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Contro l’evasione è meglio l’accertamento

Nel 2016 l’attività di contrasto all’evasione dell’Agenzia delle entrate ha fatto recuperare 19 miliardi di gettito. Un risultato dovuto al successo della voluntary disclosure sui capitali all’estero. Ma gli effetti di strumenti più tradizionali, come l’accertamento, sono più persistenti.

Il bilancio dell’Agenzia delle entrate

L’Agenzia delle Entrate ha presentato i risultati relativi all’attività di contrasto dell’evasione svolta nel 2016. Malgrado le difficoltà legate alla riduzione del numero dei dirigenti e al blocco delle assunzioni, il risultato complessivo, ovvero 19 miliardi di maggior gettito, rappresenta un record assoluto, con un aumento di circa 4 miliardi rispetto al 2015.
La cifra comprende tre tipologie di gettito, elencabili in ordine di importanza. In primo luogo, vi sono 10,5 miliardi di maggiori versamenti ottenuti a seguito dell’attività di contrasto sia tradizionale (accertamenti) sia effettuata sui contribuenti che hanno aderito alla collaborazione volontaria (voluntary disclosure). Poi vi sono gli importi ottenuti a seguito dell’attività di liquidazione delle dichiarazioni (8 miliardi) e, infine, i versamenti effettuati dai contribuenti destinatari di comunicazioni di incentivo al rispetto delle norme (compliance), quelle cioè che segnalano al contribuente un’incoerenza tra quanto dichiarato e altri dati a disposizione dell’amministrazione finanziaria (500 milioni).
L’aumento di gettito rispetto al 2016 è pari al maggior gettito della voluntary disclosure (3,9 miliardi), mentre le restanti attività, complessivamente, hanno generato somme pari a quelle del 2015, anche se con una ricomposizione interna: più gettito da attività di liquidazione e di incentivo alla compliance e meno dall’attività di contrasto tradizionale.

L’importanza dell’accertamento

Occorre tuttavia sottolineare che l’attività di contrasto tradizionale è fondamentale non solo per i suoi effetti diretti, ma anche per quelli indiretti. Questi ultimi fanno riferimento ai potenziali effetti di deterrenza che possono manifestarsi sui contribuenti accertati, ma che possono essere trasmessi anche agli altri contribuenti.
La scelta di evadere, almeno in parte, viene effettuata dal contribuente confrontandone i benefici (minori imposte pagate) con i costi (sanzioni economiche legate all’evasione). Il rispetto delle regole dipende quindi dalla probabilità che il contribuente assegna al fatto che l’evasione venga scoperta e dalle relative sanzioni.
L’effetto di deterrenza si manifesta attraverso un innalzamento della probabilità che i contribuenti assegnano al fatto che l’Agenzia sia in grado di scoprire redditi evasi nel futuro. La probabilità può aumentare se i contribuenti accertati ritengono di essere divenuti un obiettivo delle attività di accertamento dell’Agenzia (il cosiddetto target effect). Se poi le attività di accertamento si intensificano quando l’Agenzia ritiene di essere in grado di recuperare redditi evasi, crescerà anche la probabilità assegnata dai contribuenti alla sua capacità di rinvenire evasione durante le attività di controllo. Perciò, avranno un incentivo a rispettare di più le regole nel futuro. Come riscontrato da ricerche relative a vari paesi come la Danimarca, il Regno Unito e gli Stati Uniti,  l’effetto di deterrenza degli accertamenti sui soggetti individuati è generalmente positivo e duraturo, seppure variabile a seconda del paese e del tipo di reddito (ad esempio, da lavoro autonomo o dipendente). Lo stesso vale anche per l’Italia: uno studio recente mostra che, a seguito di un accertamento, i contribuenti aumentano i redditi dichiarati in media di oltre l’8 per cento. L’effetto persiste per un periodo di tre anni, dopodiché i redditi dichiarati tornano al livello precedente l’accertamento.
Risulta poi che l’effetto di deterrenza dipende dall’esito dell’accertamento. È infatti possibile che, dopo l’acquisizione di documentazione addizionale, l’Agenzia decida di chiuderlo. Accade quando un contribuente non ha evaso redditi ed è in grado di dimostrarlo, ma anche quando un contribuente ha effettivamente evaso e riesce a occultare la sua attività di evasione. In entrambi i casi, ci aspettiamo che l’effetto di deterrenza sia minore, perché i contribuenti possono immaginare di non essere più obiettivo delle attività di controllo dell’Agenzia quando quest’ultima non ha riscontrato evasione, e, nel caso dei contribuenti che hanno evaso, perché ritengono che l’Agenzia non abbia la capacità di individuare i redditi evasi. I dati confermano che nel caso di annullamento dell’accertamento non si verifica alcun aumento dei redditi dichiarati nel periodo successivo.
In generale, per le sole attività economiche di piccola dimensione, l’effetto di deterrenza risulta pari a circa il 16 per cento dell’effetto diretto, agendo quindi come un vero e proprio “moltiplicatore” della tradizionale attività di contrasto dell’evasione.

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  1. Anna Mancini

    Una precisazione: è vero che la voluntary è stata un provvedimento una tantum che ha generato un gettito straordinario, ma è anche vero che ha stabilmente aumentato quello degli anni a venire facendo inserire in dichiarazione redditi prima sconosciuti al fisco. Ci si può quindi ragionevolmente aspettare che una parte dei 3,9 ml di extragettito del 2015 corrisponda in realtà un aumento strutturale del gettito.

    • Stefano Bonato

      Al contrario, ci si può ragionevolemnte aspettare che chi ha vista comprovata la possibilità di far rientrare capitali e redditi nascosti all’estero, con poche sanzioni, addirittura potendo autocalcolare il dovuto, si faccia meno scruppoli a rifarlo in futuro, con la ragionevole aspettativa che ci sarà un’altro, ennesimo, condono.

  2. Michele

    Includere gli incassi derivanti da un condono fiscale, come nei fatti è la voluntary disclosure, tra i risultati dell’attività di contrasto all’evasione mi sembra l’ennesimo insulto ai contribuenti onesti (a me sembra un incentivo e un premio all’evasione, in attesa del prossimo condono). Si può capire (ma non giustificare) che questa mistificazione faccia parte della propaganda politica, molto meno se si vuole fare un ragionamento “scientifico”.

  3. Cristian Bernardi

    Complimenti per l’articolo e per lo studio, tutto giusto. Nell’analisi della percezione da parte del contribuente è stato trascurato quello percepito dai contribuenti onesti, soffermandosi sugli evasori. In sintesi il concetto è che “se tutti ti considerano un ladro finirai per diventarlo”: con la mole di adempimenti e di bizantinismi del nostro sistema tributario considerare chi non versa le imposte un evasore a prescindere o, ancora peggio, dare per scontato che tutti nascondano qualcosa, non può che peggiorare l’evasione. Il concetto invece di incitare le persona a sistemare la propria situazione con grossi sconti collegato a un inasprimento delle sanzioni in caso contrario, come è stato fatto negli ultimi tempi, non può che portare a una diminuzione degli evasori. E’ necessario uscire dal concetto autonomo = evasore che si era instaurato negli anni 90 – 2000.

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