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Contro le disuguaglianze prescrivere il liceo

In terza media gli studenti ricevono dai professori un orientamento per la scelta della scuola superiore. Che di rado è il liceo per chi proviene da famiglie poco istruite. Si perpetuano così le disuguaglianze sociali. Eppure, basta poco per cambiare.

Una scelta cruciale

La scelta della scuola superiore è lo snodo decisivo dei percorsi scolastici in Italia. Iscriversi a un liceo, invece che a un istituto tecnico o professionale, condiziona in modo determinante le possibilità di proseguire all’università e raggiungere la laurea, con forti conseguenze sui futuri percorsi occupazionali.

Purtroppo, il livello di istruzione familiare incide molto sulla decisione, anche a parità di risultati scolastici. Di fatto, oggi in Italia, nascere in una famiglia di laureati quasi assicura il privilegio ereditario di accedere alla formazione liceale, anche con un rendimento scolastico modesto. Specularmente, molti studenti di famiglie meno istruite non si iscrivono al liceo anche quando riescono bene a scuola. Sono in discussione quindi l’equità, l’efficienza e la stessa legittimità dei processi di selezione scolastica.

L’orientamento scolastico che i professori di terza media consegnano alle famiglie dei loro alunni ha grosse responsabilità per questo stato di cose. In un lavoro con Gianna Barbieri abbiamo verificato che, a parità di risultati scolastici e nei test Invalsi, gli insegnanti raccomandano meno spesso il liceo a chi viene da famiglie con più bassa istruzione.

Più che atteggiamenti apertamente discriminatori, i docenti tendono a incorporare nel loro suggerimento considerazioni sulle minori risorse culturali ed economiche del contesto familiare, quindi il minore supporto che lo studente riceverebbe se scegliesse il percorso liceo-università. L’attitudine “protettiva”, anche se comprensibile, finisce però per inglobare di fatto nella raccomandazione criteri anti-meritocratici, che contribuiscono alla riproduzione delle disuguaglianze esistenti. Mentre l’orientamento scolastico potrebbe contribuire a contrastarle.

L’esperimento

Attraverso una sperimentazione, condotta insieme a Giulia Assirelli, Giovanni Abbiati e Deborah De Luca entro una indagine sui percorsi scolastici dei giovani pugliesi curata dall’Istituto Carlo Cattaneo («Dispersione scolastica, equità sociale, orientamento», 2014), abbiamo valutato se si potessero incoraggiare a scegliere il liceo gli studenti di terza media che vanno bene a scuola, ma provengono da famiglie poco istruite e che inizialmente non sono intenzionati a intraprendere un percorso liceale, anche perché non adeguatamente sostenuti da insegnanti e genitori nel momento della scelta. A parità di risultati scolastici, infatti, genitori e figli delle famiglie meno istruite sono più dubbiosi sulle capacità di riuscita al liceo.

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Per la sperimentazione, abbiamo intervistato telefonicamente le madri di questi studenti; al termine della chiamata, l’intervistatore ha letto a quelle del gruppo sperimentale un messaggio di due minuti, mentre alle mamme del gruppo di controllo non si è data alcuna informazione.

Nel messaggio abbiamo fornito due informazioni cruciali. Primo: «i vostri figli hanno un rendimento scolastico superiore a quello di chi si iscrive al liceo e vi riesce senza difficoltà». Secondo: «se dopo il diploma vostro figlio scegliesse di non proseguire all’università, una maturità liceale in Puglia offrirebbe comunque opportunità occupazionali simili a quelle degli altri indirizzi scolastici».

In effetti, nel Sud Italia, istituti tecnici e professionali non hanno alcun vantaggio competitivo sui licei (a differenza di quanto accade nelle regioni industriali del Centro-Nord), dunque il liceo è un’opzione sempre vantaggiosa per chi va bene a scuola. Si tratta di un messaggio particolarmente importante per le famiglie meno istruite: al termine delle scuole medie, sono molto più insicure sulla futura prosecuzione degli studi all’università e vedono gli indirizzi professionali come una scelta meno rischiosa, che pensano assicuri competenze direttamente spendibili subito dopo il diploma.

Dopo la telefonata, è stata inviata a casa dei genitori del gruppo sperimentale una brochure che illustrava con grafici quanto detto al telefono.

L’effetto di questo intervento leggero è notevole: abbiamo riscontrato infatti un incremento sensibile del tasso di prosecuzione al liceo (+11 per cento) rispetto al gruppo di controllo (dove il tasso di iscrizione al liceo è pari al 36 per cento). Abbiamo poi seguito nel tempo gli studenti, raccogliendo indicatori sull’inserimento nei primi mesi delle scuole superiori: i ragazzi del gruppo sperimentale che hanno scelto il liceo non evidenziano alcuna difficoltà particolare. Avevano solo bisogno di una “spintarella” (nudging). Purtroppo, è una spintarella che gli insegnanti delle scuole medie non danno, anzi tendono a dare raccomandazioni prudenziali di segno opposto.

In Italia si fatica a capire l’importanza dell’orientamento scolastico e le sue potenzialità nel ridurre le disuguaglianze. Gli insegnanti referenti dell’orientamento spesso non hanno alcuna formazione specifica per svolgere questo ruolo e neppure imparano sul campo, perché la funzione strumentale passa di mano da un anno all’altro. Si improvvisa quindi qualche attività informativa, si organizzano visite a istituti superiori e poi il consiglio di classe formula una raccomandazione. La questione della promozione delle pari opportunità è molto marginale nel percorso. Eppure, basterebbe solo un piccolo incoraggiamento.

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15 commenti

  1. Stefano

    Come al solito, la colpa è degli insegnanti. L’indagine presentata dagli autori dell’articolo è, per me, molto interessante, peccato che non tenga in alcun conto che a) l’orientamento indicato dalla scuola media non ha alcun valore nell’iscrizione alla secondaria di II grado: i genitori possono fare tranquillamente quello che vogliono; b) in conseguenza di ciò (cioè scarsa considerazione), mi sembra alquanto ovvio che occuparsi dell’orientamento sia un’attività lasciata alla buona volontà dell’operatore tanto, nalla maggior parte dei casi, è solo lavoro in più e, peraltro, non retribuito né in termini monetari né in termini di considerazione professionale e sociale; c) ma rendere gli istituti professionale e industriali luoghi nei quali il braccio e la mente cooperino in maniera tecnologicamente moderna, no? Credo che solo in Italia esista questa pessima abitudine di considerare impegnativi intellettualmente solo il greco e, forse, la matematica e, naturalmente, continuerà ad essere così finché gli ambienti degli istituti tecnici e professionali verranno considerati di serie B. Eppure basterebbe poco: sarebbe sufficiente rinverdire la mentalità di quell’Italia di inizio novecento ricca di Regi Istituti Tecnici, prima che la devastazione dogmatica di Croce e Gentile mutilasse gli italiani dal punto di vista culturale.

    • bob

      a parte che i Regi Istituti Tecnici furono poche istituzioni anche se molto qualificate, ma Gentile cercò di dare un ordinamento più moderno e attuale al sistema scolastico. La distruzione della scuola è avvenuta con il ’68 dove prima di tutto si operò per distruggere l’autorità di professori ( gli esempi di bullismo in atto sono frutto proprio di assenza d’autorità) in nome di una falsa “democrazia” e di ipocrita egualitarismo si è operato verso il basso , ma questo è il Paese smemorato per eccellenza che non solo si dimentica il passato remoto ma anche il prossimo, che pende dalla labbra di un futuro primo ministro il cui “partito” tra le tante scelleratezze proponeva il dialetto nelle scuole

  2. Fabio Rosi

    Premetto che ho fatto il liceo classico. Ma nonostante ciò ho figli che hanno seguito le mie orme e altri che hanno preferito le scuole professionali. L’articolo mi sembra che continui a proporre luoghi comuni che speravo fossero ormai un lontano ricordo. Non mi sono opposto alle scelte dei figli e oggi quelli che hanno scelto le scuole professionali hanno un buon lavoro, mentre gli altri che hanno fatto il liceo, pur laureati sono ancora a casa disoccupati. E quindi ? direi che davvero sarebbe ora di superare questa divisione antica e agganciare di più lo studio alle realtà lavorative. Al sud la situazione è diversa che nel nord Italia, ma non è che si risolvono i problemi dell’istruzione e delle famiglie suggerendo il liceo. Tanto, il lavoro al sud non c’è ne’ per i diplomati delle scuole professionali, nè per i liceali . Purtroppo …

    • domenico

      condivido quanto da te affermato. Pugliese, quasi 50 anni fa sono andato all’istituto tecnico, per motivi soprattutto economici. Diplomato con i massimi dei voti, ho iniziato a lavorare dopo il militare (non ho fatto il rinvio) mi sono laureato in ingegneria e materie giuridiche, entro i tempi medi dei coetanei e ho avuto una carriera lavorativa più che soddisfacente. Sopratutto ho constatato che spesso la mia preparazione delle scuole superiori era maggiore di chi proveniva dal liceo compresa un figlio che ha fatto il liceo classico .
      I fattori che incidono alla fine sono svariati e soprattutto di pende dalla qualità degli insegnanti o dalla singola scuola e dall’ambiente nel quale vivi .

  3. Max

    Articolo interessante. Infatti in un sistema “tracked” come quello italiano, l’orientamento è fondamentale. Tuttavia, mi chiedevo:
    – rispetto all’affermazione: “Iscriversi a un liceo, invece che a un istituto tecnico o professionale, condiziona in modo determinante le possibilità di proseguire all’università e raggiungere la laurea, con forti conseguenze sui futuri percorsi occupazionali.”, la superiorità del liceo è stata dimostrata in maniera convincente? Ovvero c’è un effetto “causale” dovuto al tipo di scuola (es. curricula), o la correlazione dipende solo dalla qualità media di studenti, gruppo di pari e docenti? Lo svantaggio di cui sopra è uno svantaggio medio o si estende anche agli studenti più capaci degli istituti tecnici, che sembrano essere il target dell’esperimento?
    – rispetto all’affermazione: «se dopo il diploma vostro figlio scegliesse di non proseguire all’università, una maturità liceale in Puglia offrirebbe comunque opportunità occupazionali simili a quelle degli altri indirizzi scolastici», gli autori affermano che “In effetti, nel Sud Italia, istituti tecnici e professionali non hanno alcun vantaggio competitivo sui licei (a differenza di quanto accade nelle regioni industriali del Centro-Nord), dunque il liceo è un’opzione sempre vantaggiosa per chi va bene a scuola.” Tuttavia mi chiedevo cosa accadrebbe ad uno studente che completasse il liceo in Puglia senza continuare negli studi universitari qualora si spostasse poi al Nord per cercare un lavoro.

  4. Gemma

    Vorrei lasciare a testimonianza la mia esperienza di tanti anni fa, precisamente 17. Vengo da una famiglia che, sebbene composta da persone istruite, aveva un reddito e un tenore di vita molto basso. Nonostante il mio rendimento scolastico alto, proprio come dice l’articolo alla fine delle scuole medie mi fu consigliato un istituto tecnico. Forse mi ha “salvato” la consapevolezza delle mie capacità, ma ricordo che rimasi amaramente sorpresa da quel suggerimento. Per mia fortuna i miei genitori, evidentemente più bravi ad ascoltare e a rispettare le mie intenzioni, mi incoraggiarono a iscrivermi al liceo classico, che in quel momento mi era sembrato la scuola che meglio rispondeva ai miei desideri. Per me è stata sicuramente la scelta migliore, quella che ha meglio valorizzato le mie capacità intellettuali, aprendomi la strada a una laurea in fisica prima, e dottorato di ricerca poi. Per concludere, non intendo e non credo che in assoluto un liceo sia meglio di un istituto, ma che la scuola dovrebbe aiutare a valorizzare le inclinazioni e i talenti dei giovani alunni senza distinzione in base al ceto sociale. Nel mio caso, la capacità di ascolto dei miei genitori unita a una personale dose di sana sfrontatezza hanno impedito che un suggerimento dato con superficialità e pregiudizio pregiudicassero un percorso formativo che, spero di non peccare di vanità, ma non posso che descrivere come brillante e ricco di soddisfazioni.

  5. Davide

    Molto interessante. Complimenti ai due sociologi per aver realizzato un semplicissimo esperimento che in 20 anni la psicologia scolastica – mai nata in Italia – non è mai stata in grado di produrre. Vorrei sapere cosa ne pensano gli autori della vecchia idea (Berlinguer mi pare) del biennio comune alle superiori, idea affossata dalla riforma del 2009 Gelmini-Bruschi, che ignorò del tutto il problema dei drop out al biennio dovuti appunto alle scelte errate a metà terza media.

  6. giuliano parodi

    Esiste in Italia un obbligo scolastico fino a 16 anni, ma non esiste una scuola che contemperi tale obbligo. Arrivati a 14 anni i ragazzini devono essere indirizzati verso una “specializzazione”. La maturità di quei ragazzini è assolutamente inadatta alla scelta; quasi mai si manifestano negli stessi attitudini per particolari materie. La scelta viene quindi ribaltata sui genitori. Tutto questo si potrebbe ovviare con una scuola media che duri 5 anni, che si occupi di una formazione generalista, che rispetti un obbligo scolastico veramente uguale per tutti, che rinvii le scelte ad una età più consapevole per i ragazzi, rendendoli più responsabili verso se stessi. Tanti “riformisti” si sono cimentati sulla scuola, ma nessuno sembra avuto il buon senso di fare dell’obbligo scolastico un momento di reale parità sociale. Eppure la soluzione è nel buon vecchio, dimenticato ginnasio per tutti.

  7. Giovanni

    Non è così vero che l’aver frequentato il liceo garantisca un futuro migliore. Porto l’esempio di mio figlio: uno dei migliori alle medie, nessun dubbio da parte degli insegnanti circa l’indirizzo da scegliere. Ha fatto il liceo scientifico, poi non ha voluto proseguire all’università. Oggi fa l’operaio semplice, mentre con un istituto tecnico avrebbe avuto ben altre possibilità.

  8. Gabriele Peloso

    La scuola media dovrebbe durare cinque anni. I ragazzi sarebbero un po’ più maturi nella scelta della scuola superiore che, a questo punto, avrebbe una durata di tre anni. Inoltre, gli insegnati che si occupano di orientamento dovrebbero avere una specifica formazione.

  9. Alessandro

    Due tra i miei migliori amici sono, rispettivamente, diplomato con mansioni da laureato e laureato con mansioni da diplomato, entrambi istruiti e socialmente più che rispettabili. In effetti la divisione tecnici-professionali e licei è un po’ manichea e semplicistica. Una cosa però è assolutamente vera (almeno qui a Roma): l’ambiente ed il quotidiano liceali sono vivibili, civili e tutto sommato funzionanti; quelli dei tecnici-professionali fortemente trasgressivi, intrisi di abbrutimento (degli studenti prima e del personale di conseguenza) e basso profitto. Tuttavia lo scatto sociale (ammesso che l’università ne sia il viatico) può avvenire in tutti i casi, vi sono ancora molte variabili. E’ infine vero che noi docenti delle medie dovremmo sempre avere come bussola nell’orientamento l’idea di consigliare esclusivamente in base alle inclinazioni e capacità, così da ridurre (almeno quello!) il gap tra le scuole liceali e quelle tecnico-professionali.

    • bob

      “.. ridurre il gap tra le scuole liceali e quelle tecnico-professionali.”. Le scuole liceali insegnano cultura, il resto sono corsi specifici di specializzazione. I primi formano la persona nell’apprendimento,nella capacità di critica e di “traduzione” e nel fondamentale sapere generale che distingue un uomo istruito da un analfabeta. Le seconde specializzano su una materia, un settore specifico. Le seconde come esempio l’ ITIS durano 5 anni con il solo scopo di ” creare fittiziamente impiego” sarebbero ampiamente sufficienti appena un biennio.

    • Ilenia

      Quell’abbruttimento che descrivi nei tecnici professionali si traferisce pari pari nei posti di lavoro in cui queste persone operano e sono in maggioranza. Diventano ambienti di lavoro abbruttiti e invivibili per chi ha un percoso di studi diverso, provare per credere in un’azienda metalmeccanica del Nord Italia.

  10. Markus Cirone

    Certo, sarebbe auspicabile che i ragazzi scegliessero l’indirizzo di studi in base alle loro inclinazioni e non al loro status sociale ed economico. Ma avete idea di quanto costa, oggi, arrivare alla laurea? Ogni anno con i miei colleghi docenti facciamo la colletta per consentire a una nostra ex studentessa di pagare le tasse universitarie.

  11. alberto ferrari

    L’articolo mi è parso interessante sul piano del metodo ( evidenzia pregiudizi in chi dovrebbe orientare) ma anche con troppe ovvietà. Nel meridione ( in Puglia) il diploma tecnico non offre più opportunità di lavoro della laurea. Mi sembra il cane che si morsica la coda; chi andrebbe ad aprire aziende nel meridione se non ci sono tecnici ma laureati in legge o lettere?. Credo che sarebbe più utile uscire dagli stereotopi e chiedersi prima a che cosa dovrebbe servire ciascuna fase scolastica. In ordine di importanza: quella dell’obbligo: sviluppare le capacità cognitive, manuali, relazionali e la socialità ( fare dei buoni adulti e dei buoni cittadini indipendentemente dal lavoro/ricchezza che avranno poi). Quella intermedia (Istituti, licei) ancora fare dei buoni adulti e cittadini (che resta la cosa più rilevante della scuola) e avviare professionalmente al lavoro tecnico specialistico (Istituti tecnico-professionali) o, in alternativa avviare all’approfondimento dello studio come attività speculativa in sé (Licei). Infine Università come alta professionalizzazione e specializzazione. Partendo da queste sommarie basi è forse più facile distribuire i tempi ( anni scolastici) tra le varie fasi e saper essere di aiuto nell’orientare.

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