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Dalla laurea alla start-up

Come agevolare il processo di trasferimento di conoscenza dall’università all’industria? L’obiettivo è sviluppare un modello che superi la scarsa attenzione ai fabbisogni del mercato, sostenendo spin off e start up fondate da laureati e dottori di ricerca.

I ritardi italiani

Il rapporto Netval 2018 sulla valorizzazione della ricerca testimonia i forti progressi fatti registrare dal sistema universitario nel gestire i processi di trasferimento di conoscenza. Tuttavia, conferma anche la presenza di barriere di varia natura che ne limitano l’operatività. La conseguenza è che i volumi complessivi di attività sono inferiori a quelli fatti registrare dagli altri paesi avanzati. Una condizione che non aiuta il nostro paese ad affrontare i processi di innovazione tecnologica e organizzativa.

La mancanza di sistemi di incentivi adeguati, la complessità normativa e la disponibilità limitata di risorse sono sicuramente tra le barriere principali. Benché la terza missione delle università, all’intero della quale ricade il trasferimento di conoscenza, sia oggetto di autovalutazione e di valutazione da parte dell’Anvur, finora ciò non si è tradotto in un sistema adeguato di incentivi a favore del personale. A ciò si aggiunge la presenza di un quadro normativo complesso, frutto di una visione del diritto votata al perseguimento della legalità formale più che di quella sostanziale, che riduce ulteriormente i benefici percepiti. Per ultimo, la gestione dei processi di trasferimento di conoscenza è impegnativa in termini finanziari e di livello di qualificazione richiesto al personale coinvolto.

A questi ostacoli si aggiungono quelli che si frappongono all’incontro tra domanda e offerta di conoscenza, legati sia ai limiti del sistema di offerta sia alla caratterizzazione del nostro sistema imprenditoriale e alle sue difficoltà nel diagnosticare e segnalare i propri fabbisogni di innovazione. Fatto al quale si associa una ridotta disponibilità a riconoscere il valore della conoscenza. Ne consegue che i meccanismi di innovazione di tipo demand pull, che caratterizzano i sistemi di innovazione avanzati, in Italia funzionano male.

Le soluzioni

Quali sono le possibili soluzioni e quale il ruolo specifico del sistema universitario? La soluzione non può che nascere da una corretta diagnosi delle cause del problema: se i segnali che vengono dal lato della domanda di conoscenza sono insufficienti, il sistema di offerta, già per sua natura poco incline a guardare al mercato, risulta poco incentivato a investire nelle attività di trasferimento di conoscenza. Si tratta perciò di sviluppare un modello di trasferimento della conoscenza che superi i limiti degli approcci technology push all’innovazione, cioè la scarsa attenzione ai fabbisogni del mercato, e si basi su un corretto riconoscimento delle opportunità in termini di problemi a cui dare una soluzione. La strada passa per il sostegno alla creazione di spin off e, soprattutto, di start up fondate da laureati e di personale con dottorato, finalizzate a valorizzare lo stock di conoscenza presente nelle università. Sia nel caso degli spin off che delle start up, il veicolo utilizzato dovrebbe basarsi su un forte coinvolgimento di laureati e dottorandi nel processo di riconoscimento delle opportunità e nella loro valorizzazione imprenditoriale.

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Ciò presuppone che laureati e dottori di ricerca siano dotati delle competenze necessarie a validare l’idea e a sviluppare il progetto imprenditoriale. In questa prospettiva, il primo compito delle università è dunque quello di trasferire e coltivare queste competenze. Il secondo, è quello di accompagnare le iniziative imprenditoriali nel percorso di validazione e di start up. Diverse università si sono mosse in questa direzione, ma manca ancora la piena consapevolezza della valenza dello strumento.

Si tratta di una strategia comunque necessaria in un paese che presenta l’anomalia di una classe imprenditoriale e manageriale con livelli di istruzione decisamente ridotti rispetto al quadro internazionale, tanto più in una fase in cui l’istruzione avanzata sta acquisendo un ruolo crescente nelle attività imprenditoriali, ruolo testimoniato da premi all’istruzione avanzata crescenti negli Usa soprattutto per chi svolge attività imprenditoriali.

In questa prospettiva, non conforta che in Italia la quota di neolaureati magistrali occupati come imprenditori sia solo dell’1,3 per cento e che il dato sia molto inferiore per i laureati Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) (tabella 1). Conforta invece il dato sulla quota di coloro che dichiarano una forte intenzione imprenditoriale al momento della laurea (oltre il 30 per cento), che fa pensare alla presenza di un’elevata offerta potenziale di imprenditori con alti livelli di istruzione da valorizzare (Ferrante et al., 2018).

Tabella 1– Occupati per condizione occupazionale. Indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale (laureati magistrali 2009 e 2010 a 5 anni dalla laurea).

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A ciascun debito la sua ristrutturazione

  1. Ermes Marana

    Con tutto il rispetto peró credo che sia un errore nella questione di partenza, per spiegare il quale sarebbe prima necessario definire bene cosa si intende per “start-up”.
    Nella sua concezione comune infatti non si sta parlando solo di un impresa ad elevato contenuto tecnologico che offre servizi all’impresa ma di una impresa costruita raccogliendo capitali attorno ad un’idea (solitamente tecnologica) mirata a rivoluzionare/monopolizzare il mercato preesistente o a creare uno interamente nuovo.
    Tanto per ricordare che Start-up (anche divenute poi enormi, come Netflix o Uber) operano ancora oggi in passivo perché non sono orientate ad avere un pareggio di bilancio quanto a una una dominazione del proprio settore.

    Un sistema economico del genere in Europa (e Italia) non esiste non tanto per la mancanza di manager con laurea (che, almeno per questo campo é una cosa abbastanza secondario) o per mancanza di una preparazione universitaria business-orienteed (che di suo giá sarebbe un tema abbastanza spinoso).
    Tali start-up non esistono semplicemente perché non c’é un mercato di privati disposti ad investire somme (anche elevate) attorno ad un semplice pitch. Qualsivoglia idea, per l’innovativa che sia, si scontra di fronte ad un mercato degli investimenti che é disposto a mettere capitale solo quando il ritorno di questo é giá assicurato in partenza. Perció o si ha la casa dei genitori da ipotecare o addio sogni di “distrupt” e “Stay hungry stay foolish”.

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