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Sempre più Erasmus

Il programma Erasmus è nato nel 1987. E mai come adesso c’è bisogno di ricordare le idee che lo hanno ispirato. Educare alla diversità sociale e culturale e creare una identità europea sono i suoi obiettivi principali. Per questo è utile allargarlo alle attività pre e post-istruzione universitaria.

Trent’anni di Erasmus

Il 26 gennaio 2017, in occasione del festeggiamento dei trenta anni di attività del programma Erasmus, la Commissione europea ha reso noti i dati relativi alla mobilità originata per il 2015. La cifra record di 678.047 partecipanti alle azioni del 2015 (+6 per cento rispetto al 2014) dimostra che Erasmus+ è uno dei programmi più popolari dell’Unione europea.
Il programma è nato per rispondere ai bisogni di mobilità e di un mercato del lavoro integrato dell’Unione europea e ha contributo a realizzare un sistema di istruzione universitaria comune, introducendo per la prima volta quell’apparato sperimentale che ha poi costituito una delle basi della Dichiarazione di Bologna del 1989. Tra i principi fondativi della Dichiarazione ritroviamo infatti l’adozione di un sistema di lauree comparabili (in molti paesi europei diventato il 3+2), e di un sistema di crediti comune (il cosiddetto Ects), la promozione della cooperazione tra le università e di una dimensione europea nell’istruzione superiore (come doppie lauree, lauree congiunte, accordi inter-istituzionali).
Lo sforzo della Commissione europea non si è limitato al sostegno della mobilità universitaria (alla quale è andato circa il 50 per cento del budget del 2015 destinato all’istruzione e alla formazione), ma ha allargato l’azione alle attività pre e post-istruzione universitaria, investendo risorse negli interventi finalizzati alla mobilità internazionale di studenti e docenti della scuole superiori (13,5 per cento del budget 2015), nella formazione professionale (26,4 per cento), nell’educazione degli adulti (4 per cento) e nelle attività tran-settoriali (3,3 per cento).
Gli studenti italiani che nel periodo 1997-2017 hanno beneficiato del programma Erasmus sono circa 850mila, dei quali 478.900 sono universitari, 98.800 partecipanti allo scambio di giovani, 119.900 partecipanti a tirocini formativi, 126mila docenti, staff e giovani lavoratori, 9.600 volontari europei, 10.700 Erasmus Mundus studenti e staff.

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Come si forma l’identità europea

Un aspetto di particolare rilievo è che cresce la quota di studenti che si reca all’estero per effettuare un tirocinio (traineeship) presso un’impresa o istituzione internazionale (grafico 1). In forte aumento sono anche gli studenti delle scuole superiori e i giovani che partecipano a titolo individuale a prescindere dal loro livello di scolarizzazione (capitolo Youth).

Grafico 1

Fonte: The Erasmus+ Annual Report 2015. European Commission, 2017

Fonte: The Erasmus+ Annual Report 2015. European Commission, 2017

Tra gli obiettivi del programma, infatti, non vi è solo quello di favorire la mobilità nell’ambito della formazione, ma anche quello di sviluppare una identità europea. L’idea di base è che grazie allo scambio si possa creare il senso di appartenenza a una comunità che vada oltre i confini nazionali. La comunicazione e la conoscenza sono visti come i veicoli essenziali per facilitare la fiducia e la lealtà nei confronti di altri gruppi sociali, diversi per tradizioni, cultura e lingua.
È difficile dire se il programma abbia avuto successo sotto questo aspetto, sia perché è complesso misurare “l’identità europea”, sia a causa di problemi metodologici. Gli studi effettuati sono unanimi nel mostrare che i partecipanti hanno un maggior senso di appartenenza all’Europa rispetto ad altri gruppi della popolazione. I risultati sono invece più ambigui se si vuole indagare l’effetto prodotto dalla partecipazione al programma su questo sentimento. Mentre alcuni studi mostrano un effetto positivo, altri non riscontrano alcun cambiamento. D’altronde, anche l’assenza di impatto non costituisce un risultato particolarmente sorprendente: gli studenti universitari che vi partecipano provengono in genere da un background socio-economico relativamente avvantaggiato e con un senso di appartenenza all’Europa già piuttosto elevato.
Un effetto maggiore si potrebbe riscontrare includendo nel programma anche soggetti con background diverso. L’idea di portare l’Erasmus al di fuori dei confini dell’università, con l’allargamento del programma ad attività pre e post-istruzione universitaria, può essere utile perché se gli universitari sono un gruppo molto selezionato, gli studenti delle scuole superiori lo sono di meno. Allo stesso modo, mettere in contatto studenti stranieri con imprenditori e altri lavoratori non è importante solo in termini di prospettive occupazionali (tra gli studenti che svolgono un tirocinio all’estero uno su tre riceve un’offerta di lavoro dall’impresa ospitante), ma anche per estendere lo scambio e la comunicazione a diverse categorie della popolazione.
Erasmus si muove quindi nella giusta direzione. Serve però anche uno sforzo maggiore da parte delle istituzioni nazionali. Ad esempio, le attività di tirocinio, pur se in crescita, in Italia restano limitate (nel 2014 erano circa il 15 per cento della mobilità complessiva) a causa dei vincoli imposti dalle offerte formative dei corsi di studio delle università italiane, che molto spesso non prevedono lo stage formativo all’interno dei curricula e la sua riconoscibilità in crediti formativi.

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  1. rosa

    Ma è sicura di quel che scrive?
    Mi riferisco ad Erasmus università, ai miei tempi esisteva solo quello.
    Se non ricordo male le destinazioni più gettonate erano:
    1-Barcellona: Nobel che insegnano li=0;
    2-Siviglia:Nobel che insegnano li=0.
    E non parlo per studenti itliani, parlo del complesso degli studenti europei.
    Secondo me basta questo a smentire qualunque illazione: Erasmus è una vacanza che ricchi studenti si fanno con la scusa di studiare, e, sempre basandomi sulla mia esperienza, mai nessuno ritornava con un voto più basso della media.

  2. Giorgio Ponzetto

    Ho la sensazione che negli ultimi anni Erasmus stia subendo una involuzione che ne altera le finalità originali. Le località dove svolgere l’esperienza di studio all’estero sono scelte tenendo molto in conto le loro attrattive turistico-ambientali e la possibilità di condurre una piacevole vita di relazione più che non il prestigio e le qualità dell’insegnamento fornito. Le Università sono di solito eccessivamente permissive con gli studenti Erasmus, a cui non si richiedono impegni di studio stringenti e severi. Il risultato è che il soggiorno all’estero tende ad assumere spesso più il carattere di una piacevole vacanza che quello di un impegnativo periodo di formazione. Sarebbero necessari dei correttivi che garantiscano che le risorse pubbliche stanziate servano a raggiungere le finalità originali del programma.

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