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All’università manca un progetto

Nel contratto-programma di governo ci sono diverse proposte condivisibili su università e ricerca, che però non definiscono un’idea organica dell’istruzione terziaria nel nostro paese. Bene partire da un aumento delle risorse, ma non basta.

Le incertezze del contratto

Il contratto fra Movimento 5 stelle e Lega – ormai programma di governo – dedica un capitolo all’università e alla ricerca: prese una per una, molte affermazioni sono condivisibili. Tuttavia, non emerge un’idea organica di università.

Non si definiscono tempi, modi e priorità di intervento. Non si capisce come il nuovo governo intenda alzare la percentuale di laureati fra i giovani, fra le più basse in Europa (27 per cento contro una media Ocse del 40 per cento), dovuta sia alle immatricolazioni insufficienti sia all’elevatissimo abbandono durante gli studi (42 per cento). Né si capisce se si vuole che tutte le 96 istituzioni universitarie continuino a offrire una vasta gamma di corsi di studio e di ambiti di ricerca oppure si preferisca per ciascuna di esse una specializzazione nelle aree di maggior forza, magari negoziando gli obiettivi con il Miur, come proposto da Giliberto Capano, Marino Regini e Matteo Turri; se vada privilegiata la qualità della ricerca oppure se didattica e terza missione – citate nel testo – debbano avere pari rilevanza. Così come non è chiaro se il fondo di finanziamento ordinario vada assegnato in base ai costi standard (e quindi alla capacità di attrarre gli studenti, introducendo forme di concorrenza fra università), alla spesa storica (quindi privilegiando gli atenei più antichi), a criteri premiali o a esigenze perequative nei confronti delle università del Sud, o ad altro ancora; o se la selezione di ricercatori e professori debba continuare a passare per il vaglio nazionale oppure vada affidata direttamente ai dipartimenti, come nel mondo anglosassone.

Basta un esempio per mostrare l’incertezza sulle linee guida: da un lato, si esaltano i risultati eccellenti nella ricerca (e in effetti nelle aree bibliometriche l’impact factor per ricercatore negli ultimi anni è stato secondo solo a quello olandese). Dall’altro, ci si lancia in un’accusa generalizzata al sistema universitario e all’utilizzo indebito del potere accademico, ostaggio dei “baroni”. Ora, delle due l’una: o il sistema è fondamentalmente bacato e non produce buoni frutti oppure, se la qualità della ricerca è così elevata, le cattive pratiche anti-meritocratiche non devono essere poi così imperanti.

Per la verità, forse perché scottati dall’impopolarità della riforma della scuola, anche i precedenti governi di centrosinistra hanno evitato interventi organici sull’università, lasciando sostanzialmente inalterato l’impianto della legge Gelmini. Si sono limitati a provvedimenti mirati, come quelli su risorse e diritto allo studio o hanno cercato di introdurre alcuni criteri meritocratici, in maniera convincente nel caso dei dipartimenti di eccellenza, meno con le cattedre Natta.

Più spesa. E poi?

Nel contratto Lega-M5s viene proposto un aumento della spesa universitaria: è un punto di partenza importante, anche se non se ne specifica l’entità. Mentre la spesa pro capite nella scuola italiana è sostanzialmente allineata alla media dei paesi avanzati, secondo i dati Ocse 2014, nell’università investiamo appena l’1 per cento del Pil, contro l’1,5 medio: siamo agli ultimi posti in Europa. Non c’è dubbio che una buona politica universitaria debba iniziare da un aumento delle risorse finanziarie e umane; soprattutto di queste ultime: trend demografici e blocco del turnover in dieci anni hanno diminuito il numero di docenti di oltre 10 mila persone, aumentando enormemente l’onere didattico e organizzativo per i “sopravvissuti”.

Oltre all’attenzione al diritto allo studio (ancora gestito dalle regioni?), positiva è la proposta di armonizzare il sistema delle lauree professionalizzanti e gli istituti tecnici superiori (Its), il biennio successivo agli istituti tecnici che conduce a un diploma. L’assenza di una filiera di istruzione terziaria professionalizzante è un’anomalia italiana. In paesi come Germania, Olanda e Svizzera le università professionalizzanti sono molto diffuse: ad esempio, in Germania gli iscritti alle Fachhochschulen sono circa 950 mila. In Italia, questo segmento dell’offerta formativa non è mai decollato: gli Its raccolgono appena 10.500 studenti. Una strada per aumentarne il numero sarebbe quella di lasciare che le università offrano lauree professionalizzanti, mantenendo la didattica sul campo e l’uso delle tecnologie di ultima generazione tipiche degli Its. Oggi, gli atenei non riconoscono i crediti formativi acquisiti in questi istituti. Il recente tavolo Its-Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) non ha dissipato l’incertezza normativa: le università possono introdurre sperimentalmente una laurea professionalizzante solo se c’è la collaborazione degli ordini professionali. Un compromesso insoddisfacente, da rivedere presto.

Nel contratto non mancano punti discutibili. Ne è un esempio l’idea di ridisegnare l’Anvur, l’agenzia di valutazione della ricerca e la didattica universitaria, rinforzando le prerogative del Cun (Consiglio universitario nazionale) anche nel campo della valutazione: bizzarro che sia un organo nominato dai docenti a giudicare il loro stesso operato. Scrivere poi che il numero programmato – si pensa probabilmente ai test di medicina – va rivisto adottando “un modello che assicuri procedure idonee a verificare le effettive attitudini degli studenti e la possibilità di una corretta valutazione” è aria fritta.

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Il Punto

  1. Renato Seeber

    Certo che confondere impact factor con H Index…..

  2. Se è vero che l’Italia ha un tasso di laureati più basso è probabile che ciò sia anche dovuto all’indiscussa qualità superiore del suo sistema universitario rispetto agli altri paesi europei. In altri paesi, come la Francia dove sono nato e ho studiato, fanno la scelta del “tutti laureati”. Così facendo bisogna sacrificare qualità e un po’ di nobiltà dell’istituto universitario. Inoltre questa politica genera un’inflazione delle lauree e crea maggiore tensione sul mercato del lavoro.
    D’altro canto è meglio avere un paese mediamente più colto che mediamente più ignorante!

    • roberto moscati

      Il ritorno della valutazione ai diretti interessati (CUN) si spiega: la valutazione dell’ ANVUR toglie una parte del potere di distribuire le risorse ai gruppi di potere disciplinari (“io ti do una cosa a te, tu mi dai una cosa a me”,come da tradizione)

    • Matthew

      Pur rispettando la sua posizione,spero di averla intesa nel modo giusto, non sono d’accordo.Se non ci fosse stato il 3+2 non avrei potuto pagarmi gli studi successivi.”L’inflazione e la tensione sul mercato del lavoro” c’e’ per tutti per me come per lei.

  3. Sergio Ascari

    Condivido per quanto capisco l’articolo. Aggiungo che fa piacere scoprire che l’impact factor dei ricercatori italiani è alto; tuttavia se preso insieme al basso tasso di laureati, non fa che confermare la mia ipotesi, che attendo di vedere smentita: l’università italiana è sbilanciata a danno della didattica. Se gli impegni didattici richiesti fossero superiori , non solo in termini di ore di aula ed esami ma soprattutto di attività di tutorato e supervisione, anche il problema della selezione del personale didattico diverrebbe meno drammatico. A fronte di maggior oneri didattici meno candidati ambirebbero ad una professione impegnativa ma non particolarmente remunerativa, e sarebbero selezionati i più motivati. Oggi temo che molti puntino ad un titolo di “Prof. XX” utile soprattutto quale piedestallo per successi professionali (intra o extra moenia, in molte aree), non riferiti certo alla formazione dei giovani. In altri termini, resta il problema della valutazione indipendente dei docenti, menzionato anche nell’articolo.

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