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Come i quotidiani narrano la crisi

Chi sono i capri espiatori della crisi economica? Ecco come quattro quotidiani di altrettanti paesi dell’Eurozona hanno raccontato la grande recessione dal 2007 in poi. Mettendo in evidenza il problema della mancanza di un’opinione pubblica europea.

Quattro giornali raccontano la crisi

A dieci anni di distanza dall’inizio della crisi che ha quasi segnato la bancarotta in Grecia, Portogallo e Irlanda, gli stati dell’Unione europea non riescono ancora a mettersi d’accordo su un quadro condiviso di riforme necessarie per far ripartire la zona euro. Con l’eccezione della Francia macronista, gli altri sembrano addirittura aver rinunciato a provarci: la Germania consumata dalla propria paralisi politica, l’Italia presa nella morsa della battaglia pre e post-elettorale, la Spagna preoccupata dal separatismo catalano, e così via.
La questione è cruciale: perché ci ritroviamo in questo stallo istituzionale?
Ci siamo posti la domanda all’inizio di un progetto di ricerca intrapreso congiuntamente da Bruegel e dalla facoltà di giornalismo dell’università di Dortmund.
I risultati ci aiutano a cogliere parte della risposta: gli europei non condividono le stesse narrative e, di conseguenza, impostare un’agenda politica comune per le riforme risulta difficile.
Le analisi economiche hanno finora in gran parte ignorato la questione della frammentazione della sfera pubblica europea, una caratteristica che distingue l’euro da qualsiasi altra valuta. L’assenza di un’opinione pubblica comune è nota e intuitivamente comprensibile. Il nostro studio, però, ha misurato per la prima volta le differenti narrative quantitativamente e diacronicamente, in diversi paesi.
La metodologia usata ha previsto un’analisi semi-automatizzata delle parole chiave utilizzate nei quotidiani con l’ausilio di un algoritmo. Abbiamo preso in considerazione più di 51 mila articoli pubblicati negli ultimi dieci anni su quattro influenti quotidiani in Francia, Germania, Italia e Spagna. I giornali in questione – La Stampa, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, El Paìs – sono comparabili tra di loro in termini di posizionamento. Le ragioni della scelta sono state dettate dall’obiettivo di rilevare le divergenze nazionali, più che le differenze politiche. È altresì importante sottolineare che la nostra analisi non aveva lo scopo di criticare le posizioni prese dai giornali, quanto di utilizzare le pubblicazioni per ottenere un’approssimazione dell’opinione pubblica media in ciascun paese.
I risultati rivelano una forte divergenza dei discorsi sulla crisi economica tenuti da ciascun quotidiano.
Süddeutsche Zeitung, una delle maggiori testate tedesche, dà la colpa a tutti tranne che alla Germania. I sospettati più citati sono ovviamente la Grecia e la Banca centrale europea. Il giornale sembra insistere sulla necessità di ritornare alla stabilità percepita del modello dell’economia sociale di mercato associato agli anni del dopoguerra in Germania.
Le Monde dà la colpa a tutti, classe politica francese inclusa, ma si astiene per lo più da criticare le istituzioni europee, soprattutto la Banca centrale europea durante l’epoca della presidenza di Jean-Claude Trichet.
El Paìs fa autocritica, e punta il dito contro la cattiva gestione del sistema spagnolo nel corso del periodo di crescita e della bolla immobiliare pre-crisi, e contro l’intera classe politica spagnola.
La Stampa sembra descrivere un’Italia vittima di circostanze poco fortunate e al di fuori di qualsiasi controllo nazionale, comprese le misure di austerità imposte dall’UE e promosse dalla Germania; dall’altro lato, esprime anche posizioni critiche verso la classe politica nazionale.

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Manca la sfera pubblica europea

Il quadro mostra come, in ciascuno dei paesi presi in considerazione, le narrative alimentino una serie di pressioni divergenti sul discorso politico e sul posizionamento dei rispettivi governi nel momento delle discussioni e delle negoziazioni in sede europea.
È vero che la crisi ha colpito in modo diverso questi paesi e che quindi è per certi versi ovvio ritrovare differenti prospettive. Ed è sicuramente difficile delineare la genealogia precisa di come le narrative vengano cristallizzate e divulgate dai giornali. Per alcuni aspetti, si tratta della pressione dell’opinione pubblica, altre volte di una strumentalizzazione politica o di una chiara linea editoriale. Tutto contribuisce alla sedimentazione di una precisa narrativa.
D’altro canto, però, se ci fosse una sfera pubblica europea, o se perlomeno ci fosse più permeabilità tra i media dei vari paesi, probabilmente le divergenze tra le varie narrative ricalcherebbero meno le frontiere nazionali. La nostra analisi suggerisce che siamo ancora molto lontani da una simile sfera comune. Nel frattempo, portare a galla le divergenze resta un sostituto parziale all’auspicata europeizzazione del dibattito.

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  1. Henri Schmit

    Conosco bene 3 dei 4 giornali scrutati. La Stampa è troppo seria, Le Monde troppo severo per rappresentare le “opinioni pubbliche” dei rispettivi paesi. Trovo che siano abbastanza allineati con le posizioni espresse dalla Suddeutsche, perché sono tutti giornali di qualità. Nonostante la Brexit avrei incluso l’UK, p. es. The Guardian. Più i temi trattati che l’interpretazione dei fatti distingue questi giornali. Bisognerebbe scenderebbe nella stampa più “popolare” e includere le trasmissioni politiche e i telegiornali più seguiti per cogliere un’opinione pubblica sociologicamente più significativa. La diversità sarebbe molto più eclatante e più preoccupante. I media popolari riflettono meglio dei 4 giornali scelti non solo l’opinione pubblica popolare, di massa, dell’elettorato, ma anche il discorso politico, i messaggi dei politici, i programmi dei partiti. Il dibattito politico sui (e attraverso i) vari media esprime l’opinione pubblica articolata, plasma l’opinione pubblica virtuale espressa poi in scelte e in voti. Per formare un’opinione pubblica europea servirebbero due cose: 1. media europei, una televisione europea come France24 che emette programmi di qualità in più lingue; in Germania esiste DW in inglese; in Italia mancano media con ambizioni europee, internazionali. Sarebbero da creare. 2. servirebbero politici europei che rispondessero all’opinione transnazionale. Oggi lo fa un po’ la Commissione, un po’ meno il Consiglio, mentre i MEP sono rigorosamente nazionali

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