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Nove motivi per non chiudere i negozi di domenica

Ci sono almeno nove ragioni che sconsigliano una limitazione rigida del lavoro domenicale nel commercio. Lo strumento per regolare materie come questa è l’autonomia collettiva e individuale. Al legislatore spetta eliminare ciò che la ostacola. Comunque il contratto aziendale può derogare alla legge.

Gli argomenti contrari alle chiusure obbligatorie

Il valore del tempo libero può variare, e molto, a seconda della sua collocazione nell’arco della giornata, della settimana o dell’anno. Essere liberi dal lavoro di domenica, per esempio, significa godere del riposo settimanale nel giorno in cui anche la maggioranza degli altri individui ne godono, quindi poter fare una gita con i propri familiari o amici, poter andare alla partita, o comunque potersi incontrare più facilmente con coloro con cui si intrattengono rapporti diversi da quelli di lavoro. È giusto che l’ordinamento statuale si faccia carico di questo interesse diffuso.
Bene, dunque, un divieto secco o una limitazione rigida del lavoro domenicale nel settore del commercio, come preannunciato dal ministro del Lavoro Di Maio? No. Per almeno nove motivi.

Primo: per consentire alla maggioranza che non lavora la domenica di godere appieno di questa giornata è indispensabile che ci sia qualcun altro che di domenica lavora nei trasporti, nella ristorazione, nella distribuzione dei beni di uso e consumo quotidiano, nei settori dello spettacolo e dell’intrattenimento, nei servizi turistici; oltre che, come sempre e come è ovvio, nei servizi medici, di ordine pubblico, elettricità, gas, acqua, e così via.

Secondo: nessuno sarebbe in grado di spiegare perché debba essere vietato o limitato per legge il lavoro nel settore della distribuzione dei beni al consumo e non in quello dei trasporti, della ristorazione, o degli spettacoli. E le differenze di trattamento non ragionevolmente spiegabili sono vietate dalla nostra Costituzione.

Terzo: l’Italia è un paese a forte vocazione turistica; su tutto il suo territorio affluiscono ogni anno molte decine di milioni di stranieri; e il turismo ha notoriamente nel fine settimana il suo momento di punta. Vietare o limitare la vendita dei beni di consumo la domenica sarebbe un autogol proprio in un settore di importanza cruciale per la nostra economia.

Quarto: poiché l’Italia non attira turisti soltanto a Roma Firenze e Venezia, ma in ogni sua parte, sarebbe impossibile giustificare che – come proposto da uno dei partiti che compongono la maggioranza – solo alcune città e non altre siano esentate dalla limitazione del commercio domenicale.

Quinto: tutti sanno che nel fine settimana gli esercizi commerciali vendono normalmente il doppio o il triplo di quel che vendono negli altri giorni e che l’apertura nel fine settimana fa aumentare l’occupazione nel settore della distribuzione. Ogni limitazione del lavoro domenicale produrrebbe una perdita rilevante di occupazione.

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Sesto: è comunque dimostrato che l’apertura domenicale favorisce l’aumento globale dei consumi, che si traduce in aumento della domanda aggregata, quindi indirettamente ancora in aumento dell’occupazione. In questo momento, in cui l’Italia sta lottando per rafforzare il proprio esangue tasso di crescita, ogni aumento della domanda deve essere favorito, non certo ostacolato.

Settimo: intorno ai grandi centri commerciali, che tipicamente lavorano soprattutto di sabato e domenica, fioriscono altri servizi di varia natura, dalla ristorazione all’assistenza medica, dall’intrattenimento per bambini allo spettacolo e ai concerti; tutto questo “indotto”, che oltretutto aumenta il valore del riposo domenicale della maggioranza della popolazione, verrebbe penalizzato dal divieto di lavoro domenicale nei centri commerciali.

Ottavo: vietare o limitare la distribuzione alla domenica significherebbe spostare una fetta rilevante della nostra domanda di beni di consumo a vantaggio delle grandi piattaforme che li offrono via Internet; e che non chiudono certo la domenica.

Nono: non per tutti è la domenica il giorno migliore nel quale godere del riposo settimanale. Perché mai nel settore del commercio dovremmo ostacolare il lavoro domenicale di chi per ragioni religiose preferisce riposare al sabato o al venerdì, oppure di chi preferisce riposare in un giorno diverso perché non ama né la partita di calcio né le code autostradali della domenica? Invece di procedere con limitazioni rigide e divieti, l’ordinamento statale dovrebbe tendere a favorire la libertà effettiva di scelta del proprio giorno di riposo da parte dei lavoratori, in un mercato del lavoro maturo e moderno, quindi fortemente pluralistico, capace di offrire anche modelli di organizzazione del tempo di lavoro alternativi rispetto a quello prevalente.

 Gli strumenti per regolare la materia

 Siamo così arrivati al cuore della questione. Per regolare materie come questa, nella quale non sono in gioco valori assoluti come la vita o la salute delle persone, e gli interessi meritevoli di tutela sono numerosi e non omogenei, disponiamo di uno strumento sofisticato e molto più appropriato del rozzo divieto legislativo drastico, o dell’imposizione di turni rigidi gestiti burocraticamente: l’autonomia collettiva e individuale. Invece di affrontare il problema a colpi d’accetta, l’ordinamento statuale dovrebbe proporsi di promuovere il pluralismo dei modelli di organizzazione del tempo di lavoro e la libertà effettiva di scelta tra di essi da parte delle imprese e dei lavoratori. Quest’ultima è spesso sacrificata da inerzie burocratiche tipiche anche delle organizzazioni aziendali di grandi dimensioni; ed è proprio per promuovere questa libertà, compatibilmente con le esigenze organizzative delle imprese, che la legge potrebbe utilmente intervenire, risolvendo anche alcuni problemi nati da orientamenti giurisprudenziali assai discutibili, come quello recente della Corte di cassazione che ha negato validità alle disposizioni collettive in materia di lavoro nelle festività infrasettimanali.

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Lo strumento principe di cui la contrattazione collettiva dispone per contemperare gli interessi aziendali e individuali in gioco è costituito dalla maggiorazione retributiva per il lavoro domenicale, che di fatto è già prevista da tutti i contratti collettivi nazionali di settore. Essa, per un verso, costituisce una sorta di “filtro automatico” delle esigenze pubbliche o aziendali: solo se superano una certa soglia di importanza, indurranno l’imprenditore o ente pubblico ad addossarsi il costo corrispondentemente maggiore per una prestazione lavorativa in sé identica a quella svolta dallo stesso lavoratore negli altri giorni della settimana. Per altro verso, la maggiorazione assicura alla persona che lavora un compenso adeguato per il maggior sacrificio che il lavoro domenicale solitamente – anche se non sempre –comporta; e può indurre a candidarsi per il lavoro domenicale i singoli lavoratori per i quali rappresenta in concreto un sacrificio relativamente minore rispetto alla media: si pensi, oltre che al caso degli ebrei, dei musulmani o degli indù, a quello dei giovani studenti per i quali i cosiddetti “contratti week-end” possono costituire una buona occasione di intreccio tra tempo di studio e tempo di lavoro.

Quale che sia la scelta che il governo e il legislatore compiranno su questo terreno, imprenditori, sindacati e lavoratori comunque non dimentichino che possono sempre derogare all’eventuale divieto di lavoro domenicale per mezzo di un contratto aziendale o territoriale stipulato a norma dell’articolo 8 del decreto legge n. 138/2011: una risorsa straordinaria di cui il sistema delle relazioni industriali deve imparare ad avvalersi molto più di quanto oggi non faccia. Soprattutto per correggere gli errori commessi da una legislazione talvolta troppo intrusiva e incapace di adattare la norma alle peculiarità di un tessuto produttivo complesso e dinamico.

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53 commenti

  1. Savino

    Brunetta lo ha definito bene: una stupidaggine.
    Nel dopoguerra non hanno certo badato a riposarsi nelle festività, altrimenti il boom degli anni ’60 non ci sarebbe mai stato.
    E’ persino superfluo dire che esigiamo dai nostri governanti proposte più serie e non barzellette per ritornare a crescere.

    • Claudio Santini

      Credo che lei abbia la memoria corta, fino al 2011,solo 7 anni fa la domeniche i negozi al dettaglio erano chiusi, potevano aprire solo le 4 domeniche di dicembre ed altre 4 stabilite da i comuni ch a Roma erano le prime 2 dei saldi a gennaio e luglio. Il divieto valeva anche per i centri commerciali che infatti avevano la ristorazione vicino al Cinema e che era l’unica area aperta.

      • Savino

        Ma, mi faccia il piacere. A me, che le ho parlato del dopoguerra, dice che ho la memoria corta. Sa cosa le dico, che forse è meglio che gli italiani comincino a provarle certe esperienze di regressione economica e, mi spingo a dire, pure a provare “che cosa è la fame”, così la smettono di essere tremendamente schizzinosi e pretestuosi.

  2. Massimo GIANNINI

    L’autore non porta alcun dato o statistica a supporto dei 9 punti. Inoltre chi ci dice che l’effetto di turnazione festiva non sposti, concentrandoli, semplicemente gli acquisti e consumi negli altri giorni? Come mai in molti paesi europei la situazione è diversa da quella italiana? E che dire di un nuovo modello di sviluppo meno consumistico e più rispettoso di una persona non sfruttata e non obbligata?

  3. Mauro fasano

    Lei dice che”Tutti sanno che l’apertura domenicale fa aumentare l’occupazione nel settore della distribuzione”. Forse tutti lo sanno tranne me. Io pensavo che l’apertura domenicale costante facesse aumentare l’occupazione nel settore della grande distribuzione a discapito del commercio tradizionale,

  4. wolfango pirelli

    peccato che sia proprio il potere unilaterale dato in questi anni alle imprese ad impedire accordi che tengano conto di esigenze di flessibilità da parte di aziende e lavoratori. ma lo sa il prof ichino che uno dei contratti nazionali bloccatio da anni è prioprio quello della grande distribuzione che vuole imporre orari e organizzazione del lavoro a suo piacimento?

  5. Stefano

    Tutto bello, tutto perfetto e tutto chiaro … per il bene della collettività, dei consumi e dell’economia … ma anche di discutibile lungimiranza se ci si limita per l’appunto ad una la logica di puro carattere economico. Lo so bene, il mio è un commento di parte “lesa” ma provi ad avere Lei una moglie che lavora in un centro commerciale tutte, dico tutte, le domeniche (con un riposo infrasettimanale) perchè il contratto la prevede come “normale” giorno di lavoro (senza quindi maggiorazioni, alla faccia dei sindacati) e conciliare poi lo stare in famiglia, o dove caspita ad ognuno pare (magari un bel weekend in montagna), con marito, figli, parenti ed amici … praticamente MAI !!! … ma tanto è il sacrificio dei pochi per il bene supremo e quindi si va avanti … abbiamo le spalle larghe. Questa proposta del Ministro del Lavoro non arriverà a cambiare probabilmente nulla o quasi ma almeno se ne parla (per il sottoscritto è confortante). Grazie per il tempo che ha speso per questa lettura.

    • Alessandro

      Buonasera, la mia non vuole essere una risposta ma la continuazione della sua osservazione che parte da una situazione concreta di disagio. Credo che l’esigenza da lei posta possa meritare una attenzione anche da parte del legislatore. La risposta dovrebbe essere quella di mettere qualche paletto (es. un numero Minimo di domeniche di riposo per il lavoratore o incentivare/creare contratti ad hoc per quelli che vogliono lavorare nel week end o altro strumento), ma non certo di chiudere alla domenica. Immagino che nella ipotesi che a causa della chiusura dei negozi alla domenica ci fosse una riduzione del personale (cosa che sicuramente accadrà), e questo accadesse alla sua consorte (mi auguro naturalmente che non accada), lei non sarebbe affatto felice. Questo per dire che il problema può anche essere attenzionato dalla politica ma la risposta è sbagliata e rischia di creare effetti contrari a quanto desiderato. (Per non parlare della ipotesi di differenziare per tipologia di città o altro dove magari una città a 20 km tiene aperto, ,magari perché dichiarata turistica, andando a creare effetti molto distorsivi, consumatori che migrano da città a città con tanti saluti agli effetti benefici sul commercio locale).

      • Claudio Santini

        Non lo puoi fare, io sono nella situazione di Stefano. Il datore di mia moglie non rispetta già adesso tante norme sindacali. Per esempio mia moglie ha un contratto da 10 anni e per lei le domeniche sono facoltative, ma se si rifiuta la licenziano, veda un po’ lei… I negozi devono essere cbiusi

    • Henri Schmit

      Grazie della testimonianza. Confermo da testimone diretto per un altro settore, insospettabile. È questo il tallone d’Archille dell’intera dimostrazione. Lo dico assumendomi tutte le responsabilità: in Italia non esiste garanzia sociale degna di questo nome perché lascia fuori delle persone, intere categorie. Esistono rigidità eccessive e abusi per i privilegiati e i furbi, sopruso e sfruttamento per gli altri, formalmente probabilmente conforme, ma sostanzialmente iniquo e … illiberale: quanto vale la libertà di chi è costretto?

    • Savino

      Provi (sicuramente le è già capitato) anche a fare la differenza di budget nel caso di una moglie disoccupata. Io non conosco alternativa (per tutti, a cominciare da me) alla crisi che il sacrificio, in un modo o nell’altro. Forse gli italiani si erano illusi che fosse stato possibile un guadagno più facile o il mantenimento di un tenore di vita “normale” in modo più agevole. Ma la dura realtà è ben altra. Invito tutti gli italiani ad un bagno di realismo.

  6. Leo

    Tutto condivisibile ma la questione è mal posta. Il problema è dovuto al fatto che le aperture prolungate sono causa e figlie delle basse retribuzioni. La domanda è pertanto: ha senso allungare a dismisura gli orari di apertura impoverendo i lavoratori? Se il parrucchiere lavora la domenica ma non lavora il lunedì e il martedi nessun problema ma se lavora sette giorni su sette può essere un problema visto che non stiamo parlando di un ambulatorio medico dove i turni si rispettano. Spero di aver reso il concetto.

  7. Ezio Pacchiardo

    L’apertura dei negozi nei giorni festivi ha due motivazioni: rendere un servizio ai cittadini e consentire di fare affari ai commercianti; di conseguenza ne viene l’opportunità di un maggior impegno, guadagno e occupazione per chi lavora nei detti giorni. Tutto dipende dalle condizioni logistiche (luogo, dimensione del negozio, ecc.) e commerciali (tipo di prodotti, prezzi, presenza di turismo, ecc.). Una imposizione del governo in una simile situazione è molto discutibile in quanto interviene nel regolamentare interessi e aspettative di gruppi diversi (venditori, compratori, lavoratori). Meglio sarebbe lasciare la completa autonomia a chi coinvolto direttamente, ovvero i negozianti ed i loro dipendenti. L’equilibrio si stabilirebbe con la mediazione degli interessi di questi (apertura se c’è l’opportunità di fare affari, impegno dei lavoratori a seguito di un maggior compenso oppure opportunità per lavoratori occasionali giornalieri). La linea del M5S pare troppo dirigistica e mirata ad imporre il disegno amministrativo, gestionale e sociale molto singolare se non addirittura immaginato da un solo personaggio.

    • Stefano

      In linea teorica quello che Lei scrive è assolutamente condivisibile … peccato che qualsiasi scelta di convenienza individuale di aprire o meno scompare in un centro commerciale. Se rimane aperto, tutte le attività al suo interno devono essere operative (pena sanzioni) con costi di gestione, per i più piccoli, che spesso superano i ricavi … e provi a dire chi, in un centro commerciale, ha maggior peso decisionale in materia … meglio rifletterci su

    • Claudio Santini

      Il negozio stradale sarà sempre costretto ad aprire la domenica se lo sono i centri commerciali, altrimenti perde clienti, meglio tutti chiusi, tanto non sono aumentate le vendite e non è aumentata l’occupazione. Questa scelta fatta appena 7 anni fa di consentire a tutti i negozi le domeniche, da Monti è servita solo per favorire la grande distribuzione e i centri commerciali a danno dei piccoli esercenti.

    • Claudio Santini

      Se io devo comprare un paio di scarpe se la domenica il negozio è chiuso le comprerò un altro giorno se le scarpe mi servono, o no? Secondo lei rinuncio a comprare le scarpe? C’è il sabato, o la sera dei feriali appena uscito dall’ufficio, come si è sempre fatto fino al 2011.

  8. Enzo Pisano

    Questo provvedimento del M5S è l’unico che mi sento di condividere.
    Ichino spazia in più punti laddove l’unica questione è centrata sui centri commerciali. Questi centri oltre ad attivare, quando serve a loro, una politica di dumping nei confronti dei piccoli commercianti, costringono questi ultimi ad una riduzione sensibile della qualità della vita, costringendoli alla perenne apertura ovvero a sobbarcarsi l’onere di un ampliamento del personale dipendente, cosa che peraltro non risolve il problema. Inoltre dubito che il piccolo commercio (che già deve affrontare la preoccupazione dell’e-commerce che rischia seriamente di fagocitarlo) possa permettersi tale aggravio.
    Per quanto riguarda i lavoratori, credo che coloro che svolgono attività nei servizi pubblici essenziali (trasporti, elettricità, gas, ospedali, informazione, forze del’ordine, protezione civile etc.) siano naturalmente disposti a che il giorno di riposo possa talvolta non coincidere con la domenica mentre per i lavoratori del turismo, dello spettacolo, della ristorazione, immagino che la prestazione domenicale sia essenzialmente connaturata a tali attività.
    Ciò che non riesco a comprendere è come mai i partiti di sinistra, di cui Ichino è stato rappresentante, non affrontino realisticamente la problematica
    Saluti
    Enzo Pisano

  9. claudio

    Penso che parlare di autonomia negoziale al di sotto di un certo numero di dipendenti (e non solo, vista la irrilevanza crescente del sindacato e della coscienza sindacale tout court) oggi sia per lo meno utopistico. Tutti sanno che si tratta di decisioni unilaterali di chi ha potere di imporre le decisioni. Ben venga una norma che stabilisca soluzioni eque tenendo conto delle ragioni di tutte le parti (ad esempio, un certo numero di chiusure, eventuali deroghe, periodi di sperimentazione, esigenze familiari …)

  10. PMC

    Post interessante e condivisibile, ma per poterlo riproporre con successo ad amici e conoscenti sarebbe avere un po’ di bibliografia, sennò è difficile difenderlo.

  11. Fabrizio Ferrari

    Ottimo articolo, del quale condivido la visione praticamente in ogni aspetto; ho solo una domanda: potrebbe indicare gli articoli della costituzione (o le sentenze dalla Cassazione o della Consulta) che affermano il divieto delle differenze di trattamento non ragionevolmente spiegabili di cui si parla nel secondo punto? La ringrazio anticipatamente, e continui così: per resistere a questo governo di incolti, dilettanti e profani abbiamo bisogno di intellettuali e professori che non temano di gridare veementemente la nudità del re.

    • Claudio Santini

      Ti dico solo che la liberazione c’è stata con il decreto salva Italia di Monti nel 2011 solo 7 anni quindi allora perché per 63 anni non sie é parlato di violazione della costituzione? L’art a cui si riferisce non può essere applicato qui perché si stanno paragonando servizi di pubblica utilità che hanno una normativa speciale (precettati negli scioperi, turnazioni e reperibilità obbligatorie ecc) e i servizi semplici. La vendita al dettaglio è un servizio semplice, anzi attualmente si sta violando la costituzione perché le banche, le poste gli uffici pubblici e tanti altri servizi semplici non possono aprire la domenica, mentre la vendita al dettaglio si. Non solo: i servizi di pubblica utilità fanno turnazione o hanno una settimana di reperibilità we incluso ogni mese, persino le farmacie turnano, non lavorano tutti la domenica ma più o meno solo il 20%, mentre nella vendita al dettaglio la domenica lavorano sempre! i riposi sono contemplati solo dal lunedì al venerdì ed in alcuni casi dal lunedì al giovedì.

  12. Federico B.

    Decimo, si favorirebbero alcuni (che si trovano in comuni turistici) a sfavore di altri, portando la gente a fare dei km aggiuntivi per trovare un negozio aperto.

  13. Henri Schmit

    Si, nonostante alcuni argomenti discutibili o superflui dell’articolo, sono d’accordo con Ezio Pacchiardo. Bisogna però rendersi conto dell’immenso problema che il banale dibattito sull’apertura domenicale ricorda, o nasconde: il rispetto dei diritti dei lavoratori, spesso calpestati proprio nell’orario di lavoro, non solo nell’agricoltura foggiana ma anche nella distribuzione a Milano. Il liberalismo ideologico, senza regole, porta alla propria sconfitta; l’assenza di tutele o la violazione delle tutele esistenti ha creato rancore e sospetto contro la libertà d’impresa e contro i mercati aperti. Il pendolo punta pericolosamente nella direzione sbagliata, a mio giudizio, per colpa dei liberisti che distruggono il liberalismo.

  14. Patrizia

    Ovviamente crescere nn è sinonimo di fare cassa. Crescere ha ha che fare con le relazioni con le esperienze vissute insieme con la famiglia. E guarda caso è proprio la famiglia a essere stritolata dal vostro concetto distorto di crescita. Gli studenti nel fine settimana troveranno certamente grazie alla loro fantasia altre occupazioni magari migliori (sono sicura che molti di loro preferirebbero altro rispetto al fare i commessi)). Crescere significa permettere alla famiglia di vivere i tempi di riposo insieme, con i figli che notoriamente la domenica sono a casa. Crescere significa promuovere valori non cassa.
    Oltretutto la Cassa di chi è se lo stipendio di una mamna che lavora nel triste centro commerciale del suo negozio oltre ad avere sacrificato orari e famiglia nn guadagna a sufficienza per mantenere la famiglia? La Casaa è sua? No di certo. Qsta situazione si chiama schiavitù.
    Non lavoro.
    La Domenica in Italia è storicamente e culturalmente oltre che socialmente (scuole) il giorno del riposo. Ebrei Musulmani indiani etc hanno il diritto di chiedere altri gg di riposo. L’imprenditore nn ha il diritto di soprassedere a qsti valori. Come ad altri. Perchè la “cassa” nn è un valore. Il riposo in famiglia dei bambini lo è, il lavoro vero (giustamente retribuito) lo è, il rispetto delle culture lo è, e potrei andare avanti.

  15. Raffaele

    Buongiorno, lavoro nella grade distribuzione da vent’anni e c’e’ molta disinformazione sulle aperture domenicali. Evidenzio solo due punti importanti in con cui si capisce perché e’ inutile l’apertura domenicale ; Non ci sono state nuove assunzioni da parte delle aziende, quindi l’occupazione non ne ha beneficiato, il lavoratore viene sfruttato non riconoscendoli una retribuzione superiore. il secondo punto e’ il giro d’affari che non e’ affatto aumentato perché nel resto della settimana c’e’ stato meno afflusso di clienti.

    • Luca Pauluzzi

      Io non lavoro in questi settori però ho sempre avuto l’impressione dai miei conoscenti che le cose fossero come le testimonia Raffaele; sarebbe risolutivo avere dei numeri (riguardanti l’Italia) che testimonino il punto 5, perchè dal punto di vista economico è dirimente. Per quanto riguarda la parte sociale del tema, le liberalizzazioni sugli orari di certi esercizi commerciali da noi non risale all’antico testamento, ed io ricordo bene che tra le famiglie di conoscenti c’era un modo diverso di vivere “la festa”, che adesso è ancora tale solo per alcuni di noi “privilegiati”.
      Mi scuso del commento “a sensazione”, perchè so che non è così che si approfondisce una tematica, però non sono del settore, e anch’io mi aspetto che invece chi lo è appoggi i suoi ragionamenti su dati esplicitati: personalmente, anzi, adoro essere smentito dai fatti e/o da numeri scientificamente attendibili.

  16. Dibiasio

    Idee da bassa destra econoomica, come queste, hanno distrutto la sinistra italiana. Il lavoratore vuole lavorare il meno possibile, guadagnando il più possibile. l’imprenditore vuole sfruttare al massimo il lavoratore, pagandolo il meno possibile. L’autore sta con i padroni ma era deputato del PD. Per dieci anni.

  17. Il tracollo intellettivo e culturale del Paese è tale che ormai anche i commenti di un sito come questo sono al livello di quelli del Fatto. Rispondendo a Massimo GIANNINI (nomen omen): è vero che Ichino non porta alcun dato *qui*, ma altrove di solito ne porta a iosa, ciononostante le sue posizioni, estremamente informate, argomentate e di grande buonsenso, sono purtroppo nettamente minoritarie e prevalgono i populismi beceri stile La Gabbia. Poi, caso strano, la realtà alla fine dà ragione alle sue posizioni (vedi Tria che dichiara che è inutile spendere in deficit se ci rimettiamo con lo spred che si impenna) e torto ai mondi fantastici che tanto successo portano alle urne. Sulla 1a domanda: ce lo dicono principi di economia basilare e un sacco di studi fatti sull’argomento. Si ragiona secondo il modello superfisso (cercate in rete) che è strapopolare trasversalmente ma che fa più danni delle cavallette. Paragone con altri Paesi: la tendenza è a liberalizzare gli orari. Un paper dell’Economic Inquiry mostra come pure in Germania minore rigidità relativa agli orari di apertura settimanali abbia prodotto aumento dell’occupazione del 4% senza effetti negativi per i salari. Evidente che un Paese messo oggettivamente peggio da parecchi punti di vista, occupazionale, dell’innovazione, ecc., rispetto alla Germania abbia bisogno di fare qualcosa di più (dov’è più facile agire, visto che recuperare il ritardo strutturale è dura) o quantomeno evitare di restringere ancora la torta.

  18. Dibiasio

    Idee da bassa destra econoomica, come queste, hanno distrutto la sinistra italiana. Il lavoratore vuole lavorare il meno possibile, guadagnando il più possibile. l’imprenditore vuole sfruttare al massimo il lavoratore, pagandolo il meno possibile. L’autore è un liberista dalla parte dei padroni, ma era eletto al parlamento nel PD. Per dieci anni.

    • Michele

      Giusto, bravo! Cosi si capisce perché il PD ha perso tanti voti che non recupererà mai

  19. Michele

    Le chiusure domenicali sono di beneficio soprattutto per le catene di supermercati: riducono la concorrenza e limitano i costi. La domanda totale ne aumenta ne diminuisce e viene spalamata su meno giorni di apertura. Per i consumatori è l’opposto: più aperture uguale a più servizio. Il problema dei lavoratori è facilmente risolvibile in altro modo: imponendo per legge una consistente maggiorazione di retribuzione per il lavoro festivo.

  20. Maurizio Cocucci

    Io sarei concorde se unitamente alle affermazioni ci fossero a supporto dati tangibili dei vantaggi in termini economici sia da parte dei commercianti che dei lavoratori. Leggo che (punto 6) è dimostrato che l’apertura domenicale ha aumentato i consumi. Bene, ci favorisce cortesemente questi dati, ma a livello settimanale? Perché da quello che ho avuto modo di verificare il volume delle vendite annuale è aumentato molto poco ed è più riferibile al leggero incremento dei redditi a livello globale. I contratti di coloro che sono stati assunti non mi risulta siano così interessanti, sia quanto a tipologia (spesso gli ex voucher finché c’erano) e sia a retribuzione oraria. E per i lavoratori stabili non si è visto alcun incremento sensibile dato che l’unica cosa che sono aumentati sono i costi nel tenere aperto la domenica, giorno in cui si vende di più certamente rispetto ad altri giorni, ma non è altro che una compensazione del calo che avviene durante i giorni feriali (soprattutto il lunedì). Ma ben vengano dati a smentire questa mia (e di molti altri) impressione. Sono ansioso di leggerli. Questo sotto il profilo economico per quanto riguarda i soggetti in causa, poi dal punto di vista etico o politico mi chiamo fuori.

  21. Michele

    Un articolo della voce.info senza uno straccio di dati. Opinioni, interessate (visto il CV dello scrittore).
    Che siano giuste o no, passano in secondo piano, senza un dato, una valorizzazione reale, empirica.
    Sono rattristato se è questa la deriva di questa pagina.
    Non è questione di essere a favore o contro (io la penso più come l’autore del testo, anche se nutro dei dubbi su alcuni punti), ma di avere dati su cui validare le mie tesi

  22. Luca

    Non mi soffermo sull’aspetto economico. Sono un ragazzo di 27 anni che lavora da 2 anni e mezzo. Sono laureato a pieni voti e in questo breve periodo ho lavorato in una società di revisione e successivamente in un’azienda metalmeccanica. In questo breve periodo, pur non lavorando di domenica, sono stato sfruttato, mal pagato e sottomesso in nome della crescita economica. Personalmente mi sento già stufo di questo paese. Lavorare la domenica e il sabato è ormai abitudine. Lavorare 10/12 ore al giorno per uno stage è abitudine. Lavorare gratis come praticante è abitudine. Lavorare per cosa e per chi? Per sentirmi dire “oggi fai part time?” quando provavo ad uscire dal mio ufficio dopo 9 ore di lavoro. Con ragazzi della mia età sotto antidepressivi, e manager che a Bologna si sono suicidati alle 3 del mattino nel loro ufficio. Siamo nel baratro. E continuiamo a parlare di crescita.

    • Stefano

      Condivido in pieno quanto affermi … anch’io ho un figlio più o meno della tua età e la situazione non è molto dissimile dalla tua. Quello che veramente serve, come già qualcun altro ha ribadito, non sono nè chiacchere nè propaganda … serve una crescita “sociale” e non “economica”, serve un passo indietro … che senza soffermarmi in tanti dettagli già noti sarebbe gradito anche da “madre Terra” … siamo, per certi versi, nel controsenso più assoluto: viviamo il presente, guardando al futuro ma rimpiangiamo il passato !!!

  23. Claudio Santini

    1o e 2o.esitono i servizi di pubblica utilità come la sicurezza gli ospedali le TLC ecc e la vendita al dettaglio non lo è. Inoltre medici poliziotti ecc fanno i turni, mentre chi lavora in un negozio l’unica certezza che ha è che le domeniche lavorerà sempre.
    3o 4o.nelle aree turistiche non si applica come non si applicava 7 anni fa il divieto, sarà una decisione dei singoli comuni, quali aree considerare turistiche.
    5o e 6o falso, é dimostrato che la domenica si vende quello che prima lo si vendeva durante gli altri giorni, i consumi sono in realtà diminuiti. Inoltre uno stato deve fare in modo che i consumatori consumino quello di cui necessitano e non cose inutile acquistate solo perché di passaggio. Se una cosa è necessaria la si comprerà un altro giorno. Se non la si comprerà si vede che non era necessaria. L’occupazione non è aumentata, hanno semplicemente tolto le persone in turno il lunedì per metterle la domenica.
    7o passare la domenica al centro commerciale é per me un disagio sociale, andrebbero chiusi solo per far tornare le famiglie nei parchi o a giocare con i figli
    8o il blocco riguarda anche gli e-shop
    9o e certo perché secondo lei un padre di famiglia è contento di essere libero il lunedì perché senza i figli trai i piedi, mentre la domenica che non vanno a scuola é contento di lavorare, così non deve stare a perdere tempo con loro…

  24. Michele

    Il cuore del problema sta nel fatto che di flessibilità del lavoro da 30 anni a questa parte se ne è introdotta troppa. Nel frattempo però la produttività non è aumentata. Dovremmo chiederci il perché! Di flessibilità questo paese muore. Invece abbiamo bisogno di poche regole semplici che aumentino la concorrenza tra le imprese e soprattutto tutelino maggiormente i lavoratori. Il lavoro festivo va pagato molto di più di quanto avviene attualmente. Anche per chi ha contratti che prevedono solo il lavoro festivo.

  25. Dibiasio

    Il regime di aperture libero crea sostanzialmente lavori di xxxx e distrugge lavori di qualità
    le famiglie vengono destrutturate e spinte dalla pubblicità a passare il tempo in posti di xxxx, come centri commerciali o outlet, luoghi che sono tutto tranne che un ambiente sano per la cura della prole.
    I negozi di prossimità fanno parte della vita culturale e sociale di un luogo e lo rendono bello grazie alla cura del negoziante stesso. Basta vedere che fine fanno le strade con negozietti di cinesi, kebabbari o serrande a terra.
    I consumatori non sono affatto i depositari della tutela assoluta, normalmente tutti noi come consumatori facciamo scelte razionali e quindi ciniche centrate unicamente sulla nostra convenienza economica e dunque non teniamo conto delle conseguenze sociali e di cura del territorio nelle nostre abitudini di acquisto. Voglio dire che “il consumatore” non è “buono” di per se, non è diverso da altre categorie economiche che hanno vincoli di legge.

  26. Riccardo

    Quanti commenti, ne aggiungo uno io. Il problema è la disparità di potere contrattuale tra i commessi e i datori di lavoro, in particolare per il tipo di contratto usato con i commessi (tempo determinato). Come risultato, mentre medici, utilities etc. lavorano per turni (una domenica al mese), la scelta del lavoro domenicale per i commessi non è libera: se non si accetta di lavorare tutte le domeniche il contratto non viene rinnovato.

    Sono d’accordo con Ichino, così è andare con l’accetta. Ma una legge che vieti di lavorare oltre (tiro a caso) due giorni festivi/domeniche al mese sarebbe utile.

    Cordialità

    • deanm

      vivere per lavorare o lavorare per vivere, questo sarebbe stato il dilemma. In realtà ci lasciano sopravvivere per consumare (a debito). Una volta si sceglieva di lavorare tanto e si guadagnava, e pazienza se il papà stakanovista (operaio-impiegato-funzionario) non conosceva i suoi figli, almeno li mandava all’università. Oggi invece non li conosce lo stesso, ma al massimo gli può comprare un tablet .
      Il prof. Ichino sembra vivere su un altro pianeta quando pensa di affidare alla libera contrattazione collettiva la funzione di mediare tra impresa e lavoratore. E soprattutto suggerisce alla Repubblica di infischiarsene dell’art. 3, comma 2, Cost.

  27. massimo gandini

    Io mi occupo di impianti elettrici , distribuzione dell’energia e cogenerazione. Tra i numerosi clienti noto che chi fabbrica pannelli in legno truciolato la domenica lavora, gli agroalimentari durante le campagne idem, i cementifici idem, le ceramiche (le aziende piu energivore del mondo) idem, le acciaierie idem…ect. ect. Qui ci si indigna per le commesse e basta , quasi che i vituperati centri commerciali rappresentino la sentina che raccoglie tutti i mali del capitalismo. A me sembra una posizione moralistica intrisa del cattocomunismo tuttora imperante nel nostro paese. Comunque pazienza

    • dibiasio

      Si ma pannellisti e ceramisti fanno i turni. I commerciali invece le domeniche se le fanno tutte. Soprattutto se sono gli ultimi arrivati.
      In città come Milano, dove l’offerta entro e fuori le mura non manca, sarebbe utile per i supermercati chiudere qualche domenica nel mese. Si risparmierebbero costi e le vendite perse si recupererebbero nelle domeniche in cui sono chiusi i concorrenti.

      • MASSIMO GANDINI

        Non penso che le commesse lavorino sempre…conosco anche qualche studente universitario che svolge quel lavoro solo nel fine settimana. I turni li fanno in tutto il mondo…se non è cosi è questione sindacale. Ma non credo che sia cosi. Con queste idee rassegniamoci al declino e alla decrescita (in)felice che sembra tanto piacere agli italiani (ovviamente a quelli con posto fisso , preferibilmente statale). Adeguiamoci al pauperismo imperante

        • dibiasio

          guardi che siamo già nel pieno della decrescita infelice. Se manca il lavoro per i giovani ed i soldi per le pensioni ai vecchi, hai voglia a tenere aperto il super 24/24.

  28. Asterix

    Prof. Ichino attendevamo con ansia questo suo intervento. Lei uomo di sinistra sempre contro i lavoratori. Come dimenticarsi le sue battaglie a favore sull’abolizione dell’art.18 e per indebolire lo statuto dei lavoratori. Lei che parla di libera negoziazione in un settore a più bassa sindacalizzazione è veramente paradossale. La riforma del lavoro del suo partito ha spinto il 60% degli italiani a cambiare voto. Solo una cortesia: potrebbe tradurre le sue opere anche in francese e tedesco per le prossime elezioni europee ?

    • dibiasio

      ”potrebbe tradurre le sue opere anche in francese e tedesco”……. diabolico

  29. ETTORE DE SANTIS

    Primo: ovvio. Ma si parla di distribuzione.
    Secondo: Trattasi di cose assai diverse.
    Terzo: i turisti hanno bisogno soprattutto di trasporti e ristorazione non del prosciutto.
    Quarto: Roma e Firenze sono diverse da Capracotta.Si chiama buonsenso.
    Quinto: I negozi dei centri commerciali è evidente che sfruttano una situazione di debolezza del lavoratore. Che è l’ultimo anello di una lunga catena di sfruttati che parte dal terzo e quarto mondo e che arricchisce i vari Zara che nei mafiosissimi centri commerciali vendono a 10 ciò che pagano 0,1.
    Sesto: E’ un ricatto!
    Settimo: Falso. Solo all’interno dei centri commerciali fioriscono….. In ogni caso si potrebbe tuttavia trovare una mediazione a favore delle attività di intrattenimento ma volta a salvaguardare i nuovi schiavi del prosciutto o della magliettina in cotonaccio.
    Ottavo: Cioè invece di fare la passeggiata mi fiondo su amazon?
    Nono: perché non è giusto e non è possibile salvaguardare le esigenze di tutti soprattutto se ciò comporta il calpestamento del diritto del lavoratore di godersi la famiglia col ricatto (siamo pratici) della perdita del posto di lavoro. “L’ordinamento dovrebbe tendere a……..” processo di lungo periodo da sempre chiamato in causa per rimandare la risoluzione dei problemi sul breve.

  30. gian paolo

    Vorrei dire al professor Ichino , se non se ne è ancora accorto, che ormai stiamo andando anche verso la chiusura delle scuole al sabato. Tante famiglie scelgono ormai per i loro figli la “settimana corta”. Quindi anche gli insegnanti sono costretti a riposare il sabato. Su questo non ha nulla da dire? Mi piacerebbe una sua risposta in merito.

  31. marcello

    Qualche anno fa ero a Liverpool per un seminario e facendo un giro per la città mi colpì lo scenario: mi sembrava di essere nel film Riff Raff di Ken Loach. Gli ultra quarantenni facevano lavori come demolizioni, pulizie, trasporti, i ragazzi lavoravano nei servizi e nella distribuzione a salario minimo, ovviamnete, con un salario cioè con cui al massimo potevano indebiatrsi per sopravvivere. Mi sembra che sempre più questo paese somigli al peggior Regno Unito e questa storia dei lavori domenicali nella distribuzione ne è un esempio. I contratti dei dipendeti delle catene e non sono ridicoli, chi è impiegato nella grande distribuzione o nelle pulizie raramente raggiunge le 40 ore settimanali, il più delle volte ne lavora 24, e la contrattazione in condizioni di strapotere di mercato è solo una bella parola. E’ vero che il tempo libero ha un tasso di sostituziozne diverso per ciascuno, è la base dela micro, ma è altrettanto vero che nella funzione di utilità c’è tutto quello che vogliamo ci sia, ma forse questo è meno vero per chi deve lavorare le domeniche per contratto. L’ordinamneto di preferenza diventa lessicografico o stellato e le pretese di ottimalità dell’allocazione diventano complicate. Credo che limitare il lavoro domenicale nel commercio, per legge, e non attraverso contrattazione sia semplicemente prendere atto dell’assimetria di potere tra le parti.

  32. Gazmir

    Mi perdoni Dr. Ichino ma avrei preferito che un simile articolo fosse scritto da qualcuno con un curriculum diverso dal suo. Lo avrei accettato ma non condiviso.
    Io ci lavoro nel settore della grande distribuzione e l’unica cosa che vedo aumentare sono le spese che le aziende affrontano per stare aperto ormai tutto l’anno, aumenta la sofferenza di chi aveva un contratto che andava dal lunedì al sabato, e grazie anche ai sindacati dovrà lavorare un minimo di 20 domeniche l’anno in ordinario, è aumentato il personale che lavora SOLO la domenica attraverso le agenzie interinali. Le stesse aziende sarebbero ben contente di rimanere chiuse ma lei che ne sa…non ha mica nessuno in famiglia che tarda al pranzo di natale perché fino alle 13 lavora al supermercato per ” offrire un servizio” a chi scenderebbe in piazza contro le chiusure domenicali ma se gli chiudessero i parchi attorno casa non si accorgerebbe neanche.

    Meglio informarsi e documentarsi prima di scrivere articoli che non giovano alla nostra società già confusa e disorientata.
    Distinti saluti

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