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Tante regole in più, ma una nuova Lehman resta possibile

Nonostante il diluvio di regole e le richieste di patrimonio, i rischi nel sistema finanziario sono ancora alti. E il tentativo di riformare la gestione delle crisi si è rivelato un boomerang. Perché è stata minata la credibilità delle nuove norme.

Un diluvio di regole, ma i rischi rimangono

A dieci anni dal fallimento della banca americana Lehman Brothers, con tutte le conseguenze che ha avuto, viene spontaneo chiedersi se da allora le cose siano migliorate nel mondo della finanza, in modo che disastri di quella portata non si ripetano. La risposta è che è stato fatto molto, ma non sempre nel modo giusto. Nuove regole e nuove autorità non hanno impedito al sistema finanziario di accumulare rischi elevati. Sono stati introdotti strumenti innovativi nella gestione delle crisi, che finora hanno creato più problemi di quanti ne abbiano risolti.

In questi dieci anni, le banche sono state inondate di regole sempre più complesse e dettagliate, che hanno fatto crescere esponenzialmente i costi della compliance, cioè delle risorse che gli intermediari dedicano alla comprensione e al rispetto della regolamentazione. I benefici in termini di sicurezza del sistema ci sono, ma sono piuttosto limitati.

Le autorità hanno posto un’enfasi quasi ossessiva sul patrimonio, imponendo un massiccio processo di ricapitalizzazione del sistema bancario internazionale. Più patrimonio vuole dire maggiore tutela per i creditori delle banche: depositanti e obbligazionisti. Tuttavia, ciò non ha impedito che nel sistema si accumulassero notevoli fonti di rischio. In alcuni paesi, soprattutto il nostro, le banche hanno ammassato un enorme fardello di prestiti deteriorati, che solo di recente hanno cominciato a smaltire. L’esposizione al rischio sovrano, dovuta alla detenzione di titoli pubblici domestici, è tuttora elevata: ancora una volta, il nostro paese è in prima linea.

La redditività del settore bancario europeo è bassa, soprattutto se paragonata a quella dei concorrenti americani, e sappiamo che la redditività è una garanzia di stabilità. Ma forse i rischi maggiori derivano dai livelli di indebitamento dei settori non finanziari: stato, famiglie, imprese. Al di là delle differenze tra un paese e l’altro, questi settori sono nel complesso più indebitati adesso che prima della crisi, mettendo così a repentaglio la stabilità finanziaria del sistema economico. Infine, la minaccia più insidiosa proviene dal sistema bancario “ombra”, cioè da quell’insieme di intermediari finanziari che sfuggono alle regole e ai controlli sulle banche: ad esempio, le società-veicolo create per cartolarizzare i prestiti bancari, oppure i fondi di investimento. La prossima crisi potrebbe provenire da questo segmento della finanza, invece che dalle banche in senso stretto.

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La “terza via” nella gestione delle crisi

Il fallimento di Lehman Brothers è diventato un esempio classico di errore di politica economica: per “dare una lezione ai banchieri” si è introdotto uno shock sistemico, con conseguenze a valanga su tutto il sistema finanziario ed economico internazionale. Bisogna riconoscere una attenuante a coloro che presero quella decisione. Qualunque autorità, di fronte alla crisi di una banca di dimensioni significative, si trova di fronte a un dilemma. Lasciarla fallire può produrre un disastroso effetto sistemico. Salvarla può introdurre incentivi perversi nel sistema: se i manager bancari si aspettano altri salvataggi, possono essere indotti ad assumere rischi elevati, puntando a incassare profitti privati e a socializzare le eventuali perdite (è il cosiddetto “azzardo morale”).

Per uscire dal dilemma, in Europa è stata introdotta una “terza via”: la “risoluzione” delle crisi bancarie. La tanto criticata direttiva sul bail-in (Bank Recovery and Resolution Directive) consente alle autorità di tenere in vita una banca, imponendo ai suoi azionisti e creditori perdite tali da contribuire al risanamento dell’istituzione in crisi (o di una sua parte), limitando così l’utilizzo di risorse pubbliche e l’effetto di azzardo morale.

Seppure giusta in linea di principio, la direttiva è stata introdotta commettendo un duplice errore: applicazione retroattiva (agli strumenti già emessi prima della sua entrata in vigore) e agli investitori al dettaglio, che per di più non erano stati adeguatamente informati del cambio di regime. Le stesse autorità di settore se ne sono accorte, benché in ritardo. Ne è risultata una forte opposizione al nuovo meccanismo di gestione delle crisi, soprattutto nel nostro paese, dove maggiore è stato il collocamento di obbligazioni subordinate presso la clientela bancaria. I governi hanno reagito cercando di aggirare le nuove regole (evitando la risoluzione delle banche in crisi) e prevedendo meccanismi di “ristoro” dei risparmiatori. In prospettiva, questi problemi potrebbero trovare soluzione nella creazione di un “cuscinetto” di obbligazioni bancarie subordinate, collocate presso investitori istituzionali (sfruttando il Minimum Requirement on Eligible Liabilities). Tuttavia, la credibilità delle nuove regole è stata gravemente compromessa.

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  1. Michele

    Mi sembra che l’articolo soffra di un eccesso di prospettiva localistica italiana. La BRRD ha un approccio sostanzialmente molto corretto. È stata adottata anche con l’approvazione Italiana, ma forse chi ci rappresentava non si era reso conto delle conseguenze per un paese colpevolmente impreparato e disinformato al riguardo. Così ci siamo ritrovati praticamente soli a chiedere un cambiamento di una regolamentazione appena entrata in vigore. Ma questo è un problema tutto e solo nostro. Quanto al moral hazard, questo rimane un serissimo problema non solo in campo finanziario, come la cronaca purtroppo mostra. La cura non può che passare attraverso la assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente con le relative conseguenze in caso di disastri grandi e piccoli

  2. Michele

    Al di la di tutte le regole il problema di fondo è il livello di indebitamento e il livello di domanda aggregata. Se ai lavoratori non si da un reddito sufficiente l’unico modo per sostenere la domanda è consentire/indurre di finanziare la domanda attraverso il debito. Così nacquero i subprime. La stessa cosa accade anche a livello di stati. Continuare a sostenere la domanda con il deficit pubblico (pure speso molto male) non può che portare a drammatiche conseguenze. Non importa quali regole operative si impongono al settore finanziario: è come voler fermare il mare con le mani

  3. marcello

    Sarebbe facile dire, ex-post, che Lehman poteva essre salvata, che i numeri del suo bilancio non erano falsi, ecc. Il costo era stimato in 40 mld di dollari, si preferì farla fallire, ma si salvò AIG con 80 mld pubblici, ovviamente e soprattutto si salvò Merrill, più grande di Lehman..Va a capire il senso di tutto questo! Può ancora succedere? Certo che si. Pensare che aver innalzato gli indici di patrimonializzazione e imposto pratiche assicurative sia sufficiente è come pensare di svuotare il mare con una tazza. Una banca non è un’impresa qualsiasi e ha leve a due cifre, ai tempi della crisi fino a 40-50. I NPL sono una conseguenza di una crisi decennale e un costo ineviatbile di attività, scusate ma come si fa il MOL? Per gli affidamenti si usano gli indici, in un paese in cui il falso in bilancio non è reato, vi sembra sensato? A mio modo di vedere il problema è la banca universale, è sempre stata il problema e infatti in Italia furono promulgate le Leggi Bancarie e istituto il doppio circuito. Poi c’è il capitolo della turbo finanza degli otc, della borsa e delle obbligazioni al massimo, dopo diverse migliaia di mld d i dollari di liquidità a costo zero. Cosa accadrà quando inevitabilmente, oserei dire, questa incredibile bolla inizierà a sgonfiarsi? Davvero si può pensare che patrimoni al 10-15% siano sufficenti a regggere l’urto? Sinceramente non credo, ma spero di essere smentito.

  4. Vincenzo

    Vorrei approfondire l’argomento ma purtroppo leggo solo in lingua italiana (un limite enorme, lo so). Non esiste nessun libro o studio da consultare? Ho fatto ricerche approfondite ma non ho trovato nulla: è molto strano visto la quantità di libri che si pubblicano nel nostro Paese. Qualcuno può aiutarmi? Grazie

    • Giulia Sesti

      Caro Vincenzo, sul tema risoluzione crisi bancarie Le consiglio Dal bail-out al bail-in. La BRRD e il quadro di prevenzione, gestione e risoluzione delle crisi nell’Unione Bancaria di Emanuele Spina e Ignace Bikoula oppure il manuale Nuova regolazione delle crisi bancarie di Diego Rossano. Se posso permettermi, sul tema piu’ generico della crisi Le consiglio I Nodi al Pettine di Marco Onado. Lettura veramente piacevole.

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