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America Latina: il problema è la diseguaglianza

La condanna di Lula è solo l’ultimo tassello di una lunga crisi politica in Brasile. Ma tutto il Sud America è in fermento. Nel continente non potrà esserci stabilità politica ed economica se non si affronta il problema cronico della diseguaglianza.

La ripresa di inizio secolo

La condanna dell’ex presidente Lula a 9 anni in primo grado per corruzione è solo l’ultima delle tormentate vicende politiche del Brasile, che ha visto prima l’impeachment della presidente Dilma Rousseff e poi le accuse di corruzione al suo successore Michel Temer. Tutti eventi che, insieme a quanto accade in Venezuela con le violente proteste contro il governo Maduro, riportano l’America Latina a occupare le cronache internazionali. Alla base delle (cicliche) crisi sudamericane vi è il problema cronico della disuguaglianza, sia tra i diversi paesi della regione, sia tra classi sociali all’interno degli stati.

Tra il 2002 ed il 2014, le disuguaglianze di reddito sono parzialmente diminuite: si è registrata una riduzione della povertà, che è stata la causa principale del miglioramento. Dopo essere rimasto quasi invariato dal 1996, dal 2002 fino alla crisi finanziaria del 2008, l’indice di Gini (che rimane il principale indicatore per misurare l’ineguaglianza) era sceso di quattro punti percentuali nei paesi dell’America Latina. Tra il 2008 e il 2014, l’indice è calato di un ulteriore 2,7 per cento, a causa di un rallentamento della crescita.

Nel periodo tra 2002 e il 2008, la riduzione delle disuguaglianza è stata significativa in tutti i paesi tranne il Messico, secondo il report Social Purse in Latin America and the Caribbean 2016: Realities and Perspectives dell’Inter-American Bank (Idb). Paesi come Argentina, Bolivia, Ecuador, Perù e Nicaragua hanno registrato cali di quasi 10 punti percentuali nell’indice di Gini, mentre Costa Rica, Colombia e Repubblica Dominicana hanno visto le riduzioni minori. Tra il 2008 e il 2014, la disuguaglianza ha continuato a declinare in tutti i paesi tranne Venezuela e Costa Rica. La riduzione delle diseguaglianze e della povertà in America Latina ha significato, da un lato, un aumento della classe media, che è quasi raddoppiata, da 100 a 186 milioni di persone. Dall’altro lato, il numero dei poveri è diminuito di quasi un terzo, scendendo da 224 milioni a 157 milioni di persone.

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La principale caratteristica dei nuovi membri della classe media è rappresentata dal loro impiego regolare; due terzi dei lavoratori in questo gruppo sono registrati alla sicurezza sociale, quattro volte tanto rispetto ai poveri. Ma, se in paesi come Costa Rica e Uruguay i lavoratori regolari rappresentano l’80 per cento del totale, in Bolivia, Paraguay e Perù i lavoratori della classe media con un impiego regolare sono meno del 40 per cento.

Nonostante i miglioramenti, l’America Latina e i Caraibi rimangono la regione più diseguale al mondo. Secondo l’indice di Gini, la media regionale della disuguaglianza è del 16 per cento più alta dell’Europa, dell’11 per cento più alta della Cina e persino del 4 per cento più alta della media africana (che però nel 2015 aveva un reddito pro-capite di 3.714 dollari, contro i 14.946 dell’America Latina).

Tabella 1 – Pil pro-capite e disuguaglianza in America Latina

Note: Per Pil pro-capite si intende il Gdp per capita (current US$), dato Banca Mondiale. L’indice Gini per Cile e Rep. Dominicana è disponibile al 2013; per il Venezuela al 2006. Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su Banca Mondiale.

Il caso del Brasile

Uno dei casi più rappresentativi del (controverso) rapporto tra politica ed economia in Sud America è sicuramente il Brasile: si tratta di uno dei cinque paesi più popolosi al mondo (208 milioni di abitanti). A inizio millennio registrava tassi di crescita sostenuti ed era inserito nel gruppo dei paesi emergenti al pari di Cina, India e Russia (Bric). Negli ultimi anni, invece, crisi economica e inchieste giudiziarie sulla classe politica hanno messo in ginocchio il paese: nel 2015 si è registrato un calo del Pil (-3,8 per cento), a cui è corrisposta una riduzione del Pil pro-capite (da 13 mila dollari nel 2011 a 8.678 nel 2015).

Nello stesso anno è scoppiato il caso Petrobras, che ha coinvolto i dirigenti della compagnia petrolifera di stato e le principali aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (Btp). La presidente Rousseff è stata destituita nel 2016 con l’accusa di aver falsificato i bilanci statali 2014 e 2015. Appena un anno dopo, anche il suo successore Temer rischia l’impeachment per corruzione. Si tratta solo della punta di un iceberg che investe molti settori della vita economica brasiliana, compreso il calcio: emblematica l’accusa di frode fiscale per il presidente del comitato organizzatore dei Mondiali di calcio 2014.

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Gli effetti economici della crisi politica sono enormi: lo scorso maggio la Borsa di San Paolo ha attivato il meccanismo “circuit breaker”, che sospende le attività del mercato dopo la caduta del 10 per cento del titolo principale Ibovespa, a causa dello scandalo Temer. E i titoli di Petrobras e del Banco do Brasil sono scesi circa del 20 per cento.

Le stime del ministero dell’Economia prevedono una ripresa economica, seppur lenta, per il 2017, trainata dalle politiche di riduzione del debito. Tuttavia, appare evidente che una ripresa stabile e duratura non può prescindere da una situazione politica chiara e trasparente. Come in tutto il continente sudamericano, lotta alla corruzione e riduzione delle disuguaglianze sono priorità ineludibili.

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  1. Savino

    Sia detto senza mezzi termini: L’Italia, di questo passo, farà la stessa fine.
    Si continui pure a calpestare i diritti veri, la gente che sta male e, soprattutto i nostri giovani, fregandosene egoisticamente ed altamente, si continui a far moltiplicare corruzione, mafia, evasione, prevaricazioni e prepotenze, che i risultati saranno proprio quelli sudamericani.
    Non dite, fra alcuni anni, che qualcuno non ve lo aveva accennato.

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