Nella vicenda delle importazioni in Ue di carne contenente ormoni e dei conseguenti dazi compensativi imposti dagli Usa, i torti e le ragioni non sono così definiti come appaiono a prima vista. E anche le conseguenze non sono facili da calcolare.

La lunga vicenda della carne agli ormoni

Il presidente Trump ha finora ben recitato la parte del “cattivo”: pianifica di costruire muri, prova a bloccare i visti da alcuni paesi di religione islamica, lancia missili sulla Siria e minaccia di imporre dazi ad alcune importazioni europee. Eppure, in quest’ultimo caso la narrativa che vuole i “buoni” europei vittime dell’attivismo nazionalista del presidente americano non è proprio corretta, e l’Unione Europea non è esente da colpe. Ma iniziamo dal principio.
Nel 1989, l’Unione Europea decide unilateralmente di bloccare le importazioni dal resto del mondo di carne contenente alcuni tipi di ormone somministrato agli animali durante la crescita, una pratica diffusa in diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti. Alla base della decisione c’è l’applicazione del cosiddetto “principio di precauzione”, ossia la gestione in via cautelativa del rischio quando vi siano possibili effetti negativi sull’ambiente o sulla salute degli esseri umani, anche ove i dati disponibili non ne consentano una valutazione completa. La controversia si trascina per diversi anni, sino a quando nel 1998 il meccanismo di risoluzione delle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio riconosce le ragioni degli Stati Uniti: non si ha evidenza scientifica che giustifichi il rischio per la salute umana della carne contenente ormoni e dunque il divieto di importazione costituisce una pratica commerciale illegale dell’Ue.
Gli Stati Uniti sono perciò autorizzati dall’Omc a imporre dazi compensativi sulle loro importazioni di prodotti alimentari europei, per un valore di circa 120 milioni di dollari. L’Unione Europea decide comunque di mantenere il bando, di fatto facendone pagare il costo ai produttori (non necessariamente di carne) colpiti dai dazi.
Si arriva così al 2009: in quell’anno l’amministrazione americana annuncia una nuova rimodulazione dei dazi compensativi contro l’Ue, diretti a un numero più ampio di paesi su prodotti specifici. L’Ue decide dunque di aprire una trattativa: il compromesso raggiunto è che gli Stati Uniti sospendano l’applicazione dei (legittimi) dazi compensativi, in cambio di una apertura parziale del mercato europeo della carne alle importazioni dagli Usa e da altri paesi, a condizione che sia priva di ormoni. Tuttavia, la quota inizialmente riservata agli Usa scende in misura considerevole negli anni, perché altri importatori dal resto del mondo approfittano dell’opportunità. L’amministrazione Obama fa risalire il livello della protesta, ma tutto si placa con l’avvio dei negoziati per il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, poiché si decide che quella sarebbe stata la cornice entro la quale chiudere in maniera definitiva la controversia. Quando i negoziati Ttip slittano a tempo indefinito, l’amministrazione Obama riapre il dossier. Ora, il “cattivo” Trump ha semplicemente dato seguito alla cosa, con le prime indiscrezioni della nuova lista di dazi, evidentemente mirate a mettere pressione, come già nel 2009, sugli organi decisionali europei.

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Conseguenze nel mondo globale

Quali insegnamenti trarre dalla vicenda? Innanzitutto il fatto che, in tema di politica commerciale, grandi mercati come Usa e Ue si trovano a volte dalla parte del torto e a volte dalla parte della ragione, perché l’azione dei gruppi di pressione (produttori o consumatori) porta a decisioni “politiche” su singoli prodotti o settori che prescindono da posizioni ideologiche pro o contro il libero scambio.
In secondo luogo, il ruolo dell’Omc quale arbitro di un sistema giuridico efficace di regolamentazione delle controversie: di fatto, siamo in “guerra commerciale” con gli Usa su questo tema dal 1989, ma la vicenda non è degenerata (come accadeva in passato) in posizioni estreme o in rapide escalation protezionistiche.
Infine, il mutato contesto globale: negli anni Novanta aziende europee esportavano verso gli Usa manufatti prodotti per la gran parte in Europa. Dunque, le parti potevano “tollerare” la presenza di sanzioni commerciali mirate su alcuni specifici settori. Oggi, in un mondo in cui dentro le catene globali del valore si scambiamo con intensità maggiore pezzi del processo produttivo e non più prodotti, l’impatto dei dazi compensativi è potenzialmente più ampio, poiché in grado di turbare in maniera significativa produzioni su scala globale. I dossier aperti diventano dunque politicamente più sensibili. Al tempo stesso, l’efficacia dei dazi può ridursi perché lo stesso mercato può essere servito rimodulando la localizzazione della produzione del bene finale (in questo caso fuori dall’Europa), aggirando il dazio compensativo. Tutto ciò rende complicato il conto dei profitti e delle perdite.
Quanto alle conseguenze per l’Italia, se Trump imponesse dazi compensativi alle esportazioni di prodotti dall’Europa, probabilmente alcune aziende italiane avrebbero difficoltà a esportare non solo negli Usa ma anche in altri mercati (se parte del loro processo produttivo passa dagli Usa), ma niente ci vieterebbe di vendere negli Stati Uniti la Vespa prodotta in Vietnam o la Nutella prodotta in Canada.
Benvenuti nel mondo globale.

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