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Poco rosa nel governo Conte

Mentre la Spagna si dà un governo con undici ministre, l’Italia ne vara uno con solo cinque donne e tredici uomini. Anche nel contratto Lega-M5s le proposte a favore delle donne e delle famiglie sono vaghe, come le coperture per renderle effettive.

Ministre di Spagna e d’Italia

Nel nuovo governo formato del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ci sono 11 donne e 6 uomini. Il vice primo ministro è una donna di grande esperienza, cui è stato assegnato anche il ministero dell’Uguaglianza. Alle altre donne vanno ministeri importanti come l’Economia, il Lavoro e la Giustizia. La composizione del nuovo governo spagnolo indica la volontà di valorizzare le competenze delle donne in politica, in economia e nella società. E la sfida per la durata dell’esecutivo è stata affrontata ricorrendo alle competenze di tutti.

Ben diversa è la composizione del nuovo governo italiano, formato da 13 uomini e solo 5 donne, a cui sono andati – con l’eccezione della Difesa e della Salute – ministeri meno centrali, come Pubblica amministrazione, Affari regionali e Sud. Il ministero dell’Economia rimane inavvicinabile per le donne. I dati EIGE dicono che negli altri paesi dell’Europa a 28, la Svezia, come la Spagna, ha più ministre, in Francia c’è un perfetto equilibrio tra ministri e ministre e all’estremo opposto c’è l’Ungheria, dove il governo è composto da soli uomini.

Tabella 1 – Quante donne nei governi precedenti?

Nel suo discorso alla Camera il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto: “Vogliamo dare voce alle tante donne, spesso più istruite e tenaci degli uomini, e che sul posto di lavoro sono ancora inaccettabilmente discriminate e meno pagate, e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino”.

Certo, la scelta di una stragrande maggioranza di uomini nei ministeri più importanti non sembra coerente con il “dar voce alle donne italiane” e con un riconoscimento esplicito delle competenze femminili disponibili.

Anche nel contratto di governo le proposte a favore delle donne e delle famiglie sono vaghe, sia sugli obiettivi che sulle coperture per renderle effettive. Si propongono servizi di asilo nido in forma gratuita (con la specificazione che sono per le famiglie italiane), innalzamento dell’indennità di maternità, premi economici a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro, sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli, rimborsi per asili nido e baby sitter e “Iva a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia. Intanto, il dibattito sulla riforma fiscale sembra rimettere in discussione la scelta dell’unità impositiva, passando dall’attuale tassazione individuale a quella su base famigliare, con effetti negativi sull’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito, nella maggior parte dei casi la donna.

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Una priorità per il paese

L’elenco delle voci del contratto rivela almeno che i temi dell’offerta di servizi di cura e del rientro al lavoro dopo la maternità sono stati individuati come importanti per l’azione di governo, anche se non è chiaro chi se ne occuperà, se il presidente del Consiglio direttamente, oppure il ministro del Lavoro, quello della Famiglia o una persona nominata a questo preciso scopo. Perché una responsabilità e una visione di insieme su questi temi è necessaria e urgente. Un miglioramento della situazione economica e lavorativa delle donne deve essere una priorità nel nostro paese.

La partecipazione femminile al mercato del lavoro ha raggiunto il 49 per cento, il valore più alto di sempre, ma il dato ci lascia comunque penultimi tra i paesi europei, che in media hanno un tasso di partecipazione del 62,4 per cento. I differenziali salariali di genere sono persistenti e crescenti con i livelli di qualifica, a testimonianza che il soffitto di cristallo è duro da scalfire. A queste evidenze si associa la bassissima fecondità, 1,3 figli per donna, e una forte asimmetria nella divisione dei carichi di cura tra partner. La combinazione di questi elementi spiega perché in base al Global gender gap index del World economic forum siamo al 117esimo posto su 144 paesi analizzati quando si parla di uguaglianza di opportunità in ambito economico.

Negli ultimi anni la crescita della presenza femminile in politica – per altro accompagnata dalla scelta di donne competenti in posizione chiave – aveva contrastato il peggioramento dell’indice sul fronte economico e consentito all’Italia di non crollare nelle ultime posizioni in classifica per l’indice globale. Il nuovo Parlamento – dove la presenza femminile è al 35 per cento, in crescita rispetto alla legislatura precedente – associato ad un governo molto più azzurro che rosa potrebbero portare a note dolenti anche su questo fronte.

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Quanto vale la pace fiscale

  1. MT

    Interessante, ma c’è un però…
    Come mai nessuna economista o ricercatrice delle dinamiche sociali ha mai sollevato il problema delle mancate pari opportunità nell’ambito familiare? Non è un problema economico anche questo? Mi riferisco soprattutto all’Italia.
    Dove sono le economiste che sostengono quote azzurre nel caso delle famiglie separate e gestione della famiglia?
    Si attende risposta.

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