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Residui fiscali, cosa dicono i numeri

Al centro della campagna dei referendum autonomisti in Veneto e Lombardia, i residui fiscali riflettono la redistribuzione di risorse tra aree del paese con redditi diversi. Non ne beneficia solo il Sud. Anzi, lì la spesa pubblica è leggermente più bassa.

La definizione di residuo fiscale

È oramai prossimo il referendum indetto da Veneto e Lombardia: il 22 ottobre i cittadini delle due regioni sono chiamati a decidere sull’attivazione del procedimento per chiedere allo stato forme e condizioni particolari di autonomia, sulla base di quanto prescrive l’articolo 116, comma 3, della Costituzione. Rimando all’articolo di Paolo Balduzzi per le valutazioni sull’utilità procedurale e costituzionale dell’operazione, ma alla discussione può essere utile qualche elemento fattuale in merito al tema della distribuzione regionale delle risorse pubbliche e dei relativi residui fiscali.

La stima del livello delle entrate e delle spese delle amministrazioni pubbliche a livello regionale consente di calcolare il saldo, noto in letteratura come residuo fiscale. Definito da James Buchanan come la differenza tra il contributo che ciascun individuo fornisce al finanziamento dell’azione pubblica e i benefici che ne riceve sotto forma di servizi pubblici, è uno strumento attraverso il quale valutare l’adeguatezza dell’azione redistributiva dell’operatore pubblico.

Il potenziale informativo dello strumento consente, infatti, di evidenziare in maniera chiara l’ammontare complessivo della redistribuzione tra le diverse aree del paese compiuta dallo Stato centrale.

In concomitanza con il percorso referendario avviato da Lombardia e Veneto sono tornate in primo piano proposte tese a trattenere nelle regioni settentrionali le risorse altrimenti destinate a finanziare la spesa pubblica delle regioni meridionali, ritenute inefficienti e spendaccione.

Occorre sottolineare come il concetto di residuo fiscale fu introdotto per trovare una giustificazione etica alla necessità di operare trasferimenti di risorse dagli stati più ricchi a quelli meno ricchi degli Stati Uniti, in quanto Buchanan asseriva che l’azione pubblica, in base al principio di equità, doveva garantire l’uguaglianza dei residui fiscali dei cittadini di una determinata nazione.

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In Italia, la redistribuzione delle risorse è data da tre diverse componenti: la necessità di garantire a tutti i cittadini i medesimi servizi connessi a diritti fondamentali (come salute e istruzione), la messa a punto di iniziative per lo sviluppo economico di aree a basso reddito, nonché l’utilizzo di meccanismi di ripartizione delle risorse basate su criteri storici.

Stime per le regioni italiane

Di seguito viene presentato l’aggiornamento al 2015 della stima del residuo fiscale delle diverse regioni italiane. L’analisi è stata realizzata utilizzando la metodologia di riparto su base regionale del conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche introdotta dal lavoro di Alessandra Staderini e Emilio Vadalà e poi aggiornata da Eupolis Lombardia.

Nella tabella 1 sono riportati i valori pro capite delle entrate, delle spese e il relativo residuo fiscale.

Tabella 1

Il livello delle entrate si caratterizza per una apprezzabile variabilità, soprattutto per quel che riguarda il divario tra le regioni del Mezzogiorno e le rimanenti. Ciò conferma la circostanza che la capacità di sviluppare gettito fiscale è proporzionale al reddito prodotto dal territorio (figura 1).

Fonte: elaborazioni Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt

Sul fronte della spesa pubblica, il livello pro capite è più elevato nelle regioni a statuto speciale rispetto a quelle a statuto ordinario. Evidentemente le consistenti risorse finanziarie di cui beneficiano le regioni a statuto speciale hanno garantito livelli di spesa maggiori. Allo stesso tempo anche le regioni più piccole (Liguria, Umbria, Basilicata, Molise, Abruzzo) mostrano livelli di spesa pro capite maggiori, dovuti presumibilmente alla indivisibilità di alcuni beni pubblici e a diseconomie di scala. Le regioni del Mezzogiorno complessivamente mostrano un livello di spesa leggermente più basso rispetto alle altre.

Per quel che concerne i residui fiscali sono evidenti invece i flussi redistributivi verso le regioni con reddito pro capite più basso, verso quelle a statuto speciale e verso quelle di piccole dimensioni. Le regioni del Mezzogiorno sono tutte beneficiarie della redistribuzione.

La figura 2 mostra come la variabilità dei residui fiscali sembra essere riconducibile principalmente alle differenze di sviluppo economico del territorio, con l’eccezione di un gruppo di regioni a statuto speciale (Valle d’Aosta, province autonome di Trento e Bolzano e Friuli Venezia Giulia) e di piccole dimensioni (Liguria).

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Fonte: elaborazioni Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt

Sono, quindi, confermate le indicazioni di precedenti lavori (Carmelo Petraglia e Domenico Scalera) e cioè che i residui riflettono la redistribuzione tra individui con redditi in media più elevati al Nord e più bassi al Sud, mentre la spesa pubblica è distribuita in maniera abbastanza uniforme tra tutti i cittadini aventi gli stessi diritti.

Allo stesso tempo i dati mostrati inducono ad affermare che i beneficiari della redistribuzione non sono solamente le regioni del Mezzogiorno ma anche quelle a statuto speciale e quelle di piccole dimensioni; e che il livello di spesa delle regioni meridionali è analogo e leggermente più basso rispetto a quello delle altre regioni e, dunque, il miglioramento dei residui fiscali di tali regioni non può che essere correlato a politiche di sviluppo dei rispettivi territori.

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11 commenti

  1. Alessandro

    Mi par di capire che Staderini e Vadalà (ho preso in considerazione il loro studio perché il link che rimanda al lavoro di Eupolis Lombardia non funziona) considerino la pensione di una persona che abbia lavorato al nord e che si sia poi trasferito al sud per percepire questa rendita come se fosse una spesa del sud. Se è così, hanno sbagliato: se un pensionato italiano si trasferisce in un altro Stato, la pensione viene sempre erogata dall’Italia e viene conteggiata come una spesa italiana, sarebbe assurdo il contrario.
    Un’altra cosa: la spesa per la sanità e l’istruzione è sopravvalutata nelle regioni del sud. Mi spiego meglio: molti meridionali diventano di ruolo/ottengono il contratto a tempo indeterminato al nord e poi si trasferiscono al sud e, siccome la retribuzione dipende dall’anzianità, ne evince che i dipendenti pubblici del sud percepiscono uno stipendio maggiore rispetto ai colleghi del nord per una mera questione anagrafica e senza apportare reali benefici. Parte della spesa pubblica inefficiente è, a mio avviso, spiegabile in questo modo (solo una parte: lungi da me negare che il sud non sprechi denaro!).
    Inoltre, la differenza tra la regione che spende di meno (Campania) e quella che spende di più (Valle d’Aosta) è di quasi 8600 euro! Praticamente la Valle d’Aosta spende quasi il doppio della Campania. Altro che spesa leggermente più bassa! Anche la distanza dal valore medio è notevole: in media le regioni italiane spendono quasi il 30% in più della Campania..

    • Lucio

      Concordo sul discorso Spesa pensionistica e chiedo due chiarimenti:
      1) Esistono delle spese indivisibili per regione perché producono un vantaggio a tutta la nazione. Pensiamo alla difesa, alla spesa per i funzionari diplomatici all’estero, alle spese per armamenti, a i trasferimenti ai paesi poveri e alla unione europea, le spese di polizia e tante altre. A quanto ammontano e come sono state distribuite in questo studio?
      2) Mi pare di capire che in questo studio non sia stato conteggiato il valore degli interessi sul debito pubblico. Questo valore ammonta a 75 miliardi di euro per il 90% percepiti da cittadini o banche del nord. Se è corretto quanto scrivo i Lombardi dallo stato prendono più di quanto versano visto che la maggior parte delle banche italiane ha sede a Milano! Mi chiarite se e come avete distribuito l’importo degli interessi sul debito pubblico?

  2. Dino

    Molto interessante, ma credo che l’analisi dovrebbe in qualche modo tenere conto anche della performance della spesa: la Lombardia spende 1000€ pro-capite in meno della Calabria che già non è poco; ma la sanità funziona decisamente meglio e cura anche molti pazienti calabresi, per fare un esempio.
    Mi sbaglio?

    • bob

      “..ma la sanità funziona ..” La male sanità della Lombardia e il rapporto pubblico- privato ( clinica S. Rita etc) e la prassi dei rimborsi gonfiati dove li mettiamo?

    • pietro46

      Ma se tu sei benestante e puoi permetterti il ‘turismo sanitario’ o vuoi avere la soddisfazione di poter dire che sei stato ‘curato'(non parroco)a Meelano,ti fai curare a Canicattì o vai nel meglio decantato ?Magari scopri che in una clinica palermitana il tuo stesso problema è stato risolto con tecniche ‘innovative’ anche rispetto al nord,ma se hai prenotato a Meelano…perdi i soldi della prenotazione?NB:Tutti sappiamo che nel nord si cura da sempre meglio che al sud,per tanti motivi che è anche inutile descriverli,ma laggiù.. .abbiamo finora visto monnezza lungo i marciapiedi e non cadaveri,rasenti i muri degli ospedali.E non parliamo della gestione politica…per carità di patria..

  3. Marco

    Scusate ma questi conti non mi tornano per niente. Il Lazio avrebbe un residuo maggiore dell’Emilia? Ma quando mai?

    • Carmine Meoli

      Professo la mia assoluta incapacita di capire . Se Carrefour versa IVA a Milano e paga i contributi nella stesa provincia si genera una entrata per la Lombardia o una entrata che viene regionalizzata e in che modo modo ? Le Forze armate sono (erano) dislocate ai confini : la spesa relativa a chi viene attribuita ?
      Se compro a Benevento una vettura prodota a Torino imcremento la entrate della Regione in cui la vettura
      viene prodotta ? L ‘alternativa diventa il boicottaggio dei prodotti e serviizi di altre regioni ?

      • M.

        Sono calcoli molto difficili ed esistono parecchie stime ma questa è la prima volta che vedo il Lazio al secondo posto sotto l’Emilia. Mi pare veramente incredibile. Ricordo Ricolfi che nel sacco del Nord commentava il Lazio debolmente negativo dicendo che la Roma del pubblico la peggiorava, secondo lui il Lazio come residuo non fosse per Roma sarebbe assimilabile alla Toscana. Comunque vediamo se si apre un interessante dibattito su questi dati.

        • bob

          L’ Italia economica per esperienza di lavoro è divisa in Territori. Studi le Aree Nielsen (Le Aree Nielsen sono porzioni geografiche commercialmente omogenee in cui la Nielsen suddivide il territorio di un Paese per effettuare rilevazioni e quote e stime di mercato, copertura, prezzi e una serie di analisi a favore delle attività di marketing e la distribuzione commerciale di beni e servizi.)
          Poi si rende conto delle bufale che raccontano. Ricolfi è stato smentito finanche da Tremonti. Parla con linguaggio regionalista Lui piemontese la Regione che è interamente vissuta tramite la FIAT con la Cassa per il Mezzogiorno tra diretto e indotto

  4. pietro46

    grazie lo stesso per essere stato ‘ospitato’ anche se solo a ‘insaputa’ dell’interessato e degli altri commentatori ,nella risposta a Dino.

  5. Lucio

    Le spese per i calabresi curati in Lombardia vengono conteggiate nel bilancio della Calabria. Sono soldi che dal sud vanno al nord

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