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  1. Ugo Gragnolati Rispondi
    @Pietro Manzini: Nella prima parte dell’articolo si ragiona “a parità di altri fattori”, isolando così l’effetto redistributivo immediato dal resto. Successivamente, invece, si discute di come sia l’efficacia che gli effetti redistributivi di più lungo termine verranno decisi da quanto aumenteranno gli studenti. Quanto più si ritiene che la politica sia inefficace sulle iscrizioni, tanto più i conti proposti nella prima parte risulteranno essere una buona approssimazione. Se gli iscritti aumentano è del tutto ragionevole attendersi che anche i costi aumentino di livello, come lei scrive. Quanto alla loro ripartizione tra classi, invece, essa dipende da quanto l’eventuale aumento degli iscritti sarà uniforme tra classi. In caso di perfetta uniformità nell’aumento, la distribuzione dei costi resterebbe invariata. In ogni caso, andrebbe mantenuta salda la logica di valutazione: per valutare gli effetti redistributivi di una politica occorre considerare sia a chi si destinano i ricavi sia su chi gravano i costi; inoltre, occorre valutare congiuntamente le diverse leve utilizzate. Le altre analisi divulgative a me note, pur restando nell’ottica ristretta “a parità di altri fattori”, analizzano tipicamente solo la distribuzione dei ricavi, dimenticando interamente di guardare anche alla variazione dei costi nonché all’insieme di leve mosse. Il principale obiettivo dell’articolo è invece di chiarire che tutte queste componenti vanno analizzate congiuntamente.
  2. Sergio Rispondi
    Grazie per l'utile studio! Resto dell'idea che servirebbe a poco se non si risolvessero gli altri problemi fondamentali dell'università italiana, in primis la scarsa incentivazione dei docenti a curare la didattica, con studenti spesso lasciati a loro stessi e alla dispersione delle energie. Occorre un sistema molto più strutturato, con obblighi di frequenza a fronte di servizi didattici sostanziali, non limitati alla lezione cattedratica e agli esami. All'Istituto Universitario Europeo dove lavoro part time ci stiamo muovendo verso approcci didattici fortemente interattivi, a somiglianza delle migliori università del mondo. Abbassare i prezzi e basta rischia di aggravare lo squilibrio tra una domanda di didattica crescente e un'offerta già scarsa e statica se va bene. Parte delle risorse andrebbero trasferite ai docenti specie giovani in cambio di maggiori e migliori servizi didattici. Il problema è che in Italia in molti casi le posizioni universitarie servono da etichetta e trampolino per altre e più lucrose carriere, peraltro con garanzie del posto tenuto in caldo. Altro che articolo 18. Tra quelle carriere spiccano quelle politiche, e ciò garantisce l'irriformabilità del sistema, protetto da una falange trasversale di parlamentari/professori che di tale sistema beneficiano.
  3. Pietro Manzini Rispondi
    Sono molto perplesso. La prima parte dell'articolo sfida la legge della domanda. Se i costi si abbassano le iscrizioni aumentano mentre l'A sembra partire dal presupposto che il numero degli iscritti non muti. Poi vengono bellamente ignorati i costi che il sistema universitario dovrebbe sostenere a causa dell'aumento degli iscritti. Nuovi spazi, amministrazione, nuovi docenti, ecc. Oppure l'università italiana è il nuovo fattore k? Funziona sempre uguale a prescindere dalle risorse attribuite...
  4. loredano Rispondi
    non è che si premino gli evasori e puniscano i percettori di redditi da lavoro dipendente come d'uso? non mi sembra che questo aspetto della problematica sia stato affrontato
    • asdra Rispondi
      Anche oggi, ma tanto più se l'iscrizione all'università fosse a carico della collettività, sarebbe giusto che lo studente che non dà o non supera esami, o che va fuori corso senza una ragione valida, sia penalizzato.