Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni dei giornalisti Antonio Caprarica e Luisella Costamagna sulla composizione del mercato del lavoro italiano.

Come crescono le assunzioni in Europa?

Obiettivo principale del decreto dignità, primo provvedimento del governo Lega-M5s, è quello di provare ad arginare l’utilizzo dei contratti a tempo determinato. La crescita dei contratti a tempo determinato è un tema che da anni anima il dibattito italiano.

Per provare a tracciare un quadro più completo sulla questione, è utile analizzare due affermazioni, rispettivamente dei giornalisti Antonio Caprarica e Luisella Costamagna, che supportano, dati alla mano, due visioni del mercato del lavoro molto diverse.

Luisella Costamagna in un’intervista a Stasera Italia, su Rete4, ha sostenuto che:

“Nell’Unione europea i contratti a tempo indeterminato sono tre volte i contratti a termine”.

Non è chiaro se la giornalista si riferisca al numero dei contratti in essere o ai nuovi contratti stipulati (ossia, ogni quattro assunti, tre sarebbero a tempo indeterminato). Il numero di quelli attuali a tempo indeterminato è molto maggiore rispetto a quello dei contratti a termine: i lavoratori a termine sono quasi sei volte in meno degli stabili. Sia in Europa che in Italia.

Nella seconda ipotesi, per verificare la veridicità dell’affermazione rispetto al flusso di nuovi contratti stipulati, invece, servirebbero dati amministrativi comparabili tra i vari paesi sulle singole accensioni (che non abbiamo a disposizione). Per avere un’idea, solo per l’Italia, nel primo trimestre 2018, le attivazioni a tempo determinato sono state pari all’80 per cento del totale.

Tuttavia, è possibile comparare i tassi di crescita dei due tipi di contratto.

Prendendo in considerazione i dati Eurostat, e focalizzandosi sul periodo che va dal primo quadrimestre del 2017 a quello del 2018, in Europa le assunzioni a tempo determinato e indeterminato crescono all’incirca allo stesso tasso. Se Costamagna facesse riferimento alla variazione di stock, dunque, la sua affermazione sarebbe sbagliata, fermo rimanendo quanto detto prima sulla mancanza di dati sulle accensioni.

È interessante però gettare uno sguardo alla situazione italiana, che risulta molto più drastica rispetto alla media europea: le assunzioni a tempo determinato nel nostro paese crescono a un tasso che è più del doppio rispetto a quello degli altri paesi analizzati (Germania, Francia, Spagna), mentre quelle di lavoratori permanenti sono in calo.

Figura 1

Lavoratori a termine; l’Italia sotto la media?

Se l’affermazione di Luisella Costamagna denota una ragionevole preoccupazione per lo scompenso tra Italia ed Europa, la visione contrapposta presuppone che, se si considera la proporzione di lavoratori a termine e non il loro tasso di crescita, quella dell’Italia sia una situazione perfettamente in linea (addirittura al di sotto) con la media europea.

In questo senso, il giornalista Antonio Caprarica, sempre a Stasera Italia su Rete 4, ha dichiarato:

“In Italia c’è una percentuale di lavoro a tempo determinato che è addirittura inferiore alla media europea: la media della UE è intorno al 15 per cento, noi abbiamo una media intorno all’11,8 per cento”.

La percentuale di lavoratori precari può essere calcolata come proporzione della totalità degli occupati (lavoratori dipendenti e autonomi) oppure come proporzione dei soli lavoratori dipendenti.

Ricostruendo i dati usati da Caprarica, emerge che il giornalista usa due rapporti diversi per fare il confronto: la media Ue è fornita da Eurostat come rapporto tra numero di occupati a termine sul totale dei dipendenti; la stima italiana citata, invece, si trova sul Rapporto annuale dell’Istat ed è la proporzione dei lavoratori a termine sul numero complessivo di occupati dipendenti e autonomi.

Caprarica quindi fornisce dati relativamente giusti, ma non paragonabili. Se consideriamo il metodo Eurostat (tempo determinato su totale dipendenti), all’inizio del 2018 la proporzione è 15,7 per cento dell’Italia contro il 13,9 europeo.
Al contrario, se usiamo il rapporto tra tempo determinato e totale occupati, nello stesso periodo in Italia il 12,33 per cento degli occupati lavora con un contratto a termine, mentre in Europa l’11,9 (usiamo per entrambi i dati Eurostat). La differenza sembra essere minima. È importante notare però che nel nostro paese i lavoratori autonomi superano abbondantemente la media europea: 4,8 milioni contro 1,2. Questo numero, facendo aumentare il denominatore dell’Italia più che proporzionalmente rispetto a quello dell’Europa, rende queste stime poco rappresentative. Pertanto, il rapporto tra occupati a tempo determinato e soli dipendenti sembra essere il più appropriato.

In conclusione, Caprarica dà un quadro sbagliato: in Italia ci sono in proporzione più precari che in Europa.

Figura 2

Il verdetto

La questione dei contratti a termine e, più in generale, del precariato è un tema sensibile e intenso oggetto di dibattito. Fermo restando la vaghezza dell’affermazione Luisella Costamagna sbaglia se fa riferimento ai nuovi contratti o ai tassi di crescita ma il suo ragionamento fila (anche se i numeri sono scorretti) se lo scopo è il confronto con l’Italia, in cui la crescita dei contratti a termine è stata molto più forte negli anni recenti. Per quanto riguarda il numero di lavoratori a termine sul totale, poi, l’Italia si classifica oltre la media Europea, diversamente da quanto detto da Antonio Caprarica. Il verdetto, dunque, è FALSO per entrambi. Seppure la realtà dipinta da Caprarica si allontani maggiormente dai ciò che dicono i dati.

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