Si può impedire la vendita di armi ai paesi in guerra? In realtà, i trattati internazionali già prevedono molti limiti. Ma spesso lo stato, che dovrebbe esercitare i controlli, è anche produttore di armamenti, attraverso imprese di proprietà pubblica.

Se si riduce il bene pubblico “pace”

Nelle ultime settimane, i media si sono occupati molto del caso di un’azienda localizzata in Sardegna e di proprietà tedesca, divenuta tristemente famosa per esportare mine e bombe in Arabia Saudita, paese impegnato nel sanguinoso conflitto in Yemen. Da ciò è nato un intenso dibattito in merito alla possibilità e all’opportunità di consentire esportazioni di armi verso paesi belligeranti e in particolare verso regimi autocratici. Dibattiti simili si sono infiammati anche in altri paesi, fino all’annuncio della Svezia che varerà una legge che proibisca – o quantomeno limiti in maniera significativa – l’esportazione di armi verso paesi retti da dittature o che violino i diritti umani.

In primo luogo, è opportuno precisare che in termini economici il commercio di armi diminuisce la quantità prodotta del bene pubblico globale “pace” e quindi per definizione diminuisce il benessere potenziale dei paesi. Un minor livello di pace a livello globale determina una contrazione dell’attività economica e in particolare dei flussi di beni e di capitali finalizzati a investimenti diretti. Nel momento in cui le esportazioni avvengono in regioni vicine e in particolare verso regimi autocratici, il livello di pace e sicurezza decresce in maniera decisamente più rapida ed evidente anche nei paesi che almeno all’inizio non sono direttamente coinvolti nei conflitti. In altre parole, si determinano spillover di insicurezza che si traducono successivamente in costi più elevati di vario tipo.

La diffusione dell’insicurezza, la mancata produzione del bene pubblico globale “pace” e i conseguenti costi sociali costituiscono, quindi, il fondamento logico per la limitazione del commercio internazionale di armamenti. È altresì chiaro che per essere efficace deve essere condivisa dal più ampio numero possibile di paesi. Pur desiderabili limitazioni unilaterali hanno, infatti, un’efficacia ridotta.

Che fare dei campioni nazionali

In Italia per interrompere o quantomeno ostacolare le esportazioni di armi esistono almeno due fonti normative: la legge 185/1990 e l’Att (Arms Trade Treaty), vale a dire il trattato internazionale sul commercio di armamenti dell’Onu (ratificato dall’Italia il 2 aprile 2014).

In entrambi, è chiaro che l’esportazione di armamenti verso paesi belligeranti o di paesi in cui esistano chiare violazioni dei diritti umani dovrebbe essere proibita. A dispetto delle normative, però, le esportazioni di armi italiane sono aumentate in maniera costante negli ultimi anni e tra i paesi destinatari si ritrovano, tra gli altri, Arabia Saudita, Kuwait, Turchia, Emirati Arabi, Qatar e Nigeria, nei quali la presenza di conflitti armati e la violazione dei diritti umani sono sicuramente presenti seppur in misura diversa.

Il nodo centrale è che le normative esistenti sono inefficaci in virtù del fatto che il principale esportatore di armi è lo stesso soggetto che dovrebbe controllare che limitazioni e proibizioni siano effettivamente attuate, vale a dire lo stato. La principale impresa esportatrice di ami in Italia, infatti, è di proprietà statale: il gruppo Leonardo già Finmeccanica. In breve, lo stato è il principale esportatore di armi ma, nel contempo, dovrebbe anche svolgere la funzione di principale controllore. È evidente che la sola normativa non è sufficiente. In analogia con quanto si fa in settori economici chiave, è necessario creare un’agenzia indipendente – meglio se a livello europeo – che sia in grado di intervenire in maniera puntuale e tempestiva nel sanzionare le imprese che violino lo spirito e il dettato del trattato internazionale sul commercio di armamenti ratificato da tutti i paesi dell’UE. L’Unione, peraltro, già nel 1998 aveva adottato un codice di condotta sulle esportazioni di armi basato su criteri quali, tra gli altri, il rispetto dei diritti umani nel paese importatore, la valutazione del rischio di aggravamento di conflitti in corso e la preservazione della pace e sicurezza regionale.

Nel contempo, probabilmente solo a livello europeo è possibile aprire un ulteriore dibattito sulla materia, e precisamente la privatizzazione dei “campioni nazionali” nel settore degli armamenti che, pur in discontinuità con la storia, non è un’opzione da escludere acriticamente.

Probabilmente il costo più elevato per l’Italia e gli altri paesi, infatti, è quello di credibilità delle democrazie. Stati europei come l’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania attraverso l’operato delle proprie imprese di proprietà pubblica violano in alcuni casi il dettato dell’Att ratificato dai propri parlamenti, contribuendo all’aggravamento di conflitti armati in corso. Questo ha un costo elevatissimo in termini di reputazione e mette a rischio la tenuta delle democrazie europee, in particolare nella loro retorica, oramai logora, di campioni di mantenimento della pace.

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