L’Italia è uno dei paesi in cui le donne partecipano meno allo sviluppo di innovazioni. Si tratta di uno spreco di capitale creativo. Dall’istruzione all’impresa, la promozione delle pari opportunità potrebbe dare benefici anche alla politica industriale.

Italiane senza brevetti

La recente rivalutazione della politica industriale passa attraverso il ruolo fondamentale dell’innovazione. Attraverso il ricorso a politiche pubbliche cosiddette mission-oriented innovation, la politica è in grado di catalizzare le capacità più innovative del sistema economico per risolvere rilevanti problemi sociali e, al contempo, riavviare la crescita.

Se la capacità di innovare è il motore della crescita economica, è fondamentale capire in che misura ogni paese impiega il proprio capitale creativo per generare innovazione. Partendo dal presupposto che uomini e donne abbiano le medesime capacità creative, allora l’Italia impiega assai malamente le proprie risorse in questo campo, dal momento che è tra i paesi in cui le donne partecipano in misura minore allo sviluppo di innovazioni.

La World Intellectual Property Organization (Wipo) ha pubblicato di recente un report con i dati sul genere degli inventori. Analizzando i nomi tra la lista dei detentori di ogni brevetto è stato infatti possibile identificare le innovazioni che vedono almeno una donna tra gli inventori.

La figura 1 mostra come la quota di domande di brevetto con almeno una donna tra gli inventori è aumentata dal 21 al 30 per cento tra il 2002 e il 2016. Secondo le previsioni il pareggio si avrà attorno al 2080.

Figura 1

Fonte: report Wipo

La nota dolente tuttavia è nella figura 2. L’Italia è tra i paesi in cui il contributo delle donne alle domande di brevetto è più basso, insieme alla Germania, al Giappone e all’Austria; nel nostro paese solamente nel 17 per cento dei casi in un brevetto è presente almeno una donna.

Le motivazioni possono essere diverse, alcune già suggerite nel rapporto del Wipo. La prima è evidentemente nella specializzazione industriale dell’Italia (che accomuna anche la Germania). Secondo questa interpretazione, la scarsa partecipazione femminile all’innovazione dipende dal fatto che l’Italia brevetta soprattutto in settori come quello meccanico, dei trasporti e degli strumenti, che tipicamente sono settori dove la componente femminile è scarsamente rappresentata. Al contrario, è meno specializzata in settori come biotecnologie, chimica o farmaceutica, dove invece la componente femminile è assai più rilevante. Nel caso italiano pesa anche la scarsa propensione a brevettare delle università, dove queste discipline sono meglio rappresentate.

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Figura 2

Fonte: report Wipo

Come evitare lo spreco di capitale creativo

La specializzazione industriale italiana, quindi, sembra essere fonte di un problema scarsamente dibattuto, ossia quello di una distribuzione inefficiente del potenziale creativo. Se con un potenziale 50 per cento, solo il 17 per cento delle donne partecipa direttamente all’attività innovativa, vuol dire che stiamo sprecando capitale creativo. Occorre aggiungere che l’Italia vanta record tristemente negativi quanto a partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Altre ricerche che hanno studiato le differenze di genere nell’innovazione, accademia compresa, hanno ottenuto risultati simili. Hanno anche messo in relazione tali differenze con altri fattori, quali la scelta dei percorsi scolastici, la tipologia di organizzazione del lavoro (organizzazioni gerarchiche contro organizzazioni orizzontali) e la presenza di politiche di sostegno alla famiglia nel caso di presenza dei bambini.

Quali sono le possibili contromosse? In primo luogo, si dovrebbero ridurre le disparità di genere nelle specializzazioni tipiche della nostra industria, come l’ingegneria meccanica (iniziando, per esempio, a regalare per Natale il meccano anche alle bambine. O per lo meno cercando di evitare di dare una caratterizzazione di genere ai giochi, a cominciare dai reparti dei grandi magazzini: chi decide quali sono i giochi blu o rosa?). Si dovrebbero poi stimolare specializzazioni quali ad esempio la farmaceutica e la chimica, come peraltro già avviene con successo in alcune regioni italiane: ciò avrebbe come effetto collaterale non secondario quello di impiegare meglio il potenziale creativo femminile. In terzo luogo, si dovrebbero prediligere strutture collaborative meno gerarchiche e più orizzontali, a cominciare dalle scuole, per proseguire nei laboratori delle università.

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