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Dieci anni dopo Lehman Brothers

Dieci anni dopo, quali insegnamenti lascia il fallimento di Lehman Brothers? Una conferma che dalle crisi finanziarie si esce solo con l’intervento dello stato. Senza però cadere nel populismo bancario, che confonde i risparmiatori con gli investitori.

L’inizio della crisi

A dieci anni dal famoso fine settimana che ha segnato l’avvio di uno dei periodi più difficili per l’economia mondiale (ma guardando la vicenda con una lente diversa potremmo dire una delle tante e ricorrenti crisi finanziarie della nostra storia) è inevitabile porsi le due classiche domande: cosa ci ha insegnato il dissesto della Lehman Brothers? E la vicenda potrebbe ripetersi?

Una interessante risposta alla prima domanda la troviamo nel lungo racconto di Laurence Ball, The Fed and the Lehman Brothers, da poco pubblicato negli Stati Uniti (ma i lettori interessati possono anche consultare un suo paper). Si tratta di una accurata ricostruzione di tutta la vicenda, che smonta la versione ufficiale secondo la quale la banca fu lasciata fallire perché le autorità non avevano i poteri per intervenire con risorse pubbliche, così come invece era avvenuto poco prima con Bear Stearns. In realtà, sostiene Ball, proprio a causa delle critiche al salvataggio Bear Stearns, una analoga operazione per Lehman, che pure aveva disponibilità in grado di garantire nuove immissioni di liquidità, era divenuta politicamente insostenibile, per il rifiuto di coinvolgere ancora i contribuenti. E chiaramente le autorità non avevano la piena percezione delle conseguenze del default (che stiamo ancora pagando).

È innegabile che, guardando alla storia, dalle crisi si è sempre usciti grazie allo stato. Il suo intervento, al di là della dimensione, inevitabilmente è l’unico in grado di assicurare la stabilità finanziaria nei momenti difficili e assume un valore segnaletico: in alcuni casi, è sufficiente semplicemente annunciarlo per garantire la conservazione del bene “fiducia” sui mercati. Il grave errore delle autorità statunitensi fu la sottovalutazione di questo semplice insegnamento.

Un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto

Sicuramente, sul terreno della stabilità, in questi dieci anni sono stati fatti passi avanti: regole più stringenti sui limiti di capitale, strumenti più incisivi in mano alle Autorità per prevenire le crisi, discipline volte a rendere più efficienti e qualificate le strutture di governance e di controllo dei rischi. Si tratta, però, di un lungo cammino costellato anche di innegabili incertezze, contraddizioni e qualche vistoso passo indietro. La speranza è che – allontanandosi sempre di più il ricordo della crisi – non si allontani anche la reale volontà di adottare misure adeguate per evitare di ritrovarci di nuovo sull’orlo del baratro.

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Guardando a casa nostra, il bicchiere mezzo pieno è rappresentato da uno dei più grandi disegni di innovazione istituzionale (spesso lo si dimentica) che l’Europa abbia mai conosciuto, attuato in tempi relativamente brevi: la creazione di un sistema di controlli che supera le giurisdizioni nazionali, consentendo l’applicazione di regole e vigilanza omogenee nell’area euro.

Il bicchiere è però anche mezzo vuoto perché siamo in presenza di un cantiere ancora aperto: dopo aver centralizzato la vigilanza e la gestione delle crisi manca la ormai famosa e fondamentale terza gamba della mutualizzazione dei rischi che sta avanzando tra mille difficoltà e diffidenze, con esiti ancora incerti.

Il popolo salva le banche

E allora guardando a quello che si è fatto e a quello da fare che indicazioni possiamo trarre per il futuro? La prima è che bisogna mettersi l’anima in pace: la stabilità delle banche è troppo importante per tutto il sistema per abbandonarla alle semplici dinamiche di mercato. Ci vogliono innanzitutto strumenti solidi ed efficaci per prevenire la patologia, ma quando questa si manifesta il “popolo” deve salvare le banche e gli stati devono tirare fuori i soldi per intervenire. Il rischio è che si possano innescare crisi sistemiche che pesano sulle nostre tasche in misura imparagonabile con le risorse stanziate per i salvataggi. È una pillola amara, ma bisogna prenderla, e anche senza perdere troppo tempo perché i virus della sfiducia (non solo Lehman Brothers, ma, nel nostro piccolo, anche recenti vicende casalinghe sono illuminanti) si trasmette con grande velocità.

Contro il populismo bancario

Proprio per il fatto che il popolo salva le banche con i propri soldi, bisogna, però, tenere ben salda la barra su una fondamentale distinzione. Il faro che guida la soluzione delle crisi è la tutela del risparmio. I risparmiatori, cioè i depositanti, devono essere sempre e fortemente protetti, ma non bisogna fare confusione con gli investitori.

In altri termini, chi compra le azioni di una banca accetta il normale rischio d’impresa che comprende anche, come tutte le imprese, quello del completo azzeramento del proprio investimento e, per quanto doloroso, è giusto che sia così. Naturalmente, se le azioni sono acquistate in violazione delle regole di correttezza e trasparenza previste dall’ordinamento, si potrà ottenere il relativo risarcimento, ma questo vale per qualsiasi titolo a prescindere da chi lo ha emesso. Lanciare generici messaggi, come avviene in questo periodo, di ristoro generalizzato degli azionisti delle banche in default, magari per soddisfare qualche esigenza elettorale, rappresenta una pericolosa ferita non solo nelle modalità di gestione delle crisi, ma per il normale funzionamento di tutto il mercato finanziario. In sostanza, come ha detto nell’ultima relazione al mercato il presidente della Consob, “su un punto bisogna essere chiari: la tutela pubblica del risparmio non può significare l’azzeramento del rischio di investimento: la regola n. 1 in finanza è no risk no return. Se non c’è rischio non ci può essere rendimento. In altre parole, il risparmio è diverso dall’investimento”.

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Una affermazione, se si vuole, scontata, ma sacrosanta in un momento nel quale le tentazioni del populismo bancario (e non solo) di vedere pasti gratis dappertutto sono così forti e diffuse.

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  1. Savino

    Da quel 2008 non abbiamo imparato niente. Il popolino continua a comprare il telefonino a rate e a inciampare per strada mentre su di esso consulta i social network.

  2. Vincenzo

    Vorrei approfondire l’argomento ma purtroppo leggo solo in lingua italiana (un limite enorme, lo so). Non esiste nessun libro o studio da consultare?
    Ho fatto ricerche approfondite ma non ho trovato nulla: è molto strano visto la quantità di libri che si pubblicano nel nostro Paese.
    Qualcuno può aiutarmi? Grazie

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