Per tutelare di più i fattorini si discute di un salario minimo anche per questo mestiere. Che non rientra in una fattispecie ben definita. È quindi necessaria una buona dose di inventiva per stabilire la giusta cifra, oltre che la cooperazione delle piattaforme digitali.

Tra le proposte in discussione sul tavolo dell’economia delle piattaforme c’è anche il salario minimo per i rider. Mentre un minimo legale per i lavoratori dipendenti sarebbe relativamente facile da legiferare (anche se rimangono numerose questioni aperte, tra cui le differenze di sviluppo tra Nord e Sud del paese), un salario minimo per i rider richiede un’inventiva maggiore dato che buona parte, se non la maggiore, dei fattorini non ha un contratto di lavoro dipendente ed è pagato a consegna.

C’è bisogno innanzitutto di più informazioni

Al momento non si può nemmeno dire con certezza se serva davvero un intervento del legislatore. Secondo un’inchiesta di Eurofound in corso di pubblicazione, la paga bassa è in cima alle lamentele dei lavoratori. Si tratta di un mestiere certamente faticoso, ma il salario è davvero più basso di quello previsto da un contratto collettivo? Al momento è difficile avere dati chiari perché in molti casi si tratta di un secondo lavoro e spesso pagato a consegna per cui la comparazione con i minimi orari risulta complicata. Tuttavia, come già scritto da Carlo Stagnaro, i dati presentati in un recente articolo sul Corriere della Sera a prima vista non sembrano lontani da quelli previsti dal contratto collettivo di riferimento. Inoltre, una recente inchiesta della Fondazione Rodolfo De Benedetti (Frdb) calcola il salario orario mediano tra i 7 e i 10 euro. In assenza della distribuzione completa al momento non è possibile capire se il 50 per cento dei lavoratori sotto quelle cifre riceva un salario molto o solo marginalmente inferiore.

Come prima cosa, quindi, servirebbero innanzitutto informazioni più dettagliate. Le possono fornire l’Istat o ricerche indipendenti tipo quelle della Frdb. Oppure le piattaforme stesse potrebbero vedere un business case, e non solo di conoscenza generale, nel consentire l’accesso ai propri dati a ricercatori indipendenti per avere un quadro più completo (si vedano per esempio le ricerche di Alan Krueger sugli autisti Uber negli Stati Uniti) ed evitare che siano fatti interventi legislativi con informazioni molto parziali.

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Se risultasse necessario introdurre un minimo salariale per i fattorini, si potrebbe ottenere attraverso un minimo nazionale o anche semplicemente via contratto collettivo, anche se pagati a consegna, come ipotizzato in un disegno di legge di Pietro Ichino nella scorsa legislatura. Il contratto di prestazione occasionale, per esempio, prevede già un minimo legale di 9 euro all’ora più 3 di contributi (ben al di sopra dei minimi di buona parte dei contratti collettivi).

L’esempio inglese

Un modello interessante è quello della Low pay commission britannica in cui siedono sindacati, datori di lavoro ed esperti e che fornisce indicazioni chiare sul calcolo del minimo per chi è pagato a pezzo: si parte dal numero medio di pezzi prodotti o di consegne fatte in un’ora, lo si divide per 1,2 per evitare di svantaggiare i nuovi arrivati più lenti e infine si usa quel numero per dividere il salario minimo orario e ottenere il minimo a pezzo o consegna. Un esempio: se il minimo contrattuale nel settore della logistica è di circa 7 euro netti all’ora e in media i fattorini fanno una consegna e mezza all’ora (40 minuti per consegna), il minimo sarebbe di 7/(1,5/1,2)=5,6 euro a consegna. Anche in questo caso, in assenza di dati oggettivi sui tempi di consegna al momento si possono fare solo stime grossolane.

Una volta definito il metodo per il calcolo del minimo, sarà necessario decidere come remunerare il tempo in cui un lavoratore non è in consegna ma a disposizione (nella lingua della piattaforme “connesso”) e cosa fare quando una richiesta è cancellata oppure quando è il fattorino a rifiutare la richiesta. In questo caso, l’indennità di disponibilità nel caso del contratto di lavoro intermittente può fornire un utile modello di riferimento.

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Salario minimo non solo per i dipendenti

Infine, la questione della forma contrattuale: un salario minimo, orario o a pezzo/consegna, si applica solo ai lavoratori dipendenti. In parte questa è materia per i giudici, in parte si può risolvere con gli strumenti del Jobs act (Maurizio Del Conte su Repubblica del 18 giugno suggerisce di usare l’articolo 2 del Decreto legislativo 81) o con quelli della riforma Fornero (secondo Pietro Ichino), che estendeva le protezioni dei lavoratori dipendenti anche a quelli in dipendenza economica. Le piattaforme e i sindacati che volessero evitare un intervento legislativo potrebbero comunque trovare un accordo che, de facto se non de iure. copra anche i lavoratori autonomi.

Secondo l’antico, ma sempre valido principio del “conoscere per deliberare” al momento è difficile proporre interventi senza il coinvolgimento di piattaforme e gruppi di lavoratori che conoscono la situazione da vicino. Il governo può far avanzare la discussione con un uso saggio del bastone (minaccia di intervento) e della carota (una soluzione condivisa da lavoratori e imprese), ma senza precipitarsi a far diventare tutti i rider lavoratori dipendenti per decreto con conseguenze che andrebbero ben oltre il piccolissimo settore delle società di distribuzione di cibo.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente all’autore e non riflettono necessariamente quelle dell’Ocse o degli stati membri.

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