Lavoce.info

L’insoddisfazione della classe media. Anzi, due classi medie

Non c’è una sola classe media in Italia, ma due. E la piccola borghesia di artigiani e commercianti è stata colpita dalla stagnazione e dalla crisi economica molto più di quella impiegatizia. Il ritorno alla situazione dei primi anni Duemila è ancora lontano.

Piccola borghesia e ceto impiegatizio

Su un punto tutti gli opinionisti dei vari media sembrano essere d’accordo: il ceto medio è in crisi, è impoverito, indebolito, stremato. E a questa crisi riconducono molti dei cambiamenti avvenuti in Italia (e negli altri paesi occidentali) negli ultimi anni: “l’urlo di dolore” (come scrivono) che sale da alcuni strati sociali, l’incapacità dei gruppi dirigenti di capire cosa sta avvenendo, il declino di alcuni partiti politici e l’ascesa di altri. Ma quando fanno esempi concreti, quando citano professioni e gruppi, gli opinionisti ci fanno capire che per ceto medio intendono cose diverse. Alcuni si riferiscono ai lavoratori autonomi dell’industria e dei servizi, altri agli impiegati, altri ancora agli insegnanti o addirittura agli operai. Gli economisti definiscono di solito le classi in termini di livelli di reddito. I sociologi, memori dell’insegnamento di Karl Marx che le differenze di classe non coincidono con quelle “nella dimensione delle borse”, si basano invece su altri due criteri: la situazione di lavoro e quella di mercato. Il primo si riferisce alla posizione nella gerarchia organizzativa in cui gli individui si trovano per l’occupazione che svolgono; il secondo all’insieme dei vantaggi e degli svantaggi, materiali e simbolici, di cui godono i titolari dei vari ruoli lavorativi: non solo il reddito percepito, ma anche le possibilità di carriera, la stabilità del posto, le caratteristiche dell’ambiente fisico. Seguendo questa impostazione, i sociologi individuano non una, ma due classi medie: la piccola borghesia, costituita dai lavoratori autonomi (oggi soprattutto da artigiani e commercianti) e la classe media impiegatizia.

Chi è più insoddisfatto

Tutti i dati disponibili mostrano che, sia durante l’ultima grande crisi, sia nel periodo precedente, la situazione delle due classi è stata assai diversa. Diverse sono state innanzitutto le dimensioni che esse hanno assunto. I paesi dell’Europa meridionale hanno a lungo avuto, e hanno ancora, una piccola borghesia più numerosa di quelli dell’Europa settentrionale . In Italia, fino al 1971, questa classe (che comprendeva allora anche i lavoratori autonomi agricoli) era più grande della media impiegatizia. Ma nell’ultimo quarantennio la situazione è radicalmente cambiata e la seconda è diventata assai più numerosa della prima. Le due classi sono state diverse anche riguardo alle emozioni e agli atteggiamenti degli uomini e delle donne che ne fanno parte, alla sensazione che provano di non farcela, all’impressione di essere stati dimenticati o almeno trascurati da chi prende le decisioni politiche, al malcontento per la loro situazione economica. Su quest’ultimo aspetto, dal 1993, con indagini annuali su vasti campioni della popolazione, l’Istat ha raccolto informazioni preziose, finora assolutamente ignorate dagli analisti.

Leggi anche:  Crypto art: nascita e caduta di un movimento artistico

Figura 1 – Anche le classi medie piangono
Percentuale di residenti in Italia (di 15 anni o più) molto o abbastanza soddisfatti per la loro situazione economica, dal 2001 al 2016, fa gli occupati, la classe media impiegatizia e la piccola borghesia

Fonte: Elaborazione su dati archivi Istat

La figura 1 mostra che la percentuale degli italiani (di 15 anni o più) soddisfatti per la loro situazione economica ha iniziato a diminuire dal 2002, quindi alcuni anni prima che la grande crisi iniziasse. Questa percentuale ha raggiunto il valore più basso nel 2013 e nei tre anni successivi ha ripreso a salire, raggiungendo quasi il livello del 2007, ma è ancora lontana da quello del 2001. All’inizio del periodo esaminato, la quota dei soddisfatti era leggermente più alta nella classe media impiegatizia. Ma negli anni successivi il divario fra le due classi è cresciuto considerevolmente. Il malcontento si è diffuso in entrambe, come per altro fra gli appartenenti a tutte le altre. Tuttavia,la situazione è peggiorata molto di più nella piccola borghesia. La disparità fra le due classi ha raggiunto il picco nel 2013, quando gli insoddisfatti erano il 46,7 per cento nella classe media impiegatizia e il 66,5 nella piccola borghesia. È leggermente diminuita nel biennio successivo, ma resta maggiore rispetto all’inizio del periodo. Questo è avvenuto sia al Nord che al Sud del nostro paese, con due differenze rilevanti. In primo luogo, a parità di classe, i meridionali sono sempre stati più insoddisfatti dei settentrionali


Figura 2 – L’insoddisfazione al Centro-Nord

Percentuale residenti nell’Italia centro settentrionale molto o abbastanza soddisfatti per la loro situazione economica, dal 2001 al 2016, fra gli occupati, la classe media impiegatizia e la piccola borghesia  

Fonte: Elaborazione su dati archivi Istat


Figura 3 – L’insoddisfazione al Sud

Percentuale di residenti nell’Italia meridionale e insulare molto o abbastanza soddisfatti della loro situazione economica, dal 2001 al 2016, fra gli occupati, la classe media impiegatizia e la piccola borghesia

Fonte: Elaborazione su dati archivi Istat

Leggi anche:  Paura del contagio, un freno ai consumi

In secondo luogo, il divario fra gli impiegati e la piccola borghesia è stato, ed è ancora, più forte nel Mezzogiorno (figure 2 e 3). Tutto fa dunque pensare che la piccola borghesia italiana sia stata colpita dalla stagnazione e dalla crisi economica molto più dell’altra classe media, quella impiegatizia, e che il ritorno alla situazione dell’inizio del nuovo secolo sia per la prima ancora lontano o comunque più lontano che per la seconda. Come è cambiata, in questo periodo, la situazione delle altre classi? Cosa è avvenuto in quelle ai due estremi, nella borghesia e nella classe operaia? Lo vedremo nel prossimo articolo.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Famiglie spaesate nel mercato libero dell’energia

Successivo

Il Punto

  1. Grazie mille per questo articolo, analisi molto interessante

  2. Marcomassimo

    Le ricerche sociologiche sono sempre interessanti, anche se poi per capire certe cose non servono grosse elaborazioni statistiche, basta girare per strada e parlare con la gente; una conoscenza non analitica ma sintetica ed intuitiva dello spirito del tempo; invece speculazioni filosofiche alla Von Hajek, alla ricerca dell’isola-che-non-c’è, dello stato-formato-mignon-che-più-mignon-non-c’è, della libertà assoluta del tipo abbraccio l’universo e m’illumino d’immenso nel senso che ognuno si arrampica sul proprio albero e pure i treni seguono orari imprecisati come cavolo passa in mente al macchinista ; ecco tutto questro ciarpame meglio che ve lo togliete di torno

    • Marcomassimo

      perchè l’illusione è finita e francamente era pure l’ora

  3. Libertario

    Guarda come vanno tutte giù appena l’Euro viene introdotto.

    Un caso ovviamente.

  4. giannidime

    Le analisi qui rappresentate,peraltro parziali in quanto ignorano i ceti professionali pur appartenenti alla classe media (Sylos Labini docet) anch’essi duramente colpiti dalla crisi già prima del 2007, sono la conferma di quanto è visivamente riscontrabile da chiunque nelle città italiane dove sono scomparse migliaia di attività artigianali e commerciali negli ultimi 15 anni. Purtroppo molti intellettuali del regime democratico come pure i politici non vanno mai a piedi per strada e quindi si accorgono molti anni dopo di quello che è successo. Così non servono a nulla!

  5. Aldo

    2^Parte
    Per lo Stato vale il concetto dei polli di Trilussa ovvero se ci sono due polli e li mangi tutti e due te la media è che ne abbiamo mangiati uno a testa quindi uno paga le tasse dei 2 polli mentre colui che non ha mangiato nulla paga per un pollo….morale lo stato ha incassato per tre polli.L’Italia è un terreno fertile per le burocrazie e i poteri forti per colpire i piccoli od eventuali aspiranti al ceto medio per potere avere in mano poi tutto loro.Ora assistiamo a imprese di stranieri che aprono chiaramente sarà la nuova economia voluta dall’alto dei poteri forti per creare nuovi illusi mentre i soliti si arricchiscono.Non per niente l’economia nella storia va ad ondate crescenti e decrescenti quando va su fisco burocrati e poteri forti (agevolati)cominciano a rosicare quando scende si introducono nuove iniezioni di illusioni…ossia i fenomeni dell’immigrazione non a caso se ci giriamo attorno o andiamo in piazza al mercato vediamo questa nuova economia già partita.

  6. Aldo

    1^Parte
    in Italia si è puntato sempre al n. di imprese e lo si pubblicizzava come un vanto, dagli anni 90 è sempre andata in porto una politica dell’Apri-chiudi ossia a fronte di un’impresa che non ce la faceva un’altra impresa apriva, così lo Stato si permetteva di tartassare i nuovi illusi. La burocrazia (che nel frattempo si arricchiva) e il fisco servono e servivono ai poteri forti per avere in mano un mercato sempre più ampio.Quindi in realtà le imprese non crescevono e gli investimenti calavono inoltre non più sicuri pure di ciò che si doveva al fisco(vedi gli studi di settore)si chiudeva o le produzioni venivono spostate all’estero con crescente disoccupazione e così via…Le imprese straniere In Italia venivono per acquisire marchi per poi ripartire. Difficile crescere in un paese dove fai sulla carta un utile mensile di 10.000€ poi in realtà è pari a zero(6-7.000 allo stato 2 anticipo iva 1 non viene pagato e almeno per 10 anni rimane come incassato[ giustzia]). Ma poi vediamo come si comporta quando è lo stesso Stato a dover dare soldi per i lavori compiuti alle imprese, per certuni arrivano chissà perchè e anche in maniera facilona, per altri pare che si abbia piacere se le imprese falliscono così poi nulla lo stato deve dare

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén