passato, vari economisti come Joseph Schumpeter, Zvi Griliches e Jacob Schmookler avevano già enfatizzato che le invenzioni e la diffusione di nuove tecnologie dipendessero da incentivi economici. Tuttavia, non avevano elaborato un modello matematico unico delle loro idee. Il contributo di Romer alla teoria economica è stato proprio questo: formalizzare alcune vecchie intuizioni e derivare nuove implicazioni.

Il contributo al concetto di idea

Il modello di Romer è uscito nel 1990 in un articolo intitolato “Endogenous Technological Change” pubblicato sul Journal of political economy. L’intuizione di fondo di questo articolo è che il progresso tecnologico, stimolato da idee su nuovi prodotti e processi di produzione, è profondamente diverso da molti altri beni che solitamente considerano gli economisti.

Leggi anche:  L’università italiana continua a non premiare la ricerca*

Infatti, la maggior parte dei beni possono essere considerati rivali: se una persona ne usufruisce, gli altri non ne possono usufruire allo stesso tempo, almeno non senza una riduzione della qualità o dell’utilità del bene. Per esempio, solo una persona alla volta può sedersi su una sedia, e un pezzo di pane può essere mangiato una sola volta. Le idee sono fortemente diverse dai beni tradizionali, perché non sono rivali e possono essere riutilizzate infinite volte senza alcun costo. Per esempio, se Carlo Cracco mette a punto una ricetta per un nuovo piatto di pasta, tutti gli altri cuochi potranno usarla per creare un piatto dalla stessa qualità e senza recare alcun danno alla ricetta originale.

Cosa cambia in economia

La natura non-rivale delle idee ha due importanti implicazioni. Prima di tutto, rende possibile la crescita dell’output senza aumentare i fattori di produzione necessari. Infatti, come ha scritto Chad Jones nel giorno del venticinquesimo anniversario del paper di Romer “le imprese non hanno bisogno di reinventare l’idea del computer ogni volta che viene costruita una fabbrica di computer. Lo stesso dettagliato set di istruzioni per l’assemblaggio di un computer può essere usato in ogni nuovo stabilimento perché è un bene non rivale. Se per gli input rivali (stabilimenti, lavoratori e materiali) i ritorni di scala sono costanti, l’insieme di input rivali e idee ha ritorni di scala crescenti: se raddoppi gli input rivali e la qualità o la quantità delle idee, la produzione totale aumenterà più che proporzionalmente”. Così, la natura non-rivale delle idee spiega come sia stato possibile l’enorme aumento dell’output pro-capite dopo la Rivoluzione industriale.

In secondo luogo, la natura non-rivale delle idee rende necessario far cadere l’assunzione della concorrenza perfetta, che è alla base di molti modelli economici standard. Infatti, sotto tale l’ipotesi, una volta che l’idea è stata lanciata sul mercato questa dovrebbe avere prezzo zero, pari al suo costo di riproduzione. Ma se così fosse, perché uno dovrebbe spendere tempo e denaro per sviluppare nuove idee? Per far fronte a questo problema, Romer ha proposto un modello di concorrenza imperfetta nel quale le imprese innovano perché sono in grado di limitare l’uso delle loro idee mantenendole segrete o con brevetti. Così le imprese innovatrici guadagnano quote di mercato. Sebbene ciò introduca delle inefficienze nell’economia (portando il prezzo delle idee sopra al loro costo marginale), è comunque il prezzo da pagare per avere maggiore innovazione e crescita.

Leggi anche:  Dalle spin-off accademiche una spinta alla ripartenza

Dalla scoperta fondamentale di Romer, i ricercatori hanno studiato moltissime implicazioni della sua teoria. Per esempio, hanno approfondito i modi in cui lo stato dovrebbe progettare il sistema dei brevetti o dei sussidi destinati alla ricerca e sviluppo per aumentare la crescita economica, o come l’innovazione interagisce col ciclo economico. Queste sono tutte questioni rilevanti e il loro studio potrà essere approfondito maggiormente dopo il riconoscimento dato a Romer.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!