La fragilità del territorio italiano rende cruciale l’adattamento ai cambiamenti climatici. Già le risorse, per lo più fondi europei, non sono sufficienti. Ma il vero problema è la frammentazione degli interventi. Perché per il Titolo V Stato e Regioni hanno poteri legislativi concorrenti sul tema.

L’Europa contro i cambiamenti climatici

Il 2016 è un anno record per il clima, con la temperatura più alta degli ultimi 200 anni e una concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera oltre una soglia critica, come ricordato anche su lavoce.info. L’opinione pubblica è molto divisa sul tema. Molti, ignorando l’evidenza scientifica, com’è di moda ai tempi dei social network, si chiedono se si tratti di un’invenzione. Altri ritengono che il problema non meriti attenzione perché riguarderà eventualmente un futuro lontano. Altri ancora pensano che trattandosi di un problema globale, soluzioni locali sono insufficienti e tanto vale far finta di nulla. Ma vi è anche una larga fetta sensibile e favorevole a interventi seri.
È chiaro che il contributo dell’Europa e dell’Italia è una condizione necessaria ma non sufficiente per affrontare i problemi. Tuttavia è auspicabile che l’Europa si faccia portatrice di una posizione coesa e assuma sempre più la leadership nel coordinamento delle azioni degli stati membri e di quelle globali. Un ruolo essenziale anche alla luce del risultato del voto negli Stati Uniti che ha fatto passare inosservata e in parte reso vacua la Conferenza di Marrakech (Cop22), nonostante vi sia stato deciso di definire entro il 2018 il regolamento di attuazione dello storico accordo di Parigi.
L’UE, con la strategia Europa 2020, si era data tre obiettivi importanti per fine decennio: una riduzione delle emissioni di gas serra del 20 per cento rispetto al 1990, 20 per cento del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili, aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica. Nell’ottobre 2014, il Consiglio europeo ha fissato un obiettivo di riduzione del 40 per cento delle emissioni entro il 2030, a cui ha fatto seguito l’iniziativa “Energy Union” della Commissione Juncker e la recente presentazione di un pacchetto di misure apposite. Obiettivi ambiziosi ma significativi solo se perseguiti con politiche efficaci da parte degli stati.
Come si è mossa l’Italia nella programmazione delle risorse UE 2014-2020? Il nostro paese ha destinato quasi il 24 per cento dei fondi ai cambiamenti climatici. Circa 10 miliardi provenienti in larga misura dal fondo per lo sviluppo regionale (Fesr) e dal fondo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (Feasr). La distribuzione del Fesr per la lotta ai cambiamenti climatici è riportata nella figura 1. Le voci di spesa maggiori riguardano le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica, i trasporti. Si tratta di categorie collegate alle maggiori fonti di emissioni (figura 2). Tuttavia, da una recente analisi condotta per la Commissione europea (Dg Clima – Mainstreaming of climate change into Esi Funds) emerge che, nonostante l’allocazione finanziaria sia in linea con le indicazioni comunitarie, varie criticità minano l’efficacia delle politiche nel nostro paese.

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I piani di stato e regioni

L’assetto costituzionale (Titolo V) conferisce allo stato e alle regioni poteri legislativi concorrenti in alcuni settori chiave per il cambiamento climatico, come l’energia. Il sistema è rimasto invariato a seguito del referendum e determina una forte frammentazione: una strategia energetica nazionale che coesiste con piani energetici regionali (Per) e piani comunali d’azione per l’energia sostenibile (Paes) che definiscono, nei fatti, le scelte energetiche in termini di tecnologie, potenza e collocazione geografica, a discapito di un’armonizzazione indispensabile per il successo delle grandi opere per il trasporto e lo stoccaggio dell’energia. A ciò si aggiungono altri problemi. Per esempio i bandi regionali rimborsano solo i sovra-costi per migliorie ambientali e non i costi totali e ciò rende gli incentivi non determinanti nelle scelte di investimento delle imprese. Inoltre non sono stati utilizzati tutti gli strumenti a disposizione per massimizzare l’efficacia degli interventi, ad esempio promuovendo l’analisi delle emissioni lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti e criteri di selezione che premino le aziende promotrici di un’economia circolare.
L’adattamento ai cambiamenti climatici è cruciale data la fragilità del nostro territorio. Ma le risorse dedicate risultano sottodimensionate, mentre il monitoraggio degli interventi sconta una grande disomogeneità degli indicatori di dissesto idrogeologico e la loro assenza per i molteplici altri aspetti contemplati dalla Strategia nazionale di adattamento (per esempio, edilizia verde, agricoltura a basso impatto ambientale, gestione delle risorse idriche e degli spazi naturali e altro ancora).
In definitiva, l’Italia dovrebbe darsi un quadro strategico nazionale coerente e uscire dalla frammentazione di cui è vittima. Una revisione del Titolo V sarebbe utile anche a questo fine, lo dobbiamo almeno alle generazioni future. Ma chi riuscirà mai a riformarlo?

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