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Politiche attive sì, ma solo se creano competenze *

Servono le politiche attive del lavoro? Nel breve periodo i tirocini in azienda sono più utili della formazione professionale in aula. Proprio perché la lentezza della transizione scuola-lavoro deriva dalla mancanza di competenze lavorative dei giovani.

Il programma Pipol

Con l’uscita del nuovo quadro finanziario europeo e la pubblicazione della proposta dei regolamenti europei sui fondi per le politiche regionali per il 2021-2027, il dibattito sul futuro delle politiche di coesione è stato ufficialmente avviato quando ancora la programmazione 2014-2020 è in pieno svolgimento, quindi senza una sistematica riflessione sui risultati dell’attuale periodo.

Per questo, presentiamo qui, in sintesi, alcuni risultati di uno studio di valutazione del programma Pipol, il piano integrato di politiche per l’occupazione e per il lavoro lanciato dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel 2014. L’analisi, realizzata seguendo l’approccio controfattuale, consente di avanzare alcuni elementi di riflessione sull’efficacia delle politiche attive del lavoro e il rafforzamento dei centri per l’impiego.

Pipol integra diverse fonti di finanziamento, incluso il Fondo sociale europeo. Il programma è finalizzato a facilitare la transizione dei giovani dalla scuola al lavoro e il reingresso dei disoccupati nel mercato del lavoro. I destinatari degli interventi sono suddivisi per fasce, in base alle loro caratteristiche e bisogni.

La valutazione ha riguardato la prima fase di Pipol, sino alla fine del 2016, per verificarne gli effetti sulla condizione occupazionale dei destinatari.

I destinatari presi in considerazione sono stati 7.175, di cui 3.911 beneficiari di interventi formativi, 2945 di tirocini e 319 beneficiari di entrambi i tipi di programma. Il gruppo di controllo è rappresentato da tutti coloro che si erano iscritti a Pipol, ma che al momento dello studio non avevano ancora realizzato alcuna attività (circa 20 mila persone). La ricerca ha utilizzato due set di dati: quelli del monitoraggio del programma e quelli sulle comunicazioni obbligatorie, che hanno consentito di ricostruire le carriere lavorative prima dell’avvio di Pipol ed effettuare in modo più efficace il confronto tra persone trattate e non trattate (gruppo di controllo).

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I risultati

Il 60 per cento dei destinatari totali di Pipol risultavano occupati a gennaio 2018. Le analisi controfattuali indicano che l’impatto del piano è positivo e significativo: i destinatari hanno una probabilità di essere occupati a gennaio 2018 superiore del 5 per cento a quella del gruppo di controllo. Il dato è in linea con molte analisi sugli effetti delle politiche attive del lavoro che utilizzano la stessa metodologia.

L’effetto è più elevato quando la formazione e il tirocinio si integrano. È soprattutto questa la componente che spiega l’impatto positivo medio del programma. I tirocini evidenziano anche un effetto positivo sulla probabilità di avere una “occupazione di qualità”, cioè a tempo indeterminato (+3 per cento).

I percorsi formativi in aula non indicano, a gennaio 2018, un impatto positivo e statisticamente significativo sulla probabilità di essere occupato, semmai il loro valore aggiunto consiste nella maggiore probabilità dei trattati di avere almeno un avviamento al lavoro dopo il 2016 (tabella 1).

Tabella 1 – Impatto del programma Pipol sulla probabilità di essere occupato a gennaio 2018, di essere occupato a tempo indeterminato e di avere avuto almeno un avviamento dopo il 2016.

Nota: La tabella riporta i risultati del modello di regressione e del propensity score matching. Lo status occupazionale è osservato a gennaio del 2018 usando i dati delle comunicazioni obbligatorie. Livello di significatività: ***:p<0,01; **:0,01<p<:0,05; *:0,05<p<0,1.

Il risultato è dovuto all’effetto lock-in, vale a dire la tendenza di chi segue un percorso di formazione a rinviare la ricerca di lavoro. Sembra confermarlo anche la nostra indagine: se si concentra l’attenzione sui soli partecipanti alla formazione che hanno avviato le attività di Pipol da più di tre anni, infatti, anche la formazione ha effetti positivi in termini di probabilità occupazionali, nell’ordine del 3 per cento.

Per le donne si riscontra un effetto maggiore rispetto agli uomini (6 per cento contro 5 per cento). La differenza non è molto ampia e potrebbe anche essere dovuta alla dinamica del mercato del lavoro, che negli ultimi anni ha favorito la crescita occupazionale femminile più di quella maschile. Per i giovani under 30 l’efficacia del programma è stata superiore a quella degli over 30 (+6 per cento contro +4 per cento). Anche i cittadini stranieri traggono un elevato beneficio dal programma. Il risultato è valido per i diversi tipi di intervento analizzati. Pipol, infine, si è mostrato più efficace con i possessori di un livello di istruzione più basso (inferiore alla laurea).

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Nel complesso, lo studio dimostra che i tirocini in azienda nel breve periodo sono più utili ai giovani della formazione professionale in aula, eccetto quella finalizzata al conseguimento di una qualifica professionale. Il motivo dell’efficacia dei tirocini è che le transizioni scuola lavoro in Italia sono molto lente proprio per la mancanza nei giovani delle competenze lavorative.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente agli autori e non coinvolgono la responsabilità della Regione Friuli Venezia Giulia.

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  1. Savino

    Le persone formate ci sono e, puntualmente e volutamente, l’Italia se le fa soffiare di mano. La formazione è pagata pesantemente e con sacrificio dai genitori di ceto medio dei nostri ragazzi, che li tiran su, li fanno laureare e iper-specializzare per poi avere la batosta dei CV cestinati, dell’abbandono al momento di cercare lavoro, della disoccupazione e della sottoccupazione dei loro figli, scavalcati o da generazioni precedenti di emeriti asini raccomandati o dagli emeriti asini raccomandati figli di papà di nuova generazione. Per i lavori di impiego e di manovalanza, certamente i nostri giovani non possono essere aiutati dall’esempio delle generazioni precedenti, che è pessimo in termini di rendimento sul lavoro, laddove l’unica cosa che può insegnarti un anziano di servizio più di te è il bar in cui fanno il caffè migliore. Se l’Italia vuol continuare a perseverare nella sua cocciutaggine familistica, provinciale ed assistenzialista, per cui studiare non serve, le HR si assumono solo per raccomandazione dei potenti, il lavoro è come un gioco in attesa della paga faccia pure, ma, per piacere, non si lamenti delle conseguenze, della crisi strisciante e della competizione nel mondo globale.

  2. Michele

    Ma siamo sicuri che i due campioni osservati (destinatari e gruppo di controllo) siano omogenei? Siamo sicuri che le differenze di risultati – tutto sommato molto modeste – non dipendano prima di tutto dalla diversa composizione dei due insiemi? Il risultato più positivo della integrazione tra tirocini e formazione non può dipendere dalla composizione del campione molto piccolo di 319 partecipanti (“partecipanti” è più rispettoso che “trattati”….)?

  3. Federico Rappelli

    Lavoro importante. Risultati interessanti. Mi chiedo solo se la questione non risieda anche nella inesistenza di canali formali di accesso guidato al lavoro efficienti. Il tirocinio, a differenza.della formazione, consente il contatto con il mondo del lavoro e annulla la distanza tra potenziale lavoratore e imprenditore. A mio giudizio, in assenza di cpi funzionanti, questo vale forse anche di più del traferimento delle competenze tecniche misurato nell’articolo.

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