Entra in vigore l’accordo multilaterale sulle facilitazioni commerciali. È l’intesa più significativa della storia dell’Omc. Ed è in controtendenza rispetto alla recente ondata neo-protezionista. Su altri dossier però le posizioni sono ancora distanti.

Cosa prevede l’accordo

Con la ratifica da parte di Ciad, Giordania, Oman e Ruanda si è completato l’iter di adesione all’intesa per le facilitazioni commerciali negli scambi internazionali (Trade Facilitation Agreement, Tfa). Il testo finale era scaturito dalla nona conferenza ministeriale tenuta a Bali nel 2013 – e parte dei negoziati del Doha Round patrocinati dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) – la quale si era focalizzata in particolare su agricoltura, aiuti allo sviluppo dei paesi a basso reddito e, appunto, facilitazioni commerciali.
Per entrare in vigore, l’accordo necessitava della ratifica dei due terzi degli stati membri dell’Omc (110 in totale). Il raggiungimento, per la prima volta nella storia dell’Organizzazione, della maggioranza qualificata sul tema delle facilitazioni commerciali acquista un valore particolare perché in controtendenza rispetto all’ondata neo-protezionista degli ultimi tempi. Infatti, grazie all’intesa i paesi partecipanti – tra cui Stati Uniti, Russia, Cina e Unione europea – si impegnano ad attuare una serie di regole che mirano a facilitare e velocizzare gli scambi internazionali, migliorare la trasparenza e l’imparzialità delle autorità coinvolte nella gestione dei traffici e degli eventuali contenziosi, snellire e armonizzare le formalità burocratiche nonché rafforzare la cooperazione tra le amministrazioni dei paesi coinvolti, in un’ottica di riduzione dei costi associati al commercio internazionale.
Una menzione a parte meritano poi le misure volte a favorire lo sviluppo di procedure informatizzate per lo sdoganamento anticipato delle merci, la gestione automatizzata dei rischi connessi ai traffici allo scopo di minimizzare l’arbitrarietà dei controlli, l’uso di forme di pagamento elettroniche per dazi, imposte e tasse connesse agli scambi, nonché la previsione di un trattamento differenziato e più favorevole per gli operatori economici maggiormente affidabili.
Effettuare gli investimenti necessari per tramutare in realtà queste misure era però impossibile per i paesi meno sviluppati e ciò aveva inizialmente contribuito a condurre i negoziati a un punto morto. La soluzione di compromesso è stata individuata nella creazione del Trade Facilitation Agreement Facility, strumento grazie al quale i paesi meno sviluppati e quelli in via di sviluppo possono accedere a fondi e supporto tecnico offerti dalle nazioni avanzate e dalle organizzazioni internazionali. Si aggiungono poi le partnership pubblico-private, come la Global Trade Facilitation Alliance, per favorire l’attuazione dell’accordo e coinvolgere nel processo le imprese attive negli scambi internazionali.

Vantaggi e problemi

L’effettiva attuazione del Tfa richiederà comunque tempo. Lo stesso accordo consente ai paesi meno sviluppati e in via di sviluppo di autodeterminare le disposizioni di efficacia immediata, quelle che entreranno in vigore dopo un periodo di transizione prestabilito e quelle che lo faranno soltanto in caso di assistenza tecnica e finanziaria. Tuttavia, una piena attuazione dell’accordo, secondo uno studio dell’Omc, potrebbe incrementare l’export mondiale di 1.000 miliardi di dollari, il Pil mondiale di circa lo 0,5 per cento annuo e ridurre i costi mediamente del 14,3 per cento, coi vantaggi maggiori che ricadrebbero proprio sui paesi a basso reddito. A livello settoriale, i costi associati agli scambi di prodotti agricoli potrebbero ridursi di circa il 10 per cento, quelli relativi ai prodotti manifatturieri fino al 18 per cento.
Molto interessanti anche le riduzioni delle tempistiche previste in caso di piena attuazione dell’accordo. I tempi di sdoganamento all’import potrebbero infatti scendere di circa la metà rispetto a quelli attuali, mentre quelli all’export fino al 90 per cento. Va tuttavia precisato che le stime si basano su scenari ottimistici di lungo periodo e devono pur sempre fare i conti con la relativa affidabilità dei dati statistici forniti dai paesi più arretrati.
D’altra parte, l’accordo non deve far ritenere che siano in dirittura d’arrivo intese multilaterali anche sugli altri temi oggetto di negoziato, poiché sono tuttora marcate le divisioni tra paesi avanzati e potenze emergenti – come Cina e India – su dossier quali l’eliminazione dei sussidi pubblici, la rivisitazione dei prezzi politici sui prodotti agricoli, nonché la sostenibilità ambientale dei processi produttivi.
Peraltro, lo stallo del Doha Round su queste materie ha avuto l’effetto di incentivare la negoziazione e la conclusione di accordi bilaterali o di integrazione regionale. Gli accordi includono anche la tutela delle indicazioni geografiche di origine: un tema caro all’Italia, il cui settore agroalimentare subisce ogni anno danni per miliardi di euro a causa della diffusione nel mondo di prodotti contraffatti.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non impegnano l’amministrazione di appartenenza.

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