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Lavoro domestico oltre le sanatorie

Le sanatorie non sono l’unico strumento di gestione dei flussi migratori. In particolare nel lavoro domestico e di cura potrebbe essere più vantaggioso ricorrere a interventi come la reintroduzione dello sponsor o la formazione nei paesi di origine.

Un settore di immigrati

In un precedente articolo abbiamo evidenziato come il settore del lavoro domestico sia allo stesso tempo quello con la più alta incidenza di lavoratori stranieri (73 per cento) e di lavoratori irregolari (58 per cento).

D’altra parte, possiamo affermare che le attuali dinamiche demografiche e la struttura del mercato del lavoro in Italia rendono ancora necessaria la manodopera immigrata. Ne è prova il fatto che negli ultimi anni i settori con una forte presenza di manodopera straniera hanno registrato un aumento della componente irregolare, proprio in concomitanza della chiusura dei canali di ingresso legali. La stessa tesi, peraltro, è sostenuta dal recente rapporto annuale Inps, in cui si evidenzia che “in presenza di decreti flussi del tutto irrealistici, questa domanda si riversa sull’immigrazione irregolare”.

Alla luce di queste considerazioni, è positivo che il recente “decreto dignità” (convertito con la legge 96 del 9 agosto 2018) abbia escluso il lavoro domestico dai settori per cui è previsto un aumento per i rinnovi dei contratti a termine. Apprezzabile anche l’estensione al lavoro domestico degli sgravi per le assunzioni di lavoratori under 35.

Fino al 2012, lo strumento più utilizzato per affrontare il problema era quello delle “sanatorie”, che portavano benefici immediati ma non contribuivano a un cambiamento sostenibile.

In un recente articolo pubblicato su Neodemos, si calcola che le undici regolarizzazioni attuate dal 1982 al 2012 abbiano portato all’emersione di 2,8 milioni di immigrati. La più cospicua fu quella del 2002, in occasione dell’approvazione della legge Bossi-Fini, con quasi 650 mila regolarizzazioni.

Dal 2012, invece, gli ingressi per lavoro sono stati ridotti drasticamente, per cui i principali canali sono diventati i ricongiungimenti familiari e i motivi umanitari.

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Figura 1 – Ingressi nell’anno di cittadini non comunitari per motivo del permesso (2007-2016)

Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Istat

Gli strumenti su cui puntare

Tuttavia, le sanatorie non sono l’unico strumento di gestione dei flussi migratori. Anzi, pur generando un beneficio immediato sia per i lavoratori che per i datori di lavoro e lo stato, non rappresentano una soluzione durevole e sostenibile.

Nel corso degli anni erano state introdotte altre misure, alcune delle quali frettolosamente accantonate senza valutarne seriamente i risultati.

Ne è un esempio l’istituto dello “sponsor”, periodicamente evocato nella discussione sulle politiche migratorie. Previsto dalla legge Turco-Napolitano del 1998, fu abrogato dalla legge Bossi-Fini nel 2002. Attraverso questo istituto, i datori di lavoro potevano avvalersi dell’assistenza di soggetti abilitati a svolgere un ruolo di garanti. Anche su questo tema la discussione assume spesso toni ideologici, è dunque bene ricordare che non è mai stato svolto un monitoraggio sul triennio nel quale le norme sullo sponsor restarono in vigore.

Merita una menzione anche un altro istituto, previsto dall’articolo 23 del Testo unico, che permette la realizzazione di progetti formativi direttamente nei paesi di origine dei lavoratori stranieri. Si tratta naturalmente di un percorso fuori portata per le famiglie, ma che potrebbe essere rimodulato a favore delle numerose organizzazioni di servizi alla persona sorte in questi anni, con una formulazione appropriata al settore e mirata a pochi paesi specifici (come Romania, Moldavia o Filippine).

È poi curioso notare che l’acceso dibattito sui “voucher” abbia dimenticato la pluriennale esperienza francese che, proprio nel campo dei servizi alla persona, ha dato segnali incoraggianti. Il piano Borloo introdotto nel 2005 ha cambiato l’assetto del settore, istituendo l’Agenzia nazionale dei servizi alla persona con ruoli di coordinamento interministeriale e introducendo lo Cheque Emploi Services Universel (Cesu), grazie al quale la famiglia può scegliere fra diversi fornitori accreditati e godere di considerevoli agevolazioni fiscali. Da tempo anche in Italia le associazioni di famiglie chiedono maggiore sostegno, ad esempio attraverso la totale deduzione del costo del lavoro domestico.

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Viste le dinamiche demografiche e sociali in corso in Italia, negli anni a venire sarà inevitabile un aumento dei lavori di cura e assistenza, generalmente svolti da persone con bassa qualifica.

La regolarizzazione dei lavoratori in nero e l’intensificazione dei controlli, parallelamente alla realizzazione di politiche attente alle esigenze delle famiglie, sono alcune delle sfide da affrontare in un settore destinato ad avere un peso crescente nel nostro paese. Perché rinunciare a un possibile aumento delle entrate contributive e fiscali?

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  1. Savino

    La via che piace agli italiani per disciplinare questo fenomeno è quella che, presso Foggia, ha portato alla scomparsa di persone sfruttate. Se non si comincia ad essere davvero intolleranti verso i caporali e gli sfruttatori (tutti rigorosamente italiani), ovvero verso imprenditori disonesti e mafiosi, è ben difficile cominciare qualsiasi discorso macroeconomico o demografico.

  2. Gabriele Biondo

    Per favore fate leggere questo ottimo articolo a Salvini e Di Maio , ne avrebbero bisogno. Invece di cavalcare solo slogan per raffazzonare voti su un popolo che oltre ad essere mediamente ignorante in materi economico finanziaria , e’ diventato pure egoista , invidioso e cattivo coi deboli.

  3. Come per l’articolo apparso il 3 agosto, trovo le vostre riflessioni e proposte molto interessanti e concretamente applicabili.
    Mi permetto di ridimensionare l’effetto “positivo” sul decreto dignità rispetto alle agevolazioni per l’assunzione di giovani sotto i 35 anni anche per il lavoro domestico e rimando un interessante riflessione condotta da Professione in Famiglia ( https://professioneinfamiglia.info/2018/08/08/il-decreto-contrasto-al-precariato-non-puo-essere-applicato-per-colf-e-badanti/).
    La strada maestra risiede come anche da voi riportato, nel modello francese con la defiscalizzazione dei costi sostenuti dalle famiglie, almeno per chi non è più autosufficiente.
    La figura di garante, risiederebbe nel titolare dell’impresa che fornisce il servizio di ausilio familiare.
    Oggi, le imprese che forniscono questi servizi in Italia sono circa 700 e non si tratta di somministrazione.
    Grazie all’accordo sindacale che regolamenta dal 2016 il rapporto in cococo di queste figure professionali ( operatori d’aiuto) un centinaio lo hanno adottato, generando circa 3000 occupati e fornendo più di 5000 servizi.
    Si tratta di sollecitare la politica e le parti sociali in tale direzione per ridurre drasticamente il fenomeno del lavoro irregolare.

  4. Paolo Trevisan

    E se invece i permessi di residenza soggiorno li vendessimo al loro giusto prezzo? Vogliamo fare 3 mila euro, corrispondono alla imposta netta su uno stipendio annuo di 18700 euro, dignitoso e idoneo a mantenere la famiglia, circa 3 volte la pensione sociale e 50% in più del minimo. Un F24 in cambio di un permesso di lavoro di un anno rinnovabile previa presentazione di regolare modello RPF con defalco dell’anticipo versato. Così lasciamo al mercato l’onere di stabilire quanti immigrati possono essere accolti e lo stato, che non sarà mai in gradi di prevedere i flussi assorbibili, potrà almeno risparmiare le spese CARA e magari anche quelle SOPHIA.

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