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Riforma del lavoro: solo sulla carta

Il Governo vanta il “nuovo apprendistato” come la migliore modalità per le imprese di investire sui giovani, anche grazie agli incentivi predisposti. Che in realtà devono ancora essere definiti, difficilmente funzioneranno e non bastano a risolvere i problemi.

È certamente vero che è troppo presto per dare una valutazione scientifica della riforma del lavoro approvata la scorsa estate, come ha più volte ricordato il ministro Fornero. Tuttavia è evidente che il nuovo apprendistato, tanto sventolato dal Governo, è uno strumento che non ha praticamente trovato applicazione nel nostro mercato del lavoro. Innanzitutto perché i contratti di apprendistato in realtà devono ancora essere definiti dalle normative regionali. 
E poi mancano i servizi per l’impiego in grado di mettere in atto i nuovi principi. Quella dell’apprendistato è la solita riforma solo sulla carta.
Fuori luogo sembra anche l’enfasi sul welfare to work. Se non c’è welfare non ci può essere nemmeno il “to work”.
 Il Governo parla di incentivi- che peraltro devono ancora essere definiti-solo nel caso dei contratti di apprendistato. La casistica internazionale e la stessa esperienza italiana (vedi bonus Sud) indicano- attraverso vere e proprie valutazioni scientifiche- che gli incentivi fiscali alla trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato sono molto costosi e sono del tutto inefficaci nel contenere il dualismo contrattuale. Come mai non si usano le valutazioni esistenti prima di proporre strumenti costosi e spesso inefficaci?
Non è poi facile rivedere gli ammortizzatori sociali nel mezzo di una recessione. Ma qui non c’è stato alcun riordino. La Cassa integrazione in deroga è, ad esempio, tutt’ora in vigore.

Autovalutazione del Governo sulle politiche per il lavoro

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La patrimoniale di Bersani

  1. Andrea

    PARTE II
    Questa tipologia di riforma del lavoro ha avuto due importanti aspetti benefici: uno di non rendere disoccupato un lavoratore; il secondo, molto più importante, di non far perdere l’addestramento e il know how ai lavoratori, o peggio ancora scoraggiare emotivamente nel mercato del lavoro. In sostanza, con questa riforma laburistica, si preferiva far rimanere il lavoratore attivo piuttosto che pagarlo affinché rimanesse inattivo e a casa. Uno dei principali mali italiani, non solo a livello socio-economico ma anche pensionistico.
    Ecco la domanda che vorrei rivolgere a voi da studioso del mondo del lavoro è perché avendo delle best pratice adottate con enorme successo da altri paesi europei in Italia si continua a perseverare con politiche del lavoro scadenti e inefficaci?
    Spero di avere una vostra risposta in merito. Grazie.
    Andrea.

  2. Andrea

    PARTE I Gentili professori leggendo questo interessante articolo ho da porVi una considerazione e una domanda in relazione alla situazione del mercato del lavoro italiano. Perché sembra più facile per i decision makers continuare ad insistere su riforme del lavoro (riforme più sulla forma che sulla sostanza) ormai consolidate nella storia riformistica del lavoro italiano e non più efficienti, efficaci ed economiche, in sintesi, più costose che produttive?
    A volte provo questo gioco di esegesi personale su questo quesito. Vi propongo una osservazione di ampio respiro per sapere il vostro pensiero in proposito.
    Nella ormai famigerata, ammirata e molto spesso invidiata Germania nel 2009 il governo presieduto da Angela Merkel diede avvio ad una riforma definita KURZARBEIT (tradotto, lavoro ridotto) nel quale le istituzioni tedesche, a cominciare dal governo, incentivano le aziende in crisi a mantenere in servizio i propri dipendenti, sia pure a orario e salario ridotto, con lo Stato che interveniva nel versare la differenza nelle buste paghe dei dipendenti con il fine ultimo di evitare l’utilizzo di ammortizzatori sociali.
    L’avvio del kurzarbeit ha permesso di salvaguardare più di mezzo milione di posti di lavoro nel periodo di crisi economica permettendo con l’arrivo della ripresa economica di ripristinare i livelli produttivi delle aziende e i di lavoro dei dipendenti, inoltre consentendo di ripartire più velocemente con le assunzioni.

  3. Giulio Fedele

    La riforma del lavoro doveva –dicevano- promuovere la “buona occupazione”, in particolare quella dei giovani, e combattere la piaga del precariato, ma ha prodotto solo disoccupazione e, al massimo, “cattiva” occupazione, attuata grazie all’abuso (“non ne abusate”, raccomandava agli imprenditori l’ineffabile Fornero!) di espedienti legalizzati -in particolare proprio il contratto di apprendistato- che consentono lo sfruttamento a basso costo del lavoro, condannando i giovani al precariato a vita. Cosa è in realtà successo? Le aziende hanno scoperto che è conveniente assumere ‘finti’ apprendisti, come ad esempio ingegneri e altri laureati, forniti anche di discreta esperienza lavorativa, che possono legare a se con un contratto a termine di 3 anni (senza che il malcapitato possa svincolarsi, magari per accettare altre più soddisfacenti chances di lavoro), pagandoli con la retribuzione corrispondente a due categorie inferiori, ma sfruttandoli come qualsiasi altro dipendente in mansioni identiche (per qualità e quantità). pur godendo di importanti incentivi e agevolazioni e con assoluta libertà di licenziamento alla scadenza dei 3 anni o anche prima. E’ concepibile che chi ha già tanto studiato e magari anche fatto esperienza di lavoro possa essere considerato, ancora e per ben tre anni, una specie di sotto-lavoratore di serie B, con minori diritti e senza che, al termine di un sì lungo periodo nel quale dovrebbe essere chiaro se ha appreso o no, se è idoneo o no, vi…

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