logo


  1. Michele Rispondi
    Per carità di patria si lasci perdere di devastare ulteriormente il sistema fiscale con norme ad hoc sulla tassazione della sharing economy. Solo un esempio: perché se ho un reddito da Airbnb di €10k dovrei pagare il 10% e se invece ho lo stesso reddito ma da lavoro dipendente o pensione pago il 23% (con no tax su €8k ma funzione anche dell'età se pensionato) e invece non pago nulla se lo stesso reddito viene da attività sportive dilettantistiche? Sembra la maionese impazzita
  2. Cesare Rispondi
    sarei curioso di sapere su quale criterio e stato fissata la soglia dei 10 000 euro per distinguere fattorini "amatoriali" dai "professionisti". Il 50% delle famiglie italiane piû povere non arriva a 16 000 € (mediana) https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2014/suppl_64_15.pdf . Non so quanto guadagni di media un fattorino all'ora, ma un consegna viene pagata 2,7 e per semplicità assumo 5€, vuol dire che per raggiungere 10 000€ annui un fattorino deve lavorare 2000 ore o 250 giorni!!! Non vorrei che fissando una soglia di 10 000 di fatto la norma non sia efficace, legalizzi l'esistente e non serva a niente.
  3. Michele Rispondi
    Assimilare taylorismo e gig economy mi sembra un grosso errore. Il primo riduce i costi grazie alle economie di scala, alla standardizzazione dei prodotti ad una organizzazione più efficiente del lavoro che spesso ha portato anche ad aumenti salariali (vedi Henry Ford). Invece la gig economy dei servizi di consegna (cosa ben diversa dalla sharing economy) si basa sullo sfruttamento del lavoro proprio della retribuzione a cottimo, fondamentalmente dovuta a una deregulation selvaggia del mercato del lavoro. A parte le chiacchiere sugli algoritmi, non c'è maggior efficienza, semplicemente non si paga il tempo di attesa dei riders tra una consegna e l'altra e si sfrutta la concorrenza tra poveri in competizione tra loro per pochi spicci.
    • Marcus Rispondi
      Tutto giusto. Aggiungo che è difficilmente ipotizzabile una soluzione che preveda aliquote differenziate come quelle previste dal citato disegno di legge per il semplice fatto che nascerebbe subito un rischio di discriminazione. La ricerca del massimo profitto porterebbe queste aziende a inserire immediatamente nell'algoritmo la nuova variabile, favorendo naturalemente nell'assegnazione della corsa il rider con aliquota più bassa e che pertanto costa meno (a parità delle altre variabili, il percorso da compiere per consegnare il cibo, il tempo medio di accettazione di una comanda, la velocità media del rider)...
      • Michele Rispondi
        Purtroppo fa tutto parte di uno stesso disegno. Il principio base è quello dello sfruttamento selvaggio del lavoro, possibile grazie alla creazione di concorrenza esasperata tra poveri che competono per lavoretti pagati pochi spicci. Chiamiamolo pure con termini non italiani: voucher oppure gig economy oppure on demand economy, il risultato è lo stesso. Si paga troppo poco per il servizio che si riceve.
  4. Enrica Baccini Rispondi
    fa piacere che la Voce si sia accorta del fenomeno On Demand Economy
  5. davide445 Rispondi
    La gig economy rappresenta a mio parere uno dei fallimenti del mercato, in cui lo scopo principale non può essere solo il benessere economico ma quello del cittadino, che - in teoria - sarebbe quello a cui servono le istituzioni nazionali. Il risultato è che il reddito mediano (non medio) reale per cittadino è diminuito ad es negli USA (il modello di capitalismo a cui aspiriamo) da 15 anni a questa parte. Se lo scopo ultimo della vita della (maggioranza) dei cittadini è vivere una esistenza di precarietà, potere di acquisto in diminuzione, sanità in via di estinzione, istruzione sempre più scadente e nessuna pensione bisogna forse chiedersi se invece di qualche legge che nulla cambierà se non istituzionalizzare lo status quo non avrebbe senso un cambiamento più radicale.