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Come combattere i paradisi dove si rifugiano i furbetti

Le giurisdizioni che garantiscono opacità finanziaria e societaria sono una conseguenza della globalizzazione. Lo sostengono Joseph Stiglitz e il criminologo Mark Pieth, indicando anche le misure per neutralizzarle. Ma la comunità internazionale deve essere compatta nella ricerca di trasparenza.

Opacità globalizzata

Lo scorso novembre il Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz e l’esperto di anti-corruzione Mark Pieth hanno pubblicato il rapporto Overcoming the Shadow Economy venticinque pagine con le misure essenziali che la comunità internazionale dovrebbe adottare per un’effettiva trasparenza societaria, finanziaria e fiscale.
La pubblicazione del rapporto è il risultato del lavoro indipendente di Stiglitz e Pieth dopo le loro dimissioni dalla commissione di esperti istituita dal governo panamense a seguito della pubblicazione dei Panama Papers per studiare un rafforzamento della trasparenza del settore dei service providers (intermediari finanziari, ma anche fiduciarie, fondazioni, trusts e studi legali) operanti a Panama.
Data la personalità degli autori, non sorprende che il rapporto proponga misure particolarmente incisive che, per essere attuate, richiederebbero slancio politico e coesione a livello internazionale.
Il messaggio è chiaro: la globalizzazione ha prodotto benefici importanti (su tutti, la riduzione della povertà per circa mezzo miliardo di persone), però ha effetti collaterali altrettanto significativi. Stiglitz e Pieth ne sottolineano due: i) i sistemi di tassazione societaria che, grazie alla pratica del transfer pricing (tecnica elusiva attraverso la quale, “manipolando” i prezzi di trasferimento praticati nelle transazioni infragruppo, si spostano redditi imponibili da una società a un’altra), permettono alle multinazionali di evitare imposizioni fiscali significative e favoriscono comportamenti opportunistici di paesi pronti a “derubare” (sic) i propri partner offrendo aliquote di imposta ridottissime (come lo 0,005 per cento pagato da Apple in Irlanda), alimentando, peraltro, la crescente disuguaglianza tra i diversi paesi e al loro interno; ii) i secrecy havens (giurisdizioni, che forniscono vari servizi di opacità finanziaria e societaria e frappongono ostacoli alla collaborazione internazionale in campo fiscale e giudiziario) non sono solo offshore, come Panama o le Isole Vergini, ma anche onshore, come Londra o il Delaware. Questi centri facilitano evasione ed elusione fiscale, ma pure il riciclaggio di denaro sporco.
Secondo Stiglitz e Pieth, questi aspetti della globalizzazione differiscono qualitativamente da altri pur molto criticati, perché non esiste alcun beneficio che ne compensi gli immensi costi sociali. Inoltre, l’opacità garantita dai paradisi dove vige il segreto ostacola gravemente le attività di contrasto. Nell’economia globale, si sostiene, la trasparenza è tanto più forte quanto più isolato l’anello debole, ossia il membro più opaco, della comunità internazionale. Ne consegue la necessità di misure globali – promosse anzitutto dai principali attori internazionali come gli Stati Uniti e l’UE, già capaci di stabilire standard globali contro il terrorismo internazionale – volte a contrastare la segretezza e a non permettere nessuna tolleranza per ogni deviazione dalle regole eventualmente condivise. Quali?

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Strumenti per neutralizzare i paradisi del segreto

Alcune delle misure proposte sono mutuate o ispirate da strumenti già esistenti: l’istituzione di un registro pubblico contenente i dati relativi al beneficiario effettivo di un rapporto bancario o al titolare effettivo di una determinata struttura societaria o legale, i cui effetti in termini di trasparenza sono evidenti; il rafforzamento delle misure di protezione dei whistle-blowers, dipendenti di strutture pubbliche o private che denunciano abusi nella struttura di appartenenza; lo scambio automatico di dati fiscali tra stati (inclusi quelli dei pubblici registri sui beneficiari effettivi) sulla base della convenzione multilaterale sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale del 2010.
Altre misure costituirebbero importanti novità in ambito internazionale: l’imposizione di un limite alle cariche direttive o fiduciarie in società private ricopribili dallo stesso soggetto (scoraggiando la pratica dei prestanome); la disclosure obbligatoria sulle operazioni in contanti su proprietà immobiliari e la diffusione dei cosiddetti unexplained wealth order, ordinanze che consentono alle autorità giudiziarie del Regno Unito di richiedere al soggetto titolare di determinati beni di spiegarne l’acquisizione.
Le misure proposte da Stiglitz e Pieth sembrano rispondere a chi sostiene che la politica internazionale non deve ridursi alla lotta contro il terrorismo e la libertà economica alla libertà del mercato. Meritano di stimolare riflessioni in adeguate sedi istituzionali anche per superare il più prevedibile ostacolo alla loro traduzione pratica, cioè l’opposizione degli esponenti dei settori professionali (e degli stati) che grazie all’opacità guadagnano.

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  1. Alessandro Marzocchi

    Assicurare legalità e trasparenza è il compito più rilevante dei notai in Italia e nei molti altri Paesi dove opera un notaio simile al nostro, Paesi nei quali vive oltre la metà della popolazione del pianeta, purtroppo mancano UK, USA ed in generale i Paesi di common law.

  2. Apprezzo l’articolo. Temo però che possa diffondere idee sbagliate, cioè che la lotta alla shadow economy è soprattutto un discorso internazionale e che l’opacità di alcune giurisdizioni è l’effetto della globalizzazione. L’inverso è vero: gli accordi multilaterali (strumenti della globalizzazione) permettono semmai di contrastare meglio il fenomeno. Bisogna distinguere sana concorrenza da opacità e frode. La lotta al transfer pricing è prima di tutto una sfida unilaterale. La messa in riga dei paradisi fiscali, in particolare del famigerato Panama, può essere rinforzata da accordi multilaterali, ma necessita regole nazionali efficienti supportate da una volontà effettiva di contrastare l’evasione. La voluntary disclosure, come prima altre normative, è un business per chi la sa gestire bene, intermediari e consulenti. Il gergo inglese di solito segnala il rischio dell’alibi. Più complicata la normativa e più si può guadagnare. Prima di rivendicare la trasparenza globale darei un’occhiata alle fiduciarie (alcune di proprietà bancaria), abrogherei la legge che riconosce i trust esteri (inesistenti nel diritto interno) e darei una sterzata alla regolamentazione delle polizze vita, strumenti perfetti di elusione multipla. Con il ricavato della lotta all’evasione delle persone fisiche ridurrei di pari importo la fiscalità delle imprese.

  3. Traison du Clercs

    Perchè le soluzioni a problemi complicati devono essere altrettanto complicate? Tanto poi si trova il modo di aggirarle il problema diventa ancora più complicato. Perchè non un embargo puro e semplice? I paradisi fiscali sono per lo più paesi inutili dal punto di vista commerciale e dei totali parassiti dal punto di vista fiscale.
    La Gran Bretagna esce dall’UE? Fantastico, è l’occasione buona, niente trattati commerciali finchè non sistemano i 15-20 paradisi fiscali che sono territori della corona britannica.
    Non si può fare un embargo a Irlanda e Lussemburgo? Bene, nuove regole fiscali europee e multe salate.

    Altrimenti scordatevi la globalizzazione e smettetela di frignare per il populismo. Se la libertà dei capitali deve ridursi a una gara a chi evade le tasse, ben venga il protezionismo.

  4. Alessandro

    E se si pagasse semplicemente sul venduto, sugli incassi, si eliminerebbe di colpo l’arma per l’evasione societaria

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