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  1. Michele Rispondi
    Che il Decreto Dignità sia mal congegnato sembra assodato. Ha però una grande importanza che supera i difetti tecnici. Ha un valore segnaletico fondamentale. Il Decreto Dignità segna una importante inversione di tendenza: basta con la progressiva precarizzazione del lavoro, che non ha portato a migliorare la produttività, ma ha cagionato danni ai lavoratori e alla conseguente domanda interna. Il Decreto Dignità è un punto di partenza per iniziare ad eliminare la precarizzazione. Molto di più dovrà essere fatto nei mesi/anni futuri per riequilibrare i rapporti di forza contrattuali tra imprese e lavoratori. 30 anni di neoliberismo dannoso e finto progressista non si cancellano in poco tempo, ma la direzione è tracciata. Chi fa impresa basandosi sulla speculazione a danno dei lavoratori avrà il tempo di cambiare. Chi fa impresa basandosi su alto valore aggiunto, alti salari e alte competenze ha tutto da guadagnare dal nuovo trend.
  2. Vittorio Campagnoli Rispondi
    Prof. Ichino, e se provassimo a superare il dibattito su causale sì e causale no? Ecco un’ipotesi: 1. contratti a termine liberi e senza causale in caso di lavoratori svantaggiati (in questo caso i CTD sono uno strumento di reinserimento nel mondo del lavoro nell’interesse del lavoratore); 2. libertà di scelta alle aziende tra CTD con causale e senza causale, differenziandone costo, durata massima e quantità. Per i CTD del punto 2, queste le differenze: a) con causale aperta e specificamente motivata dall’azienda anche fuori dai casi tipici previsti dalla legge (esistono causali difendibili davanti ad un giudice: non solo la sostituzione di lavoratore assente o lo start-up, ma, ad esempio, lo svolgimento di uno specifico progetto, o lo smaltimento di un backlog presente alla costituzione del contratto); in questo caso nessuna limitazione all’utilizzo (se la causale è valida, persiste ed il giudice può verificarne la validità, perché a limitarne durata e quantità?); b) senza causale, quando nei casi incerti (penso al caso dell’impossibile verifica dell’intensificazione dell’attività, dove le alternative sarebbero: misurare ex post l’esattezza di una previsione e sanzionarla se erronea; cioè sanzionare la mancata intensificazione con una trasformazione a tempo indeterminato proprio quando il lavoro non c’è; o, in alternativa, credere fideisticamente al contenuto di una previsione imprenditoriale la cui buona fede è inverificabile); dunque, in assenza di causale, CTD con limite temporale massimo (compresi rinnovi e proroghe), tetto percentuale all’utilizzo delegato ai ccnl, maggiorazione della retribuzione da calcolarsi rispetto ai minimi dei ccnl (non previsione di maggiori contributi).
  3. Franco Scarpelli Rispondi
    caro Pietro, è vero che (molti) giuslavoristi hanno appreso qualcosa dagli economisti. Non sempre vale il contrario, però, quando gli economisti discutono di regole giuridiche senza considerare le loro finalità complessive. Ebbi la fortuna di partecipare a uno dei primi seminari di presentazione della tua teoria sul "firing cost". Quando chiesi in che modo il modello presentato poteva tenere conto della connessione tra regole della stabilità e minore o maggiore incidenza degli infortuni (e del relativo trasferimento di costi sociali sulla collettività, essendo noto che tale incidenza è minore dove i rapporti di lavoro sono più stabili), tuo fratello Andrea rispose ... che il modello teneva conto solo del costo organizzativo atteso. Legittimo, ma forse la prospettiva è un limitata, almeno per chi deve regolare... Mi lascia dunque perplessa la tua tesi sull'applicazione di quella tecnica al tema della causale del termine: che è questione del contratto, ma incide anche su equilibri sociali, su rapporti di potere collettivo, ecc. Ma non ho spazio per argomentare. Una preghiera, però: è ovvio che la regola della causale consente un eventuale contenzioso. Ma perché chiudere con l'argomento sugli avvocati "favorevolissimi alla tecnica del giustificato motivo”? Perché delegittimare chi ha idee diverse, dando per scontato che siano basate solo su motivi di interesse? Tu scrivi libri per diffondere le tue idee o solo per guadagnarne i diritti? Un caro saluto. Franco Scarpelli
    • alessandro di stefano Rispondi
      difficile negare che la causale sia il vero e unico problema. Se lo scopo era quello (condivisibile, in presenza di incentivi economici che sembrano di imminente introduzione) di spostare il baricentro dell'assunzione dal termine al tempo indeterminato, perché non limitare l'utilizzo del termine con la tecnica precedente: massimo 24 mesi, meno proroghe, meno rinnovi. Al limite ridurre il contingentamento in modo significativo, lasciando alla parti sociali deroghe solo sull'innalzamento di tale soglia percentuale. Lo stesso obiettivo poteva essere raggiunto con la tecnica della causale, che genera (è un dato di fatto) un contenzioso frustrante, o con la tecnica a-causale, che invece quel nutrito contenzioso ha cancellato. Mi chiedo solo il perché della reintroduzione della causale che, peraltro, analizzata a fondo, introduce ipotesi pressoché inutilizzabili (salvo in caso di sostituzione), senza alcuno spazio riservato alla contrattazione collettiva.
  4. Henri Schmit Rispondi
    È talmente evidente la posizione difesa dal prof. Ichino che bastavano il primo e l'ultimo comma per argomentarla. La soluzione di un diritto formale che ignora le motivazioni sostanziali del datore di lavoro corrisponde anche ad una maggiore garanzia del dipendente (in questo caso a tempo determinato), perché rende i diritti della parte debole più certi, evita illusioni e inganni facili e frequenti in rapporti per definizione asimmetrici. Se la soluzione riduce pure numero e durata delle controversie giudiziarie, tanto meglio per tutti, soprattutto per le imprese e per l'investimento, e quindi indirettamente per l'occupazione. L'unico aspetto positivo dal punto di vista del dipendente (a tempo indeterminato) del discusso dl è l'aumento del compenso massimo di licenziamento.
  5. Francesco Bizzotto Rispondi
    Pietro Ichino segue la complessità tecnica esagerata delle norme sul lavoro senza perdere umanità. La sua è una storia al servizio del lavoro dipendente. Non a caso si è impegnato per la semplificazione (e la traduzione in Inglese) delle norme. Obiettivo fondamentale. Mi rimane un dubbio radicale: che serva un cambio di passo; che la logica novecentesca (difensiva, reattiva, protettiva) sia inattuale; che il tema sia: "promuovere il lavoro" (Marco Bentivogli), anticipare le incomprensioni e insoddisfazioni (con mediazioni istituzionali), fondare i rapporti su libertà e reciprocità (sulla Mobilità) e spostare le tutele (semplificate, come dice Ichino) dall'impresa al territorio. Se del problema si fa carico la società (è già così in termini di costi) e se si mira ad anticipare crisi produttive e relazionali (a non aspettare i licenziamenti), tutto diviene più semplice, la promozione del lavoro (la Mobilità) scatena produttività, la concorrenza d'impresa trova un nuovo terreno di confronto: le risorse umane) e la protezione dei più deboli (semplificata) costa molto meno. Era l'orientamento europeo della Flexsecurity, non discusso e colpevolmente perso qui da noi. Cosa serve? Forti Agenzie del lavoro di territorio pubbliche e partecipate (anche da imprese e sindacati, oltre che da privati competenti). A Milano c'è (AFOL Metropolitana, costata 2 miliardi). Rispetto le opinioni e mi chiedo: a quando un vero dibattito (a Milano!), anzichè mille soliloqui iper-competenti.
    • Michele Rispondi
      Di rendere pubbliche le perdite e i costi (il “farsi carico la società del problema”) e privati i profitti (usare i lavoratori come un bancomat da cui prelevare secondo i bisogni del momento) in Italia ne abbiamo sperimentato oltre ogni soglia di sopportazione. La conseguenza ultima di questo atteggiamento è il declino economico e morale del paese. Non si costruisce una grande impresa sul lavoro precario, ma su un capitale umano che necessita di investimenti per essere creato. La flexsecurity all’italiana è una presa in giro, una operazione di distrazione di massa. Con la precarizzazione del lavoro le imprese fanno forse profitti a breve, a cui però svendono il loro futuro.
      • Francesco Bizzotto Rispondi
        Caro Michele, farsi carico come società (nel territorio) dei problemi del lavoro dipendente (cercando di anticiparli) vuol dire prendere atto che non c'è più la grande fabbrica, e organizzare la tutela del Capitale umano a un livello nuovo, più efficace ed esterno all'azienda. E' vero, il lavoro è attore fondamentale dell'impresa che serve (innovativa) e che è apprezzata nel mondo. Ben più del capitale finanziario. Si tratta proprio di superare la logica di mercificazione del lavoro che lei denuncia giustamente (e che porta al declino le aziende). Si tratta di mirare a relazioni armoniose (con conflitti di merito), favorendo il dialogo (il match) tra lavoratori e imprese e obbligando queste a curare molto meglio il capitale umano, altrimenti i migliori se ne vanno con gli imprenditori migliori. In quale altro modo si può uscire dal precariato se non trovando un altro lavoro? E i più deboli? Trovano servizi che li aiutano a ripensarsi, formarsi, cercare l'imprenditore giusto per le loro caratteristiche. Sono le Politiche attive previste dal Jobs act e affondate dalle regioni (che ne hanno competenza). In Germania l'Agenzia del lavoro Ba fa così e ha 100.000 professionisti ad hoc, contro gli 8.000 dell'Italia (ingolfati da discutibili compiti amministrativi). Con Politiche attive e un dialogo vero (adesso è truccato dalla domanda) tra lavoratori e imprese ci sarebbe subito un 20% in più di occupati. Ovviamente, sulla Flexsecurity all'italiana sono totalmente d'accordo.
        • Michele Rispondi
          Gentile Francesco, concordo in molto di quello che scrive. Ho solo un grosso timore che le così dette politiche attive del lavoro si trasformino nell’ ennesimo caso di business privato finanziato dallo stato con scarsissimi risultati. La principale e più efficace delle politiche attive per il lavoro è la scuola ordinaria (che non vuole dire preparare a una professione - pia illusione aziendalista - ma fare formazione umana e civile). Però vedo che negli ultimi 30 anni si è cercato solo di svilire la scuola pubblica a vantaggio di business privato dell’istruzione. E torniamo al punto da dove eravamo partiti
  6. Savino Rispondi
    Scusi Professore, ma col Jobs Act non abbiamo in Italia un mercato del lavoro a "tutele crescentI"? Per "dichiarare guerra al precariato", come dice Di Maio, basterebbe disapplicare tutto il novero delle forme contrattuali esistenti in precedenza, troppo "in affitto" e troppo "cagionevoli della dignità", ed applicare il Jobs Act.
    • Savino Rispondi
      aggiungo: non è che basterebbe denominare " contratto a tempo determinato a tutele crecenti" quello che oggi è denominato "contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti"?